domenica 29 luglio 2018

INTEGRALE DELLE SONATE DI HUMMEL : Cofanetto di 3 cd - Pf. Costantino Mastroprimiano - Brilliant.

Segnalo quest'interessantissima uscita che farà felice gli appassionati di musica pianistica ottocentesca. Hummel è un compositore che per troppo tempo è rimasto in un cono d'ombra e solo da circa quarant'anni viene costantemente rivalutato. Le prime incisioni in LP risalgono infatti alla fine degli anni 60 - inizio anni 70 (Vox), per poi assumere carattere celebrativo con quelle dell'integrale di Constance Keene, tuttora molto acclamate e da poco ristampate in CD. Successivamente è stato un tripudio di registrazioni, e varie etichette, tra cui soprattutto la Chandos, hanno proposto i vari settori della sua produzione. L'ultima in ordine di tempo è la proposta della Brilliant, che ha scelto Costantino Mastroprimiano, il maggior fortepianista italiano, già interprete della grande incisione delle sonate clementine, molto acclamata.
Diciamo subito che l'incisione è di livello altissimo: io la metterei sullo stesso livello di quella di Constance Keene. Per di più ha una particolarità: è eseguita su fortepiano. Unico neo: per una uscita così importante, un booklet così striminzito è quasi un affronto: qualche notizia in più e considerazione sulle singole sonate non sarebbe stata male.
L'interpretazione segue le linee guida del metodo di Hummel, Mastroprimiano segue alla lettera le indicazioni agogiche, e il suo livello di partecipazione emotiva è molto alto: basta sentire il "Largo con molt'espressione" della sonata op.81 per capire cosa voglia dire. Hummel non è solo Biedermeier. Se le sonate op.13, 20, 38 sono espressione di questo genere musicale, l'op.81 e 106 vanno oltre. Siamo già in una sorta di limbo protoromantico, un classicismo epico, come le sonate di Schubert che vanno dalla D.784 in poi. Peccato però che questo grande momento compositivo di Hummel sia in sostanza limitato ad una quarantina di opere che vanno grosso modo dall'op.76 all'op 113. Successivamente si ha un ritorno ad opere di occasione e quindi al Biedermeier. Qui tuttavia non siamo al Biedermeier della consuetudine delle arie variate di Vogler, Gelinek, anche Hunten, ma a quello colto e innovativo di Vorisek, Schubert, Kalkbrenner, Moscheles. 

Hummel è un colosso, e Mastroprimiano ne mette in luce le varie anime: da quella decorativa e brillante delle sonate op.13,20.38 a quella celebrativa e profonda delle opp. 81 e 106, a quella ancora piena di abbozzi ma creativa dell'op.2 n.3. Quest'ultima è la novità perchè non è una sonata che venga incisa e suonata frequentemente: è presente solo nelle integrali, e la ragione è chiara. Si tratta di un'opera immatura, di un quattordicenne Hummel che da poco aveva perso il suo maestro, Mozart: le idee ci sono e guardano già avanti: se la struttura della sonata è quella tripartita con Rondo come movimento conclusivo, la concezione del primo movimento è nuova. E' un primo assaggio di uno svincolo dalle idee base della sonata di fine settecento: per la celebrazione del virtuosismo questa sonata si pone sullo stesso piano di quelle di Muzio Clementi ( e il virtuosismo del primo movimento mi porta in quella direzione), e per l'originalità della concezione su quelle di Joseph Martin Kraus . Accanto, tra le interpretazioni che vorremmo segnalare, c'è n'è una splendida della Sonata op.13 con cui Mastroprimiano affianca per gusto e intelligenza interpretativa quella di Dino Ciani, dell'op.81 bellissima (io avrei preferito un'esecuzione su un pianoforte degli anni 1815-1820 piuttosto che non su uno del 1838, ma questa è una questione di gusto), e l'op.81 è davvero difficile e scoperchiatamente virtuosistica, tanto da essere richiosa per chi non la esegua in modo appropriato: se la suoni con una foga forsennata (abbiamo avuto uno scambio di idee su questo il sottoscritto e Costantino) corri il rischio di non seguire le pause e le indicazionia agogiche, se la suoni con troppa rilassatezza la collochi in un'epoca romantica di mezzo, e quindi la violenti. E poi abbiamo una interpretazione di riferimento, eccezionale, dell'op.106 che delle sonate di Hummel è quella più pretenziosa in quanto è strutturata addirittura in quattro tempi. Se l'op.81 come pochissime altre opere di Hummel, sono espressione di una sorta di protoromanticismo, l'op.106 nella sua complessità, è un ritorno al Classicismo, ad un Classicismo che guarda oltre: che guarda a Beethoven ma anche a Schumann (eccezionale è il secondo movimento "Uno scherzo all'antica: Allegro ma non troppo) quando non a dei contemporanei (il terzo movimento "Larghetto a capriccio" sembra un notturno; come quelli di Field). Del resto la sonata è del 1824, e la sua importanza nell'opera di Hummel è data anche dalle sue proporzioni: oltre 200 battute rispetto all'op.81 che è di cinque anni prima, 1819. Importanza che dovette essere avvertita anche al tempo in cui furono composte, se Schubert dedicò a Hummel le sue ultime straordinarie tre ultime sonate.
Incisione straordinaria di Mastroprimiano. E lo diciamo chiaro e tondo, aspettando un'integrale di pari levatura in futuro (magari Vorisek, magari Lessel). Qualsiasi cosa sarà, comunque sarà bene accolta, visto e considerato che tutte le incisioni di Mastroprimiano sono sempre state felici ed intelligenti, da quella lontana nel tempo, di opere di Francesco Pollini, per la Tactus.


Pietro De Palma

mercoledì 4 luglio 2018

Concerto di Gregorio Nardi, a Casa Buonarroti

Stasera alle ore 21, nel cortile di Casa Buonarroti a Firenze, Gregorio Nardi terrà un concerto.
Prima parte, incentrata sulle sonate op.26 in La bem magg. (la sonata col famoso movimento "marcia funebre per la morte di un eroe") e op.28 in Re magg. "Pastorale": nella prima  riecheggiano le fanfare rivoluzionarie, mentre nella seconda l'atmosfera è pastorale e bucolica.
La seconda parte presenta invece un'accattivante botta e risposta tra Liszt e Debussy (centenario della morte quest'anno): alla Rapsodia ungherese n.12 si contrappone il ciclo dei 12 Children's Corner, mentre allo Studio trascendentale n.12 "Chasse-Neige" si contrappone la Berceuse Heroique di Debussy in memoria dei soldati belgi caduti nel primo conflitto mondiale.
L'ultimo brano, Les Jeux d'eaux à la Villa d'Este, sembra trasfondere e sintetizzare le due esperienze musicali, lisztiana e debussiana, in una ricerca cromatica, che precorre l'impressionismo musicale.





domenica 22 aprile 2018

N.Paganini: Prima incisione mondiale di Le Streghe, I Palpiti, Non Più mesta (iperaccordate, versione originale), Suonata con Variazioni; prima incisione mondiale di Religiosa introduzione al Campanello - CD Dynamic - Mario Hossen, violino

Ritorno a scrivere per una recente emissione dell'etichetta Dynamic. La Dynamic che è genovese, è naturalmente impegnata da molti anni sul fronte Paganini. Nel nostro caso presenta un disco assai interessante, affidato ad un grande virtuoso, il bulgaro Mario Hossen: oltre alla Prima incisione mondiale della Religiosa Introduzione al Rondò del Campanello, con l'Andante Sonnolento intonato da un coro maschile, e oltre alla Suonata con variazioni su un Tema de L'amor Marinaro, troviamo tre originali versioni de Le Streghe, di Non Più mesta  e de I Palpiti, con il violino iperaccordato su un semitono maggiore: nel caso de I palpiti, che è in Si bem maggiore, il violino la cui parte solista è in La dev'essere accordata sul Si bemolle; nelle altre due invece che sul Re, il violino dev'essere accordato come per l'orchestra sul Mi bemolle.
Quest'accorgimento venne adottato per il Primo Concerto che è in RE ma col la parte violinistica iperaccordata in Mi bemolle, e per altre partiture, per es. Le Streghe e non Più mesta, mentre I palpiti, pur presentando la parte violinistica iperaccordata lo è sul SI bemolle invce che sul La su cui è accordata la parte orchestrale.
Questa faccenda dello sfasamento dell'accordatura nell'ottocento è molto interessante. Del resto la Legge Europea del 1989 che ha imposto in tutt'Europa l'accordatura del La su 440 Hertz, ha inteso superare una giungla di diverse situazioni che perdurava da secoli.
Nell'ottocento, come dice in "La lunga storia del diapason", Pietro Righini - Ancona, Ed. Berben

1990 - la situazione dell'accordatura sui diapason era quantomai selvaggia e caotica: se in Germania, Inghilterra e Russia sia variava più o meno da 421-423 a 448-451 hertz, in Italia e Francia l'accordatura era su  valori più bassi, da 423-436 fino max a 447 in Francia e 442 in Italia. Insomma si può ben capire perchè Paganini ad un certo punto, girovago per le corti di mezz'Europa, essendosi esibito dovunque , avendo provato le varie accordature, volesse iperccordare la parte del violino di mezzo tono, laddove le orchestre fossero accordate su valoro inferiori ad altre: il tutto per ottenere effetti di maggiore profondità e brillantezza del suono, nonostante la partitura fosse su un semitono inferiore.
Alla stregua di ciò l'incisione di Mario Hossen è sicuramente interessante, ma solo per una questione di curiosità storica: tenendo conto che il 440 hertz comune è un'accordatura già elevata, che assicura una brillantezza di suono notevole, l'accordatura su un semitono maggiore se eleva ancor di più la brillantezza del suono, tuttavia ha dalla sua una maggiore pericolosità perchè eleva anche la possibilità di scordare laddove la partitura è già di per seè scordata. Non a caso ho notato - sarà stata una mia impressione fallace oppure vera - il fatto che Hossen, laddove altri virtuosi del violino procedono più spediti con l'accordatura normale de Le Streghe, per es. Wolfgang Marschner, lui è molto più cauto, temendo probabilmente di incappare in qualche defaillance.
Ovviamente il suono è ancora più rarefatto soprattutto nel sovracuto, laddove assume un astruttura quasi filiforme, in genere nelle tre opere presentate. Al di là delle tre opere iperaccordate, c'è un notevole Sonata con variazioni su L'Amor Marinaro, e un'altra chicca, La religiosa Introduzione al Rondò del campanello, un'altra delle bizarrie con cui Paganini soleva sorprendere il suo pubblico. E' una composizione del 1832, di cui questa è la versione più breve (ma ce n'è una molto più lunga per orchestra e coro maschile). La storia è che Paganini quando vedeva il successo di un singolo movimento di un concerto, soleva riproporlo come pezzo a sè stante, magari facendolo precedere da un movimento lento nuovo nella composizione, e quindi proponendolo come nuova composizione: un escamotage neanche tanto originale, dato che nell'ottocento questo sistema dava la possibilità di pubblicare un pezzo molto simile sotto un altro titolo e magari con diverso numero d'opera presso altro editore. E' un escamotage che è stato utilizzato anche per l'editoria libraria . E quindi non è il caso di farci un dramma se Paganini, riusciva a vendere bene i suoi prodotti.
E' il caso tuttavia di porci una domanda: oggi che l'accordatura a 440 Hertz da una certa brillantezza del suono, ha senso per l'ascoltatore melomane, scoprire una partitura iperaccordata? Iperaccordata rispetto ai 440 Herz vigenti?
Non so.
Per me, avrebbe un senso maggiore, invece, suonare un pezzo all'accordatura usata al tempo del compositore, perchè così avremmo la dimensione esatta di quello cui aspirava in tema di sonorità il musicista.

P. D. P.

lunedì 18 dicembre 2017

ALKAN Edition - Cofanetto di 13 CD - Brilliant (vari interpreti)

Sono stato tentato dal pensiero di chiudere questo spazio di riflessioni, per la mancanza non di stimoli ma del contatto col pubblico. Capisco che il mio stile non invogli ad aprirsi, forse sono troppo serio per le giovani generazioni, forse chi mi legge si spaventa a relazionarsi con me, tanti forse, e poche certezze. Però è evidente che questo legame sfilacciato non mi sta invogliando a scrivere.
Ritorno tuttavia solo per informare dell'uscita di un fantastico cofanetto da parte della Brilliant, dedicato ad Alkan.
Mi ricordo un aneddoto personale, che però serve a spiegare l'approccio ad Alkan, musicista alquanto negletto e misconosciuto ancor oggi.
Ero entrato nella vecchia sede di Ricordi a Bari (i negozi Ricordi da molti anni sono stati acquistati da Feltrinelli) per piluccare qualcosa che non avessi, in particolare Alkan. Al tempo, Alkan era inciso solo su cd Marco Polo, qualche cosa EMI, su uno della Harmonia Mundi,  su un Fidelio, e su un Music & Arts.
Mi diressi al piano  dove erano presenti i cd di musica classica e gli spartiti e chiesi Alkan: l'addetto andò a spulciare tra le raccolte di musica barocca (sic!), mentre mi ricordo che un altro tipo presente nel reparto che come me cercava dischi stralunò gli occhi avendo visto la scena: era il prof. Amoruso che allora era docente di Letteratura Francese all'Università di Bari. A significare l'ignoranza anche di coloro che dovrebbero essere più avvezzi alle novità discografiche, in musica.
Ora, dopo parecchi anni, anche grazie all'opera indefessa di alcuni pianisti (Ronald Smith, Bernard Ringeissen, Francesco Libetta in Italia), Alkan è un compositore più presente negli scaffali, anche se sempre in numero più esiguo. Alcuni suoi lavori sono però sempre alquanto difficili a trovarsi.
Ed è per questo motivo che Brilliant ha puntato su un cofanetto in grado di raccogliere l'opera pianistica di Alkan (Alkan come Chopin ha scritto solo per pianoforte e per formazioni da camera con pianoforte). E per farlo ha utilizzato le incisioni di pianisti che hanno inciso per Piano Classics, una delle etichette controllate da Brilliant: così abbiamo molti lavori alkaniani eseguiti per esempio da Vincenzo Maltempo, forse l'interprete più alkaniano in assoluto in Italia, o abbiamo qualcosa eseguito da Alan Weiss, uno dei grandi pianisti americani, uno dei primi ad aver inciso brani di Alkan (per Fidelio), e qualcosa anche eseguito da Costantino Mastroprimiano, uno dei grandi fortepianisti al mondo. Non mancano anche i tre concerti da Camera eseguiti da Giovanni Bellucci (altra chicca), qualcosa suonata da Laurent Martin (incisioni Marco Polo),l'integrale degli studi nei toni maggiori op.35 incisa l'anno scorso da Mark Viner, e i 3 grandi studi op.76 suonati da Deljavan
Insomma abbiamo un cofanetto molto interessante, anche pe il prezzo al quale è proposto.
C'è tutto o quasi: mancherebbero solo le opere per pianoforte a quattro mani; gli Esquisses op.49; stranamente uno dei pezzi più conosciuti e più virtuosistici di Alkan, il Saltarelle op.23; e lo studio da concerto, "Chemin de fer" op.27. Poi qualcos'altro...
Segnalo tra le cose che mi sono piaciute di più l'integrale degli Studi nei toni maggiori, che pagano lo scotto di essere meno considerati di quelli nei toni minori, ma il n.7 "L'incendie au village voisin", che è un grande pezzo da concerto che meriterebbe di essere conosciuto e suonato di più, è suonato da Mark Viner, in maniera molto più accettabile di quanto facesse al tempo Ringeissen: ovviamente Viner è molto più giovane di Ringeissen.  Anche se l'esecuzione che reputo migliore in assoluto al momento è quella di Morishita, un pianista giapponese, presente su youtube:
 L'esecuzione dell'integrale degli Studi nei toni minori di Maltermpo è notevole! Anche se reputo quella di Marc-Andrè Hamelin più straripante in qualche studio, per es. nel dodicesimo, "Le Festin d'Esope".Anche l'interpretazione della Sonata di Alkan suonata da Maltempo lo è.
Tuttavia la cosa che mi è piaciuta di più, lo devo dire, sono i Tre grandi studi op.76 suonati da Alassandro Deljavan, pezzi di difficoltà spaventosa, soprattutto l'ultimo, quello a mani riunite, che è una sorta di perpetuum di difficoltà diabolica.

Pietro De Palma

martedì 24 ottobre 2017

Maurizio Pollini interpreta: Schubert, Sonata D.845; Schumann, Sonata op.11 - CD DGG "The Originals"

Probabilmente uno dei più bei dischi di Pollini. 
I pochi lettori che vengono qui a sentire una voce fuori dal coro (sfortunati o fortunati, lo dicano loro), sanno che non amo particolarmente Pollini, almeno quello delle incisioni DGG. Avrà probabilmente ragione il mio amico Gregorio nardi quando dice che le registrazioni DGG inficiano la bellezza delle incisioni polliniane, perchè vogliono quel suono serio, granitico che alcuni associano a lui? Non lo so. Certo è che l'ultimo Pollini a me non piace.
A me piace il Pollini giovane, quando non  aveva il peso delle scelte già fatte: il Pollini che suonava il terzo concerto di Prokof'ev,o la trascrizione pianistica beethoveniana del suo concerto per violino, e così via. Allora erano dei pugni nello stomaco, un modo per gridare: "sono fuori dal tunnel del divertimento", per citare Caparezza.
E questo disco con la Sonata D.845 di Schubert e la prima sonata di Schumann, testimoniano proprio questo approccio fresco, che non significa ingenuo alla Demus (anche quello apprezzabilissimo), eppur rigoroso.
Il rigore interpretativo lo si vede soprattutto nella risoluzione di quell'arduo rompicapo che è il gioco delle mani nell'inizio della Sonata di Schumann, un virtuosismo non scenografico potremmo dire, un tipo di virtuosismo che ai pianisti non tanto piace. Ma se vuoi suonare Schumann bene devi risolvere l'empasse, e Pollini la risolve da par suo. Anche se non si butta mai. Io preferirei uno più temerario, più senza freni: invece il suo modo di suonare è sempre controllato, anche quando sembra essere liberio da preconcetti. Se vogliamo per certi versi è il pianista italiano che più si avvicina a Michelangeli (da come la vedo io). Per Schumann preferirei un approccio più appassionato. Ma Pollini bisogna prenderlo così com'è.
E anche Schubert non si discosta da questo approccio interpretativo. E' uno Schubert serio, anche troppo, che si avvicina non tanto ai pianisti sovietici tipo Richter, quanto allo Schumann di Kempff. E in Kempff forse troviamo la radice di una visione comune del disco: così come il pianista tedesco, Pollini vede il riferimento comune delle due sonate e dei due autori in Beethoven. Ora che ho passato i cinquanta, vedo con favore a quello Schubert che disdegnavo quando ne avevo 20: allora guardavo idolatramente a Richter, ora a Brendel, a Klien, a Dalberto.
Tuttavia il disco è bello, e almeno ci presenta un Pollini non impastoiato negli ingranaggi delle etichette, quando aveva la sfrontatezza di fare delle scelte anche contro corrente. Certo alla vista delle incisioni complessive di Pollini, mi sarei aspettato una maggiore considerazione dell'opera schubertiana: invece egli ha inciso quei lavori che se non avesse fatto, sarebbero stati un'occasione persa. In definitiva le tre ultime sonate, i klavierstuke D946, le due antologie di Improvvisi, la Wanderer, la Sonata D 845, rappresentano alcuni capisaldi. Certo a quel punto avrei voluto davvero vedere Pollini con l'op.53, una sonata spiritosa e in cui la monumentalità si sposa al folklore, o alle prese della sonata di Michelangeli o delle Variazioni Huttenbrenner. Ma l'unica concessione sua fu proprio la sonata op.42, che non a caso è vista come la sonata schubertiana più vicina a Beethoven.
Non a caso Pollini non va alla ricerca dello Schubert ingenuo, dello Schubert viennese, ma di quello vicino alla solidità e trasfigurazione beethoveniana. Che è una parte dello Schubert pianistico, ma non per forza quello più interessante.

P. De Palma

venerdì 22 settembre 2017

Felix Mendelssohn Bartholdy : Concerti nn.1-2 per pf.e orchestra; Rondo Capriccioso + Variatios Serieuses. Jean-Yves Thibaudet/ Herbert Blomstedt/Gewandhausorchester Leipzig


I concerti di Mendelssohn sono una mia vecchia passione.
Quando ero giovane e i cd non li avevano ancora inventati, e compravo LPs, mi ricordo che appena trovavo dei Concerti di Mendelssohn, li prendevo a scatola chiusa, ancor prima che cominciassi a leggere libri e trattati di musica. Mi ha sempre affascinato la freschezza dell'allievo di Moscheles, ma anche la sua insospettabile profondità e la struggente melanconia che emerge soprattutto nei quartetti, l'afflato lirico e la sapiente padronanza armonica e melodica.
Quei dischi li ho ancora nella mia vecchia casa, e suonano ancora bene, perchè il giradischi è un Thorens: soprattutto quelli con Brenda Lucas e John Ogdon.
L'unico disco con i due concerti per pianoforte e il Capriccio Brillante, che sentivo ancora prima di acquistare il giradischi Thorens, su un vecchissimo giradischi Lesa, quello sì che è insentibile, tanti sono i fruscii e i raschi. Perchè è uno dei dischi che sentivo di più, tanto mi piacevano e mi piacciono i due concerti per pianoforte e orchestra (anni fa Prosseda ne ha scoperto un terzo incompleto) e il Capriccio Brillante! 
Mi piacciono tanto che ne ho collezionate varie versioni: la prima, quella su quel LP raschiato (di cui poi l'equivalente in cd quando fu riversato), è quella fantastica di Serkin (incisione CBS); poi su cd, le incisioni di Peter Katin, Murray Perahia, Howard Shelley, Martin Stadtfeld, Derek Han, Adrian Schiff. Fino ad oggi 7 differenti incisioni.
Ma poi ho acquistato, presso Feltrinelli con lo sconto del 70% parecchi dischi in offerta, e tra questi, uno fantastico di Jean-Yves Thibaudet della Decca.
Disco anche piuttosto vecchiotto, ma devo confessare che non sapevo che Thibaudet li avesse registrati i due di Mendelssohn, altrimenti l'avrei preso prima, anche a prezzo alto. 
Io stravedo per Thibaudet. 
In VHS  avevo i Turangalila di Messiaen, e il Quintetto per pf. e archi di Hummel in Mi bem minore. Quest'ultimo con lui parecchio giovane, della metà degli anni 90. Il disco Decca è del 2000, quindi di diciassette anni fa. Ancor oggi Thibaudet è un signor pianista: il suo Rachmaninov mi piace molto, per non parlare dei Concerti di Saint-Saens che per i francesi sono un must.
Ma questo disco è S-e-n-s-a-z-i-o-n-a-l-e. Niente di più.
Siamo ai livelli di Serkin, sullo stesso piano. Peccato che nel disco ci siano il Rondo Capriccioso e le Variations, sicuramente prese da altra registrazione. E non il Capriccio Brillante che è dello stesso tempo del Primo Concerto.
Le mani volano sulla tastiera, più veloci dei pensieri e tutto con un senso del ritmo e del fraseggio altissimo. I rischi vengono affrontati con spavalderia e superati, per non parlare della brillantezza del brano, conseguenza naturale del virtuosismo impressionante e della intelligenza dell'esecutore, coadiuvato con bravura da Bloomstedt e dalla leggendaria Orchestra del Gewendhaus di Lipsia.
Il Rondo capriccioso è più muscolare di quello di Serkin (quello era forse più elegante), ma anche qui siamo su livelli altissimi. Idem per le Variations, che francamente, pur essendo uno dei brani più suonati della dimensione per pianoforte solo, non mi sono mai veramente piaciute. Ma Thibaudet riesce anche a farmele piacere.
Da acquistare senza indugi.

P.D.P.

martedì 19 settembre 2017

Apres une lecture de LISZT - Giuseppe Albanese - CD DGG , 2015

Tempo fa parlai del primo disco di Giuseppe Albanese. Tuttavia nel 2015 è uscito il secondo, dedicato interamente a Liszt.
Parlai bene del primo, ma il secondo mi ha entusiasmato.
Bisognerà seguire bene questa promessa italiana che sta maturando.
Suona con una maturità sconcertante, ed è uno che sicuramente ha sentito parecchio dei grandi maestri: non è uno che un bel giorno fa che so l'Hammerklavier senza mai aver sentito quella di Backhaus o Pollini o Libetta. 
Albanese, ha sicuramente imparato da parecchi grandi interpreti lisztiani del passato: per es. l'accostamente di Berman mi pare non fuori luogo per Apres une lecture de Dante: Fantasia quasi sonata, così come Brendel o Arrau per  San Francesco da Paola che cammina sulle acque, un brano che dovrebbe essere maggiormente conosciuto di Liszt,  per la sua forza evocativa: un semplice tema musicale accennato quasi in sordina che poi mano mano viene ripetuto e accresciuto nel volume del suono aggiungendo accordi, ottave spezzate e quant'altro, fino al finale in fortissimo. 
Ma là dove il disco mi ha entusiasmato , oltre una Rapsodia spagnola notevole, è nelle Reminiscences de Norma, dove Albanese sa cantare ma anche suonare, mantenendo il ritmo e la verve dei brani dell'opera cantati, non lasciandosi fermare dalla difficoltà del brano e adottando un metro più prudente, ma anzi lasciandosi prendere dalle danze, e partecipandovi quasi orgiasticamente senza controllo. Qui e lì si nota qualche sbavatura, quando Albanese nel furor eccede e interpreta in modo quasi improvvisatorio la scrittura lisztiana, ma io preferisco cento, mille volte un'interpretazione del genere alle solite prive di colore e di ritmo. 
Direi che questa Norma di Albanese è quasi sullo stesso piano di quella di Ivan Davis, che è la migliore Norma lisztiana che abbia mai sentito.
E per un interprete ancora giovane suonare come Davis, Brendel, Berman o Arrau, è certamente un traguardo non da poco.
Nel panorama discografico degli album interamente dedicati a Liszt, è uno di quelli degli ultimi anni che mi ha maggiormente colpito. 

Pietro De Palma