domenica 16 luglio 2017

Felix Mendelssohn Bartholdy: Concerto n.1 op.25, Variations Serieuses, op.54, scelta da Lieder ohne Worte - Martis Stadtfeld, piano - CD SONY

Martin Stadtfeld, nato nel 1980, nel 2002 è balzato improvvisamente all'attenzione del mondo della musica claasica, vincendo uno dei concorsi internazioniali specialistici più prestigiosi, il Bach di Lipsia. Da allora ha cominciato una fulminea carriera internazionale, sia in ambito concertistico, sia discografico, a contratto con la Sony, che da un po' di tempo a questa parte sta puntando le sue energie soprattutto sulle nuove leve.
Il suo disco con le Variazioni Goldberg è stato in testa alle classifiche di musica classica in Germania, e si poteva anche immaginarlo avendo vinto il Bach. Ma Mendelssohn è diverso. Eppure...
Eppure anche questo è un disco notevole.
Diciamo subito che la parte principale non la si riserva alle Variazioni nè alle Romanze senza parole, che hanno il compito di riempire (perchè eseguire il Capriccio op.22?) ma ovviamente al Concerto op.25. Che non è un vera e propria prima donna, anzi soffre un po' di misantropia, visto che pochi concertisti lo suonano. E non si capisce neanche tanto perchè, tanto più perchè è estremamente brillante e ha un ritmo indiavolato, a meno di non mortificarlo cacciandolo nell'alveo del romanticismo melenso.
Stradtfeld rifugge da questa tentazione , grazie a Dio, e dona un'interpretazione scintillante, assecondando l'ottima Academy di St. Martin in the Fields diretta dall'inossidabile Sir Neville Marriner.
Già dall'attacco del Molto allegro con Fuoco, il pianista tedesco si dimostra all'altezza della partitura, e si butta con indomito coraggio nella selva di note, non arrestandosi mai di fronte ai grovigli ma anzi domandoli e superandoli con forza, energia, e capricciosa verve. Idem nell'Andante, più dolce e meno ardimentoso che prepara l'entrata del Presto, che conduce il pianista dopo una cavalcata impetuosa all'agognato finale.
Devo dire in tutta sincerità che quando acquistai il disco non mi aspettavo una tale esplosione di virtuosismo e di scintillante bravura (e anche di sottile intelligenza): mi aspettavo una interpretazione più compassata ed quindi ero alquanto dubbioso. ma poi prevalse la curiosità e quindi...
L'intelligenza maggiore sta soprattutto nell'aver inquadrato il concerto in una atmosfera tipicamente Biedermeier (come il terzo concerto di Moscheles o i due dell'op.85 e 89 di Hummel), puntando sul capriccio, sulla frivolezza e quindi sulla brillantezza, più che sulla riflessione.
Le mani ci sono, ma anche la testa.
Marriner, che è scomparso l'anno scorso, aveva già inciso il primo, e anche il secondo concerto , con Murray Perahia . Pare che il tempo non sia trascorso, perchè l'Orchestra è strepitosa, e tale anche il direttore. Piuttosto questa compagine orchestrale manterrà il suo richiamo non con il proprio mentore?
L'interpretazione di Stadtfeld per certi versi ricorda e appaia quella storica di Rudolf Serkin, che rimane prunto di riferimento anche perchè in quella storica edizione discografica CBS aveva anche inciso il Secondo Concerto e il Capriccio.
Da ascoltare.

P.D.P. 

mercoledì 12 luglio 2017

Mozart: Piano Sonate KV 310, 333, 570; Preludio e Fuga KV394 - GIANLUCA CASCIOLI, CD DGG

Gianluca Cascioli vinse il Concorso Micheli nel 1994. Chi fosse Umberto Micheli l'ho detto presentando la silloge di saggi che fu pubblicata in occasione del Micheli:
https://conversandoconsilvia.blogspot.it/2016/03/da-beethoven-boulez-il-pianoforte-in.html
Comunque sia mi ripeto: "..Innanzitutto per chi non ha mai sentito parlare di lui, dico subito che Umberto Micheli fu un musicista e docente per trent'anni al Conservatorio di Milano. Il figlio Francesco, imprenditore e finanziere oltre che mecenate, e presidente di Mito, il festival internazionale che unisce Milano e Torino nella seconda decade di settembre di ogni anno, nel 1994 lanciò l'idea di un concorso internazionale per pianoforte, progettato da un ristretto gruppo di amici musicisti, una sorta di comitato artistico, formato da Mario Messinis, Luciano Berio, Bruno Canino, Maurizio Pollini, per scegliere un vincitore che sapesse guardare al presente attraverso il passato e il passato attraverso il presente. Di qui l'idea di cun concorso che presentasse varie prove non solo di musica pianistica del passato ma anche contemporanea..".
Son passati molti anni, 23 per l'esattezza e Cascioli è alle soglie dei 40 anni (quasi). Ma in questi anni non ha mutato indirizzi e concezioni semmai li ha accentuati.
Il Cd dedicato a Mozart è uscito tre anni fa, ma fin dalla sua uscita ha diviso gli animi, cosa che accade sempre ai Geni, perchè Gianluca Cascioli è un Genio, su questo non c'è dubbio. Potrebbe sembrare un intellettuale, soprattutto quando rilascia interviste, ma è menzione diffusa, che lungi dal pensare che "sia uno che se la tiri", è un tipo straordinariamente simpatico: tutti coloro che me ne hanno parlato, non ultimo il mio caro amico Aldo Lotito, avvocato di Corato e straordinario collezionista di dischi, che l'ha conosciuto, ripetono tutti la stessa cosa: Cascioli è un tipo simpaticissimo.
Un Genio simpatico, insomma qualcosa di meglio di Glenn Gould o Ivo Pogorelich. Perchè ho citato gli altri due? Perchè sono due Geni: Glenn Gould è lì che ci osserva, Pogorelich pareche sia rinato (io me l'auspico). Ma molto riservati, introversi, innamorati solo della musica. Ma...Geni.
Perchè dico che Cascioli è un Genio? Perchè non si uniforma al dire e al fare comuni, ma cerca delle proprie espressioni, delle sue vie, forse anche discutibili (le accentuazioni e la variazione del tempo di metronomo, soprattutto nel primo tempo della sonata K 310, lasciano sovente basiti) ma comunque rispettabilissime, tanto più che non le lascia appese a qualcosa, ma le spiega in maniera dettagliata, esplicando perchè o per come suoni così, perchè esegua le legature in un suo modo piuttosto che in un altro.
E' un Mozart diverso, forse anche strano, ma comunque interessantissimo, così come era interessantissimo il Mozart di Pogorelich o quello di Gould, con i suoi staccati, esagerati, ma che decontestualizzavano l'interpretazione mozartiana dal XX secolo per retrodatarla, ricreando gli effetti tipi delle spinette.
E io preferisco cento volte di più un artista che cerchi vie nuove, che sperimenti, magari anche sia oggetto di critiche, ma comunque si metta continuamente in gioco, piuttosto che qualcuno che suoni alla maniera degli altri.
Sì lo so che per uno come me che adora il Biedermeier, è un controsenso.

Ma anch'io sono un tipo controverso. 
E come recito nel motto su Google, Odi profanum vulgus et arceo.

Pietro De Palma

lunedì 3 luglio 2017

Egon Petri - The complete Columbia and Electrola solo and concerto recordings (1929-1951) - 7 CD APR


Acquistato tre mesi fa, è una delle "summae" più coinvolgenti che abbia mai sentito, e sono contentissimo di aver acquistato il cofanetto APR consigliatomi da un amico.
Di Egon Petri, avevo già un CD OPAL (di tre) con rarissime registrazioni di ALKAN (Il Concerto per pianoforte solo, in sostanza 4 Studi dell'op.39) ed un cofanetto della Music & Arts, acquistato negli anni '90 a Milano, che sostanziamente si complementa a questo dell'APR, presentando le incisioni dal 1954 al 1962. Tuttavia devo dire che questa emissione della APR è un evento straordinario, perchè mette a disposizione dell'appassionato una serie di registrazioni leggendarie e d'antologia se non addirittura di riferimento, per molti compositori, da Liszt a Brahms, a Bach.
Ancora una volta, a suggerire l'ascolto è stato il buon vecchio e grande Piero Rattalino, di cui quando ero più giovane acquistavo tutti i libri.
In particolare, come dissi quando parlai del suo "Da Clementi a Pollini", volume veramente fondamentale per la storia della letteratura pianistica e per la storia della discografia pianistica (di cui lui si può dire sia stato il fondatore in Italia), quel volume aveva come scopo recondito - secondo me - quello di suggerire ai tipi curiosi - anzi si indirizzava a quelli - come me, di acquistare poi le incisioni, salvo procurarsele in tutti i modi possibili, dei pianisti di cui parlava, per confrontare se quello che lui scriveva fosse vero oppure no. Ne riporto un estratto di cui lui parla di Petri:
"Luigi Dallapiccola riteneva che Egon Petri fosse uno tra i maggiori pianisti del Novecento, se non il maggiore in assoluto, e le superstiti incisioni ci dicono che Petri fu effettivamente un grande pianista. Allievo della Carreno, ma violinista agli inizi della carriera, Petri fu 'scoperto' come pianista da Busoni, che era amico del padre. Dal principio del secolo - era nato nel 1881 - Petri diventava il devotissimo allievo ed interprete di Busoni, di cui eseguiva i più importanti lavori, con cui suonava a due pianoforti e con cui collaborava quale coeditore delle opere di Bach. Molto ammirato come interprete di Bach, Petri tentò un ampliamento del repertorio pianistico al repertorio prebachiano: non più al modo di Anton Rubinstein, che aveva eseguito pagine dei virginalisti inglesi, ma trascrivendo per pianoforte musiche per organo di Buxtehude. Il tentativo, in cui Petri fu imitato da Prokofiev, era anacronistico e non ebbe successo, ma dimostra la curiosità intellettuale di Petri, che tentò anche di riportare con onore Alkan e Henselt.
Le incisioni di Petri non sono numerosissime, e tuttavia, oltre ad una eccellente 'Fantasia contrappuntistica' di Busoni, di storica importanza, egli ha lasciato alcune interpretazioni brahmsiane e lisztiane da antologia: di Brahms le Variazioni su un tema di Händel e su un tema di Paganini, di Liszt il Concerto nº 2, la più bella 'Ricordanza' che io abbia mai udita, ed alcune trascrizioni di 'Lieder' di Schubert eseguite con un magistero dell'architettura sonora che deriva sicuramente da Busoni e che non fa rimpiangere il Maestro. Altro modello di interpretazione lisztiana, che potrei definire 'sociologica' è il Valzer del Faust, di cui scrive Dallapiccola: "Qui Egon Petri crea un'apoteosi del Salon-Stück, evocando un'epoca e un pubblico che conosciamo indirettamente, attraverso letture o per sentito dire più che per esperienza personale. Nemmeno per un istante l'interprete cede alla tentazione di ironizzare quel mondo di ieri che la prima guerra mondiale soppresse in modo definitivo: egli ci ridà quell'epoca ormai consegnata alla storia, senza giudicarla; giuoca con la materia sonora e, nell'arditissimo giuoco, gode della propria bravura".

Prosa carduccianamente aerea per un'interpretazione acutamente evocativa: peccato che Dallapiccola non abbia scritto più spesso sui pianisti e che le case dei dischi non abbiano più spesso pensato a Petri!"
[Piero RATTALINO, Da Clementi a Pollini. Duecento anni con i grandi pianisti, Milano, Ricordi-Giunti Martello, seconda edizione, 1984, p. 227-228."]
Talvolta ho verificato l'emozione in lui suscitata - per es. La Melodie d'Orphée trascritta da Sgambati ed incisa da Mischa Levitzki - talvolta no, ma stavolta devo dire che le esternazioni del buon caro Maestro Rattalino, di cui ricordavo quello che scrisse a proposito di Petri, sono ampiamente condivisibili, sentendo i dischi del cofanetto.
Non mi dilungherò, ma devo dire che mi sono piaciute le Variazioni su un Tema di Haendel, talvolta eseguite in maniera troppo convenzionale, tanto da diventare "una palla" mostruosa, ma qui sdoganate ed eseguite con summa virtuosistica e altresì con una freschezza che rivela la somma intelligenza di Petri, laddove le stesse Variazioni op.24 sono forse le Variazioni più intelligenti di Brahms (e più classiche in senso stretto). E le incisioni lisztiane: dal secondo concerto di Liszt, eseguito magistralmente, a taluni studi trascendentali - Rattalino mi ricordo che parlava del nono "La Ricordanza" come il più bello che avesse mai sentito - il nono e il quarto, Mazeppa, a certe trascrizioni, come il sensazionale Valzer dal Faust di Gounod, o come certe trascrizioni da Schubert (presenti varie incisioni, degli anni '30 e degli anni '50), o una bellissima esecuzione - che non conoscevo - di Gluck-Sgambati (del 1936), o una favolosa interpretazione di Gnomenreigen di Liszt (incisione del 1929). Come non gioire e canticchiare sentendo Auf dem Wasser su singen (1929) o la seconda versione di Die Forelle (1929).
Molte sono le registrazioni di opere di Busoni (Petri fu l'allievo prediletto di Busoni) e tra queste, a me sono piaciute soprattutto le trascrizioni da Bach: Ich ruf' zu dir, Herr Jesu Christu, per esempio; o Wachet auf, ruft uns die Stimme; o quella della Ciaccona dalla Partita n.2 per violino solo.
Devo dire che i suoi Preludi di Chopin li conoscevo già,  come del resto la straordinaria esecuzione delle Variazioni da Paganini, ma le Quattro Ballate e i Pezzi op.118, no. E sono state una scoperta emozionante.
Beethoven è un capitolo a parte. Nel cofanetto sono presenti molte incisioni del compositore tedesco, e generalmente ho rilevato come lui tendesse a velocizzare i tempi, come ad evitare la prosaicità di certe interpretazioni assunte a riferimento e cristallizzate (per es. una Al Chiaro di luna in cui dall'incipit in poi, adotta un metro più veloce, evitando di adagiarsi nel romanticismo stucchevole di prassi; o una Sonata Hammerklavier, deliziosa, e finalmente non tediosa ).
Qualità sonora generalmente ottima, e finalmente un booklet cospicuo con note critiche di Mark Ainley (solo in inglese).
Da acquistare assolutamente. Per di più il cofanetto costa anche non molto (46 euro su Amazon).

Pietro De Palma

giovedì 11 maggio 2017

W.A. Mozart - Piano Works -W. Gieseking (registraz. 1953/54) - 2 cd Urania

L'altro giorno, presso il negozio di dischi dove vado abitualmente, ho trovato un doppio della Urania concernente pezzi sciolti di Mozart eseguiti da Gieseking.
Ora mi sono accorto che un amico potrebbe avermi regalato in passato l'edizione completa di Gieseking dei lavori pianistici di Mozart (EMI), e che quindi potrei aver acquistato un doppione. Ma siccome ho un mare di roba, non riesco a tenere a mente tutto, e quello che ho a casa dei miei talvolta scivola dai miei pensieri.
Si tratta di un doppio delizioso, ed è per quello che aveva richiamato la mia attenzione. Anche se le registrazioni, mono, non sono neanche tanto pulite, per cui i fruscii e il sottofondo sono tangibili.
Un'altra nota dolente, ma questa quasi sempre è la norma purtroppo nel caso di registrazioni storiche, è la mancanza di un testo, delle note, di un librettino insomma che presenti i brani.
E infine un ultimo appunto, peculiare in particolare di questa edizione, è la poca accuratezza dimostrata nello stampaggio delle tracce del disco, sul retro della confezione: infatti all'ascolto risultano esservi 16 tracce ma in realtà sulla confezione, sull'inlay, se ne leggono 15: e la sedicesima? Saltata. Il motivo devo dire mi ricordava qualcosa di Mozart. Poi mi è venuto in mente e ho controllato: si tratta delle 10 Variazioni in Sol M. KV 455 su "Unser dummer Pobel Meint".
Quindi, chi dovesse aver acquistato proprio questa edizione, abbia presente cosa sia questa fantomatica traccia, che poi sarebbe la quattordicesima - nell'ordine - del cd n.1. Nel cd n.2 invece le dieci tracce sul cd corrispondono esattamente a quelle annunciate nella confezione. Quindi si tratta di una dimenticanza solo per il primo dei due cd.
Al di là di queste note dolenti, l'incisione di Gieseking (1953-54) parla da sola. Al di là del fatto che io ami Gieseking, qui abbiano dinanzi una delle più belle incisioni dell'opera pianistica di Mozart. Direi sostanzialmente per due motivi: per il fatto che Gieseking qui esegua tutti i pezzi pianistici di Mozart, anche quelli normalmente trascurati (per es.i KV 1-2-3-4-5 composti ad un'età ancora infantile) e soprattutto per il fatto che Gieseking, pianista della vecchia scuola, ha un approccio talmente rispettoso nei confronti dei pezzi che interpreta, da rispettare esattamente i tempi di metronomo e quindi il minutaggio, cosa che molto spesso oggigiorno non è tenuta in considerazione.
Tra le altre cose suonate, ce n'è una, che contiene una curiosità, che sono sicuro molti non sanno. Ogni compositore ha la sua musica, i suoi motivi, tale che anche se non conosci un pezzo, ma hai sentito altre sue opere, puoi tentare un'attribuzione: capita per Bellini, Verdi, Beethoven, e anche per Mozart. Tra i pezzi interpretati da Gieseking, ci sono anche le 8 Variazioni KV 460. A tal proposito molti ignorano che l'incipit è sul tema "Come un agnello" ( dall'opera "Fra i due litiganti il terzo gode" di Giuseppe Sarti), che poi Mozart citò nella scena dal II atto del Don Giovanni, "Già la mensa è preparata":

 sentire al minuto 3.20 l'aria intonata da Leporello "Questo pezzo di fagiano, piano piano vo ad inghiottir", e confrontarla appunto con l'incipiti delle Variazioni.

Al di là di queste variazioni, c'è un tale raccoglimento nell'eseguire tutti i pezzi, da sfiorare quasi la sacralità.
Notevole.

P. De Palma


martedì 9 maggio 2017

Khatia Buniatishvili - Rachmaninoff : Concerti nn. 2 & 3 per Pianoforte & Orchestra - Paavo Jarvi/Czech Philarmonic Orchestra - cd Sony

Due anni fa parlai del primo cd di Khatia Buniatishvili. In quell'occasione dissi che non mi pareva fosse un'opera del tutto compiuta: c'erano delle cose qua e là che con un'analisi e una riflessione più attente - in sostanza mi pareva che l'ardore dell'età l'avesse trascinata un po' troppo - avrebbero acquisito una dimensione più significativa. Era il primo assaggio delle qualità espressive di Khatia.
Il disco ebbe contrastanti accettazioni: ci fu a chi piacque, e a chi - tra cui il sottoscritto - non piacque del tutto. Comunque sia tutti riconoscemmo che se quella pianista, per cui la Sony aveva pubblicato quel primo disco, avesse affinato ulteriormente la sua espressività, avremmo potuto parlare non di una promessa - e di promesse ce ne sono sempre tante ma poi molte rimangono solo delle promesse - ma di un'artista completa. Beh, due anni sono passati da quella mia recensione (e sei da quel primo disco), e ora possiamo dire che Khatia Buniatishvili non è più una meteora, ma un astro nascente.
Lo dimostra oltre che l'intensa ed entusiastica attività concertistica, anche quella discografica: la pianista georgiana è in questi giorni di nuovo sugli scaffali dei negozi di dischi col suo nuovo cd, sempre marchiato Sony, questa volta dedicato a Rachmaninoff: il Secondo e il Terzo Concerto. Che dimostra ancora una volta come la pianista oltre che una eccellente pianista, ed una bella donna, sia anche una macchina pensante: non a caso il disco viene dedicato a Rachmaninov (molto amato, molto conosciuto e molto suonato); e non a caso viene scelta una copertina di grande impatto. 
La Buniatishvili è molto attenta a questi particolari (l'avevamo capito sin dal suo primo disco ): così cone quello era una replicazione di un'atmosfera del passato,legata a qualche ricordo di opera pittorica molto simile, cone elementi molto ben costruiti - il pianoforte e la pianista in un bosco, con un cigno bianco ai piedi e lei vestita di nero e intorno la nebbia - e intensamente pensati, questo nuovo, dedicato ai due concerti più importanti e più conosciuti di Rachmaninoff, lega le opere presentate a qualcosa di nostalgico, di melò: non a caso la foto è in bianco nero, non a caso è ritratta dietro ad una finestra, il cui vetro è bagnato dalla pioggia. Ancora una volta una copertina di forte impatto emotivo, che ha il compito di illustrare quello che la pianista pensa e che deve innanzitutto conquistare lo sguardo di chi passa in rassegna i vari titoli. Quindi l'immagine sposata al marketing.
Donna intelligentissima, l'avevamo detto. Ma che si manifesta in questo suo quinto album (sono usciti altri tre dischi intanto, uno all'anno, e un dvd) una pianista oramai completa e più che un astro nascente. Rachmaninov dicevamo: e il Secondo e il Terzo. 
Già in questo vediamo la volontà di affermarsi. Il Secondo è il Concerto di Rachmaninov più conosciuto e più suonato: è bello, intenso, passionale e difficile...ma non troppo; insomma lo possono suonare tutti i pianisti con una qualche velleità. Ma il Terzo è altro: è intenso, passionale, e difficile, molto molto difficile. Non a caso solo i grandissimi lo hanno inciso: Horowitz, Gieseking, Limpany, Fiorentino, Argerich, Wild.
Ha due tempi estremi di grande impegno per il pianista ed un movimento centrale più idilliaco, più placido: dei due movimenti estremi che hanno in comune dei temi (il terzo riprende il primo aggiungendovi un'altro tema del tutto diverso), il terzo movimento è il virtuosistico in assoluto: è come una vetrina, in cui al pianista viene dato modo di sfoggiare la sua bravura - nella sfolgorante cadenza - e all'orchestra di esprimere solidamente l'accompagnamento orchestrale, che non è solo accompagnamento; e nel pirotecnico finale con quell' "accelerando" in cui il concerto finisce in un'apoteosi - voluta - di applausi.
L'interpretazione della pinista Georgiana lo dico qui e lo ripeto è da applausi: quaranta minuti, dico quaranta minuti dura il concerto! La Argerich ( ve la ricordata l'incisione e la ripresa video assieme a Chailly? ), quell'assatanata della Argherich, ci mise quarantuno minuti e mezzo; la Buniatishvili quaranta. E' oltretutto una incisione straordinaria!  Non siamo ai livelli della Lympany (36 minuti!!!) ma non è detto che prima o poi questa pianista in costante ascesa, non vi arrivi.
E' una delle più belle incisioni del Terzo di Rachmaninov interpretato da una pianista: altro bel terzo, oltre quello della Argerich, fu quello di Moura Lympany, della fine degli anni '50. Se pensiamo che Rachmaninov stesso lo suonò in trenta minuti, che Horowitz riuscì a suonarlo in trentatre minuti e Wild in trentacinque, l'incisione della Lympany fu al tempo..mostruosa.
Se vi aspettate da Khatia le ottave possenti e molto marcate...non ci sono. Non è una pianista pesante. No. E' una pianista agile, sinuosa, accattivante e raffinata. Molto raffinata. E' un pianismo che si riallaccia alla grande tradizione vorrei dire degli anni trenta, quaranta. In certo senso non è la pianista russa che la tradizione ci ha consegnato: se pensiamo a lei come ad una erede di Gilels, di Richter, della Grinberg, sbaglieremmo. Io penso invece che sia moto vicina alla tradizione francese: a pianiste e pianisti francesi come Jeanne-Marie Darré e Samson François. Molto, molto raffinata. Ma insieme..una furia. Se la Argerich era assatanata non so cosa sia la Buniatishvili.
Comunque sia il disco di Khatia Buniatishvili,  si sente e si risente. E conquista.
Magnifica!

P. De Palma

giovedì 27 aprile 2017

JOHN OGDON : THE COMPLETE RCA ALBUM COLLECTION.


L'avevo acquistato ma poi me ne ero dimenticato: se la musica fosse fatta solo di musica e di quello che ci piace, sarebbe bellissima. Tuttavia ci sono molte altre incognite, purtroppo. E allora le cose belle ma che si possono rimandare passano sempre in seconda linea rispetto a quelle necessarie.
Tuttavia oggi mi sono ricordato di non aver ancora scartato questo cofanetto.
Vari amici me ne avevano parlato benissimo. C'era chi - amico direttore di Musica Jazz - me ne voleva regalare una copia, ma io l'avevo già ordinato.
Devo dire in tutta sincerità che il cofanetto è molto particolare, cioè non so se sia adatto al musicofilo base, quanto piuttosto a quello più eclettico. 
John Ogdon, è stato un interprete molto versatile ed eclettico, che ha saputo imporre la sua personale scelta interpretativa non sempre in linea con le aspettative generali. Parlare di cosa sia l'aspettativa generale mi da la possibilità di snocciolare un mio vecchio pallino: il repertorio discografico lo fanno gli interpreti o le case discografiche?
Li avete mai visti Alkan o Hummel eseguiti su disco DGG? Ma poi, chi interpreterebbe Alkan o Hummel tale che la DGG accetterebbe un simile disco?
Il punto è questo: l'interprete fa il repertorio, ma la casa discografica influenza l'offerta. Il pubblico si sa - in particolare quello europeo, ancor più in particolare quello italiano - è pigro: non si scomoda, non prende posizione, accetta tutto quello che gli propinano le majorities. Trovare qualcosa di inusuale nel repertorio discografico delel etichette di maggiore prestigio è raro: vengono riproposti sempre i capisaldi, semmai vengono cambiati coloro che li eseguono. E' una scelta che si indirizza verso l'interpretazione. Ma l'interpretazione, presentando sempre le stesse cose, si cristallizza. Non è un caso che la ventata delel novità è propria delle piccole etichette, che per conquistare delle fette di mercato e sottrarle alle grandi, devono cercare per forza di essere maggiormente originali. Questo nell'ambito europeo. cioè in parole povere, se uno vuole Hummel sa bene di trovarlo su Hyperion, se uno vuole un compositore tedesco più negletto (per es. Brull) lo potrà trovare per esempio su CPO, etc..
Poi ci sono le grandi etichette oltreoceano, SONY per esempio, che hanno integrato l'immensa mole di interpretazioni discografiche CBS e RCA. Gli americani, diversamente dagli europei, sono stati sempre molto aperti al nuovo. E lo si vede per esempio proprio nel cofanetto di John Ogdon: musiche che non avremmo trovatofacilmente nel repertorio discografico di un'altra etichetta blasonata. Il fatto è che però, anche l'interprete ha le sue brave responsabilità. Se l'interprete non comincia a proporre delle cose nuove - poi ovviamente valuterà se il pubblico le recepisca o meno - verrà meno la sua originalità interpretativa rispetto ad altri.
John Ogdon di originalità ne aveva da vendere. E aveva anche un tale status virtuosistico imposto nelle sale da concerto, da riuscire a far accettare anche ai più riottosi, la registrazione dei concerti per pianoforte e orchestra di Robert Mennin e Richard Yardumian, due compositori statunitensi di cui si sa ben poco fuori dai confini americani: se il primo fu presidente della Juilliard School, e quindi in un certo senso conosciuto, anche per vena compositiva (le sue sinfonie sono state suonate in alcune occasioni e incise), il secondo è praticamente sconosciuto o quasi. E dei due concerti in giro non c'è alcuna altra incisione rimarchevole (ma io non ne ho trovate proprio) all'infuori di quella di Ogdon.
Ogdon dicevamo quindi, pianista controcorrente. Che non esitava a porre le proprie scelte sul piatto del contratto: se mi vuoi, devi accettare il resto.
Ecco perchè il cofanetto di 6CD è veramente qualcosa di unico : in un certo senso solo il CD lisztiano, rimasterizzazione dell' LP originale da un concerto del 1972 a Tokyo, è un qualcosa di non perfettamente originale, se vogliamo anche banale, presentando tutte cose molto note (Rapsodia n.2, Mephisto Waltz, Mazeppa, Feux Follets, la Campanella, Au bord d'une source, Il pensieroso, Tarantella, Grand Galop Chromatique: Rapsodia molto godibile, meno Grand Galop). Ma tutto il resto....
Hammerklavier di Beethoven.
Opere di Nielsen
Le due sonate per pianoforte di Rachmaninov
Il Concerto Solo per pianoforte di Alkan
valgono ampiamente l'acquisto.
In particolare il Concerto Solo di Alkan, in sostanza gli studi nn.8-9-10 dalla raccolta degli Studi nei Toni minori op.39, fu da Ogdon registrato per la prima volta nella sua forma originale e integrale. Il disco ha quindi al di là del valore interpretativo (una delle migliori iinterpretazioni, in senso assoluto) già di per sè rimarchevole, un valore storico indiscusso.
Solo grandi pianisti hanno inciso il  Concerto, e di questi, pochi possono stare sullo stesso piano di Ogdon: Egon Petri per quanto riguarda i pianisti storici ( dovrei averlo da qualche parte il disco, e anche quello con la Sinfonia), ma Vianna da Motta lo suonò in concerto (purtroppo non c'è nessuna registrazione). Invece tra le interpretazioni più recenti, più vicine a noi, di coloro che io ritengo essere sullo stesso piano di Ogdon, metterei solo Marc-André Hamelin e Jack Gibbons (quella di Gibbons in particolare è fantasmagorica. Purtroppo c'è solo un video su Youtube, mentre la sua incisione discografica è molto lontana nel tempo).
Quello che fa pensare semmai è come un cofanetto di tale portata sia difficile da trovare: io ho dovuto ordinarlo e mi è arrivato dopo tre mesi. Però è valsa la pena.

Pietro De Palma

mercoledì 29 marzo 2017

Gregorio Nardi a Lucca il 31 marzo


Chi mi legge sa che quasi mai qui si fanno anticipazioni di eventi perchè questo è un blog di analisi, magari di ricordi di eventi passati, e non è invece un blog nel senso giornalistico del termine, cioè in cui le news hanno una parte rilevante. Perciò in questo caso faccio un'eccezione. Che è dovuta principalmente a due fattori: 
1) il soggetto in questione è un caro amico, ma tale evenienza non sarebbe di per sè legittimante ad un cambio di rotta, visto e considerato che di amici ne ho alcuni che fanno i pianisti ma per loro non ho cambiato  modus agendi; 
2) il programma che questo amico svolgerà è di somma importanza: beh, il fattore vero è questo. Semmai mi fa un estremo piacere riconoscere ancora una volta che chi lo svolge è Gregorio Nardi, persona non nuova a scoperte di un certo spessore nel campo  della musicoilogia di ricerca.
Il prossimo 31 marzo alle ore 21 (dopodomani sera), nell'Auditorium dell'Istituto Superiore di Studi Musicali "L. Boccherini” di Lucca, Gregorio Nardi terrà un recital pianistico con capolavori di Moscheles, Beethoven, Liszt, Gershwin. 
Già di per sè l'esecuzione di una composizione di Moscheles è di per sè un fatto che fa notizia, perchè quasi nessuno in Italia (se si fa eccezione per la Brigandì che anni fa lo suonava e incise pure due dischi per Dynamic) si ricorda più di quel tale Ignaz che fu maestro di Mendelssohn. Tuttavia devo sottolineare che il pezzo forte della serata sarà l'esecuzione di un gruppo di sei virtuosistiche trascrizioni dal Song-Book del 1932 di Gershwin: composizioni che Gregorio Nardi ha ricostruito a partire dalle interpretazioni dello stesso compositore, conservate in rare registrazioni degli anni Venti eTrenta. Queste sei trascrizioni non sono altro che una parte delle 18 Songs che Nardi inciderà prossimamente. Tali trascrizioni sono il frutto di più di dieci anni di ricerche iniziate sotto l'egida di IcaMus, International Center for American Music.
Il giorno seguente, Sabato 1 aprile, nello stesso Auditorium, avrà luogo poi una sua Master-Class aperta ai pianisti dell’Istituto Superiore di Studi Musicali L. Boccherini. In programma: Beethoven, Chopin, Liszt.

P.D.P.