martedì 24 ottobre 2017

Maurizio Pollini interpreta: Schubert, Sonata D.845; Schumann, Sonata op.11 - CD DGG "The Originals"

Probabilmente uno dei più bei dischi di Pollini. 
I pochi lettori che vengono qui a sentire una voce fuori dal coro (sfortunati o fortunati, lo dicano loro), sanno che non amo particolarmente Pollini, almeno quello delle incisioni DGG. Avrà probabilmente ragione il mio amico Gregorio nardi quando dice che le registrazioni DGG inficiano la bellezza delle incisioni polliniane, perchè vogliono quel suono serio, granitico che alcuni associano a lui? Non lo so. Certo è che l'ultimo Pollini a me non piace.
A me piace il Pollini giovane, quando non  aveva il peso delle scelte già fatte: il Pollini che suonava il terzo concerto di Prokof'ev,o la trascrizione pianistica beethoveniana del suo concerto per violino, e così via. Allora erano dei pugni nello stomaco, un modo per gridare: "sono fuori dal tunnel del divertimento", per citare Caparezza.
E questo disco con la Sonata D.845 di Schubert e la prima sonata di Schumann, testimoniano proprio questo approccio fresco, che non significa ingenuo alla Demus (anche quello apprezzabilissimo), eppur rigoroso.
Il rigore interpretativo lo si vede soprattutto nella risoluzione di quell'arduo rompicapo che è il gioco delle mani nell'inizio della Sonata di Schumann, un virtuosismo non scenografico potremmo dire, un tipo di virtuosismo che ai pianisti non tanto piace. Ma se vuoi suonare Schumann bene devi risolvere l'empasse, e Pollini la risolve da par suo. Anche se non si butta mai. Io preferirei uno più temerario, più senza freni: invece il suo modo di suonare è sempre controllato, anche quando sembra essere liberio da preconcetti. Se vogliamo per certi versi è il pianista italiano che più si avvicina a Michelangeli (da come la vedo io). Per Schumann preferirei un approccio più appassionato. Ma Pollini bisogna prenderlo così com'è.
E anche Schubert non si discosta da questo approccio interpretativo. E' uno Schubert serio, anche troppo, che si avvicina non tanto ai pianisti sovietici tipo Richter, quanto allo Schumann di Kempff. E in Kempff forse troviamo la radice di una visione comune del disco: così come il pianista tedesco, Pollini vede il riferimento comune delle due sonate e dei due autori in Beethoven. Ora che ho passato i cinquanta, vedo con favore a quello Schubert che disdegnavo quando ne avevo 20: allora guardavo idolatramente a Richter, ora a Brendel, a Klien, a Dalberto.
Tuttavia il disco è bello, e almeno ci presenta un Pollini non impastoiato negli ingranaggi delle etichette, quando aveva la sfrontatezza di fare delle scelte anche contro corrente. Certo alla vista delle incisioni complessive di Pollini, mi sarei aspettato una maggiore considerazione dell'opera schubertiana: invece egli ha inciso quei lavori che se non avesse fatto, sarebbero stati un'occasione persa. In definitiva le tre ultime sonate, i klavierstuke D946, le due antologie di Improvvisi, la Wanderer, la Sonata D 845, rappresentano alcuni capisaldi. Certo a quel punto avrei voluto davvero vedere Pollini con l'op.53, una sonata spiritosa e in cui la monumentalità si sposa al folklore, o alle prese della sonata di Michelangeli o delle Variazioni Huttenbrenner. Ma l'unica concessione sua fu proprio la sonata op.42, che non a caso è vista come la sonata schubertiana più vicina a Beethoven.
Non a caso Pollini non va alla ricerca dello Schubert ingenuo, dello Schubert viennese, ma di quello vicino alla solidità e trasfigurazione beethoveniana. Che è una parte dello Schubert pianistico, ma non per forza quello più interessante.

P. De Palma

venerdì 22 settembre 2017

Felix Mendelssohn Bartholdy : Concerti nn.1-2 per pf.e orchestra; Rondo Capriccioso + Variatios Serieuses. Jean-Yves Thibaudet/ Herbert Blomstedt/Gewandhausorchester Leipzig


I concerti di Mendelssohn sono una mia vecchia passione.
Quando ero giovane e i cd non li avevano ancora inventati, e compravo LPs, mi ricordo che appena trovavo dei Concerti di Mendelssohn, li prendevo a scatola chiusa, ancor prima che cominciassi a leggere libri e trattati di musica. Mi ha sempre affascinato la freschezza dell'allievo di Moscheles, ma anche la sua insospettabile profondità e la struggente melanconia che emerge soprattutto nei quartetti, l'afflato lirico e la sapiente padronanza armonica e melodica.
Quei dischi li ho ancora nella mia vecchia casa, e suonano ancora bene, perchè il giradischi è un Thorens: soprattutto quelli con Brenda Lucas e John Ogdon.
L'unico disco con i due concerti per pianoforte e il Capriccio Brillante, che sentivo ancora prima di acquistare il giradischi Thorens, su un vecchissimo giradischi Lesa, quello sì che è insentibile, tanti sono i fruscii e i raschi. Perchè è uno dei dischi che sentivo di più, tanto mi piacevano e mi piacciono i due concerti per pianoforte e orchestra (anni fa Prosseda ne ha scoperto un terzo incompleto) e il Capriccio Brillante! 
Mi piacciono tanto che ne ho collezionate varie versioni: la prima, quella su quel LP raschiato (di cui poi l'equivalente in cd quando fu riversato), è quella fantastica di Serkin (incisione CBS); poi su cd, le incisioni di Peter Katin, Murray Perahia, Howard Shelley, Martin Stadtfeld, Derek Han, Adrian Schiff. Fino ad oggi 7 differenti incisioni.
Ma poi ho acquistato, presso Feltrinelli con lo sconto del 70% parecchi dischi in offerta, e tra questi, uno fantastico di Jean-Yves Thibaudet della Decca.
Disco anche piuttosto vecchiotto, ma devo confessare che non sapevo che Thibaudet li avesse registrati i due di Mendelssohn, altrimenti l'avrei preso prima, anche a prezzo alto. 
Io stravedo per Thibaudet. 
In VHS  avevo i Turangalila di Messiaen, e il Quintetto per pf. e archi di Hummel in Mi bem minore. Quest'ultimo con lui parecchio giovane, della metà degli anni 90. Il disco Decca è del 2000, quindi di diciassette anni fa. Ancor oggi Thibaudet è un signor pianista: il suo Rachmaninov mi piace molto, per non parlare dei Concerti di Saint-Saens che per i francesi sono un must.
Ma questo disco è S-e-n-s-a-z-i-o-n-a-l-e. Niente di più.
Siamo ai livelli di Serkin, sullo stesso piano. Peccato che nel disco ci siano il Rondo Capriccioso e le Variations, sicuramente prese da altra registrazione. E non il Capriccio Brillante che è dello stesso tempo del Primo Concerto.
Le mani volano sulla tastiera, più veloci dei pensieri e tutto con un senso del ritmo e del fraseggio altissimo. I rischi vengono affrontati con spavalderia e superati, per non parlare della brillantezza del brano, conseguenza naturale del virtuosismo impressionante e della intelligenza dell'esecutore, coadiuvato con bravura da Bloomstedt e dalla leggendaria Orchestra del Gewendhaus di Lipsia.
Il Rondo capriccioso è più muscolare di quello di Serkin (quello era forse più elegante), ma anche qui siamo su livelli altissimi. Idem per le Variations, che francamente, pur essendo uno dei brani più suonati della dimensione per pianoforte solo, non mi sono mai veramente piaciute. Ma Thibaudet riesce anche a farmele piacere.
Da acquistare senza indugi.

P.D.P.

martedì 19 settembre 2017

Apres une lecture de LISZT - Giuseppe Albanese - CD DGG , 2015

Tempo fa parlai del primo disco di Giuseppe Albanese. Tuttavia nel 2015 è uscito il secondo, dedicato interamente a Liszt.
Parlai bene del primo, ma il secondo mi ha entusiasmato.
Bisognerà seguire bene questa promessa italiana che sta maturando.
Suona con una maturità sconcertante, ed è uno che sicuramente ha sentito parecchio dei grandi maestri: non è uno che un bel giorno fa che so l'Hammerklavier senza mai aver sentito quella di Backhaus o Pollini o Libetta. 
Albanese, ha sicuramente imparato da parecchi grandi interpreti lisztiani del passato: per es. l'accostamente di Berman mi pare non fuori luogo per Apres une lecture de Dante: Fantasia quasi sonata, così come Brendel o Arrau per  San Francesco da Paola che cammina sulle acque, un brano che dovrebbe essere maggiormente conosciuto di Liszt,  per la sua forza evocativa: un semplice tema musicale accennato quasi in sordina che poi mano mano viene ripetuto e accresciuto nel volume del suono aggiungendo accordi, ottave spezzate e quant'altro, fino al finale in fortissimo. 
Ma là dove il disco mi ha entusiasmato , oltre una Rapsodia spagnola notevole, è nelle Reminiscences de Norma, dove Albanese sa cantare ma anche suonare, mantenendo il ritmo e la verve dei brani dell'opera cantati, non lasciandosi fermare dalla difficoltà del brano e adottando un metro più prudente, ma anzi lasciandosi prendere dalle danze, e partecipandovi quasi orgiasticamente senza controllo. Qui e lì si nota qualche sbavatura, quando Albanese nel furor eccede e interpreta in modo quasi improvvisatorio la scrittura lisztiana, ma io preferisco cento, mille volte un'interpretazione del genere alle solite prive di colore e di ritmo. 
Direi che questa Norma di Albanese è quasi sullo stesso piano di quella di Ivan Davis, che è la migliore Norma lisztiana che abbia mai sentito.
E per un interprete ancora giovane suonare come Davis, Brendel, Berman o Arrau, è certamente un traguardo non da poco.
Nel panorama discografico degli album interamente dedicati a Liszt, è uno di quelli degli ultimi anni che mi ha maggiormente colpito. 

Pietro De Palma  

domenica 17 settembre 2017

The Maryla Jonas Story : Her complete piano recordings - 4 CD SONY/CBS

Io sono un essere istintivo, e in tutto quello che faccio, non sono mosso primariamente da riflessione, ma da istinto; la riflessione viene dopo. Così soprattutto per la musica.
Questo è un blog costruito non perchè mi fossero giunte richieste da conoscenti o estimatori, come i blog di letteratura di genere, ma per piacer mio, perchè così avevo una valvola di sfogo delle mie pulsioni in materia musicale. Sopite ma non del tutto, da quando smisi di scrivere su pagine di giornali, per la venuta meno del principale motore di quegli anni della vita musicale cittadina, cioè l'incendio del Teatro Petruzzelli di Bari, che ora sta ritornando agli antichi fasti (forse anche superandoli): la stagione sinfonica e di recitals 2018 prevede già partecipazioni più che illustri (Pollini, Volodos, Beatrice Rana, Sokolov, Seong-Jim Cho, Pletnew, Andsnes,Arciuli, Repin)- Per cui, scrivo solo quando ne sento la necessità, e non perchè debba farlo.
Riapro i fili col mio esiguo pubblico di lettori - e non mi frega nulla che sia esiguo - parlando di una uscita nuova che è passata sotto silenzio o quasi: la pubblicazione in CD dopo quasi settant'anni di oblio, delle incisioni chopiniane di Maryla Jonas.
Me ne ha parlato per la prima volta il mio grande amico Aldo Lotito, uno dei più grandi collezionisti italiani, e siccome condividiamo la stessa passione per le registrazioni pianistiche d'epoca, la cosa mi ha incuriosito, e non poco, visto che Maryla Jonas si sa (o almeno si dovrebbe sapere da parte almeno dei melomani e aficionados di storia della sicografia pianistica) che fu allieva di Paderewski, come lo furono Witold Małcużyński e Halina Czerny-Stefańska, suoi compagni di corso.
Pur avendo vinto il premio Beethoven di Vienna ed esser stata solo 13esima a quello Chopin di Varsavia, Maryla Jonas è conosciuta per le sue straordinarie incisioni chopiniane dell'epoca. La Sony/Cbs finalmente le ha tolte dal dimenticatoio e proposte in un cofanetto di 4 Cd dal titolo "The Maryla Jonas Story" - Her Complete Piano Recordings.
Dei 4 proposti, tre sono interamente chopiniani, mentre il quarto abbraccia diversi altri compositori, da J.S.Bach a V.Thomson.
E' un tipo di pianismo per nulla passionale; direi invece molto ragionato, astratto, rarefatto, intellettuale. Basta vedere come interpreta le Mazurke. Tanto per farvi capire... Avete in mente Rubinstein, un altro polacco come lei, e il suo approccio chopiniano? Beh, l'opposto.
Un pianismo però di grande, grandissima classe.
Tradisce però un approccio vecchio tipo, appartenente più all'ottocento che al novecento : per esempio la tendenza da lei condivisa di suonare e incidere piccoli pezzi, ninnoli, alla maniera della Novaes per esempio o dei grandi pianisti a cavallo dei due secoli. Negli anni '40 in cui già Schnabel aveva consegnato alla storia l'incisione delle sonate di Schubert, opere di grandi dimensioni formali, la Jonas di Schubert  incideva le Orginaltanze D.365 o i Valses Sentimentales. E la cosa non cambiò negli anni '50.
Un'altra cosa che noto è l'approccio culturale: tra i compositori scelti (LP Minatures, compreso nel quarto CD), vi sono solo due compositori noti del Novecento: Casella e Thomson, ed un anonimo (Nicholas). Tutti gli altri sono compositori dei secoli passati. Inoltre stupisce moltissimo la mancanza tra di essi di Beethoven, tanto più che proprio come pianista beethoveniana si era fatta conoscere in Europa, vincendo il Concorso di Vienna. E' come se, una volta diventata famosa, e avesse avuto la possibilità di incidere, non avesse scelto cose che forse non sentiva come proprie ma che l'avevano fatta conoscere, ma cose che invece sentiva a lei intimamente legate.
Da altri riscontri polacchi, sappiamo che la Jonas prima della guerra aveva eseguito il Primo Concerto di H.Melcer e la Scarlattiana per pianoforte e orchestra di Casella.
Il grande musicologo americano Nigel Nettheim ha ricostruito sulla base di varia documentazione, i recitals di Maryla Jonas negli anni 1940-1943 a Rio de Janeiro (la Jonas fuggì in Brasile, tramite l'ambasciata brasiliana, allorchè la Polonia fu invasa, dopo che un ufficiale tedesco che l'aveva sentita anni prima, le aveva consigliato di rivolgersi al Brasile per fuggire dall'Europa, visto che era stata già fermata dalla Gestapo per qualche tempo dopo il suo rifiuto a partire per Berlino):
30 June 1940

Handel: Passacaglia
Rossi: Andantino
Rameau: Menuet
Beethoven: Sonata Op. 31
Schubert: Study[?] and Waltzes
Villa Lobos: Suite infantil
Itiberé da Cunha: Marcha humorística
Prokofiev: Sonata in f minor Op. 1
Chopin: 2 Nocturnes
Chopin. 2 Mazurkas
Chopin: 2 Waltzes
Chopin: Polonaise

3 May 1941

Paderewski: Toccata
Rachmaninov: Variations on a Theme of Corelli
Chopin: Rondo op. 18
Chopin: Nocturne op. 72
Chopin: Three Ecossaises
Chopin: Two Mazurkas op. 63 No. 2 and Op. 68 no.1
Itiberé da Cunha: Cancion ritual de macumba
Chabrier: Idylle
Zarembski: Allegro molto and polonaise fantasie

13 May 1941

Bach: Toccata in D major
Schubert. Two Moments musicals and Ecossaises
Chopin: Polonaise
Casella: Three miniatures
Villa Lobos: Minstrel Impressions
Albeniz: Bolero
Strauss: Life of the artist
Handel. Passacaglia
Rossi: Andantino

10 April 1943

Mozart: Fantasie No. 2 in d minor
Bach: Italian Concerto
Schumann. Fantasies for piano Nos. 1, 2, 3, 4
Mendelssohn: Rondo capriccioso
J. Ficher: El gallo arrogante y la gallina humilde
Itiberé da Cunha: Marcha humorística
Chopin: Bolero
Chopin: Two Mazurkas
Chopin: Valse brillante
Chopin: Polonaise op. 44

21 April 1943

W. F. Bach: Capriccio in d minor
Haydn: Variations [no. 20?] in f minor
Beethoven: Sonata Op. 49
Szymanowski: Study op. 4 No. 3
Prokofiev: Sonata in f minor op. 1
Chopin. Polonaise op. 71 No. 2
Barroso Netto: Cavallinho de pau
Shostakovich: Polka
Strauss: Life of the artist 
(da  http://nettheim.com/jonas/RecitalPrograms1940-1943RioDeJaniero.html )

Secondo varie ipotesi, la Sonata op.31 di Beethoven dovrebbe essere la "Tempesta" op.31/2 che in quegli anni la Jonas aveva frequentemente proposto.
Notiamo però anche altre opere di dimensioni non contenute come le altre: le Variazioni di Haydn, la Sonata di Prokofiev n.1, e soprattutto le Variazioni su un tema di Corelli di Rachmaninov.
Le incisioni CBS che datano a partire dal 1946, cioè immediatamente dopo la guerra, ci presentano una Jonas più dimessa: era ancora parecchio giovane (35 anni) ma la fuga precipitosa in Brasile l'aveva in qualche modo fiaccata: era stata prigioniera della Gestapo per molte settimane, e per di più aveva problemi di salute gravi (successivamente fu diagnosticato un problema ematico).
Io penso, ma è solo una mia supposizione, che la mancanza della patria lontana (in certo senso la Jonas aveva nei riguardi della Polonia lo stesso atteggiamento di Oginski) abbia influenzato anche le scelte discografiche. 3 cd sono dedicati interamente a Chopin: forse un ponte mentale e virtuale con la Polonia lontana? Nel restante cd nessuna opera di Beethoven (il compositore assieme a Wagner più amato dai nazisti), nessuna di compositori russi (anche l'URSS aveva partecipato alla spartizione della Polonia nel 1939). Un preciso intendimento politico, quindi ? Non so. Ma la mancanza di Beethoven dalla sua discografia, è una cosa che balza agli occhi. 
Come pure balza agli occhi, per una virtuosa degli anni pre-guerra - tanto più che aveva studiato oltre che con Paderewski anche con Sauer, anche se lei non ne parlava - l'assenza assoluta di un altro compositore molto amato in Germania (dato l'influsso su Wagner) anche se non tedesco in senso stretto: Liszt. Manca nella sua discografia, ma anche nei suoi recitals. Cosa stranissima.
Anzi, tra Beethoven e Liszt, è proprio la mancanza di Liszt che ancor più balza agli occhi, dato che Beethoven, anche se non incidendolo, continuava ad essere suonato in pubblico: per es. in un suo recital alla Carnegie Hall il 4 febbraio 1950 ( op.26 e Rondo in Do Maggiore). Anche se è vero che la Jonas morì ancor giovane, a 48 anni, nel 1959. Mozart invece era suonato e inciso dalla pianista polacca: in un recital alla Carnegie Hall del 1956 (l'ultimo), suonò nella prima parte del recital, 2 sonate di Mozart (KV 310 e 330).
Chi volesse avere più ampi ragguagli sulla vita e l'opera di questa pianista dimenticata (anche per il repertorio non certo smisurato come altri pianisti della sua epoca), ma che per il tempo prima della guerra si era imposta come una delle figure più importanti, può anche leggere un interessantissimo e lungissimo articolo di Christopher Howell, in inglese ( http://www.musicweb-international.com/classrev/2017/Feb/Jonas_forgotten.htm ).

Pietro De Palma
 
 
 
 
 

domenica 16 luglio 2017

Felix Mendelssohn Bartholdy: Concerto n.1 op.25, Variations Serieuses, op.54, scelta da Lieder ohne Worte - Martis Stadtfeld, piano - CD SONY

Martin Stadtfeld, nato nel 1980, nel 2002 è balzato improvvisamente all'attenzione del mondo della musica claasica, vincendo uno dei concorsi internazioniali specialistici più prestigiosi, il Bach di Lipsia. Da allora ha cominciato una fulminea carriera internazionale, sia in ambito concertistico, sia discografico, a contratto con la Sony, che da un po' di tempo a questa parte sta puntando le sue energie soprattutto sulle nuove leve.
Il suo disco con le Variazioni Goldberg è stato in testa alle classifiche di musica classica in Germania, e si poteva anche immaginarlo avendo vinto il Bach. Ma Mendelssohn è diverso. Eppure...
Eppure anche questo è un disco notevole.
Diciamo subito che la parte principale non la si riserva alle Variazioni nè alle Romanze senza parole, che hanno il compito di riempire (perchè eseguire il Capriccio op.22?) ma ovviamente al Concerto op.25. Che non è un vera e propria prima donna, anzi soffre un po' di misantropia, visto che pochi concertisti lo suonano. E non si capisce neanche tanto perchè, tanto più perchè è estremamente brillante e ha un ritmo indiavolato, a meno di non mortificarlo cacciandolo nell'alveo del romanticismo melenso.
Stradtfeld rifugge da questa tentazione , grazie a Dio, e dona un'interpretazione scintillante, assecondando l'ottima Academy di St. Martin in the Fields diretta dall'inossidabile Sir Neville Marriner.
Già dall'attacco del Molto allegro con Fuoco, il pianista tedesco si dimostra all'altezza della partitura, e si butta con indomito coraggio nella selva di note, non arrestandosi mai di fronte ai grovigli ma anzi domandoli e superandoli con forza, energia, e capricciosa verve. Idem nell'Andante, più dolce e meno ardimentoso che prepara l'entrata del Presto, che conduce il pianista dopo una cavalcata impetuosa all'agognato finale.
Devo dire in tutta sincerità che quando acquistai il disco non mi aspettavo una tale esplosione di virtuosismo e di scintillante bravura (e anche di sottile intelligenza): mi aspettavo una interpretazione più compassata ed quindi ero alquanto dubbioso. ma poi prevalse la curiosità e quindi...
L'intelligenza maggiore sta soprattutto nell'aver inquadrato il concerto in una atmosfera tipicamente Biedermeier (come il terzo concerto di Moscheles o i due dell'op.85 e 89 di Hummel), puntando sul capriccio, sulla frivolezza e quindi sulla brillantezza, più che sulla riflessione.
Le mani ci sono, ma anche la testa.
Marriner, che è scomparso l'anno scorso, aveva già inciso il primo, e anche il secondo concerto , con Murray Perahia . Pare che il tempo non sia trascorso, perchè l'Orchestra è strepitosa, e tale anche il direttore. Piuttosto questa compagine orchestrale manterrà il suo richiamo non con il proprio mentore?
L'interpretazione di Stadtfeld per certi versi ricorda e appaia quella storica di Rudolf Serkin, che rimane prunto di riferimento anche perchè in quella storica edizione discografica CBS aveva anche inciso il Secondo Concerto e il Capriccio.
Da ascoltare.

P.D.P. 

mercoledì 12 luglio 2017

Mozart: Piano Sonate KV 310, 333, 570; Preludio e Fuga KV394 - GIANLUCA CASCIOLI, CD DGG

Gianluca Cascioli vinse il Concorso Micheli nel 1994. Chi fosse Umberto Micheli l'ho detto presentando la silloge di saggi che fu pubblicata in occasione del Micheli:
https://conversandoconsilvia.blogspot.it/2016/03/da-beethoven-boulez-il-pianoforte-in.html
Comunque sia mi ripeto: "..Innanzitutto per chi non ha mai sentito parlare di lui, dico subito che Umberto Micheli fu un musicista e docente per trent'anni al Conservatorio di Milano. Il figlio Francesco, imprenditore e finanziere oltre che mecenate, e presidente di Mito, il festival internazionale che unisce Milano e Torino nella seconda decade di settembre di ogni anno, nel 1994 lanciò l'idea di un concorso internazionale per pianoforte, progettato da un ristretto gruppo di amici musicisti, una sorta di comitato artistico, formato da Mario Messinis, Luciano Berio, Bruno Canino, Maurizio Pollini, per scegliere un vincitore che sapesse guardare al presente attraverso il passato e il passato attraverso il presente. Di qui l'idea di cun concorso che presentasse varie prove non solo di musica pianistica del passato ma anche contemporanea..".
Son passati molti anni, 23 per l'esattezza e Cascioli è alle soglie dei 40 anni (quasi). Ma in questi anni non ha mutato indirizzi e concezioni semmai li ha accentuati.
Il Cd dedicato a Mozart è uscito tre anni fa, ma fin dalla sua uscita ha diviso gli animi, cosa che accade sempre ai Geni, perchè Gianluca Cascioli è un Genio, su questo non c'è dubbio. Potrebbe sembrare un intellettuale, soprattutto quando rilascia interviste, ma è menzione diffusa, che lungi dal pensare che "sia uno che se la tiri", è un tipo straordinariamente simpatico: tutti coloro che me ne hanno parlato, non ultimo il mio caro amico Aldo Lotito, avvocato di Corato e straordinario collezionista di dischi, che l'ha conosciuto, ripetono tutti la stessa cosa: Cascioli è un tipo simpaticissimo.
Un Genio simpatico, insomma qualcosa di meglio di Glenn Gould o Ivo Pogorelich. Perchè ho citato gli altri due? Perchè sono due Geni: Glenn Gould è lì che ci osserva, Pogorelich pareche sia rinato (io me l'auspico). Ma molto riservati, introversi, innamorati solo della musica. Ma...Geni.
Perchè dico che Cascioli è un Genio? Perchè non si uniforma al dire e al fare comuni, ma cerca delle proprie espressioni, delle sue vie, forse anche discutibili (le accentuazioni e la variazione del tempo di metronomo, soprattutto nel primo tempo della sonata K 310, lasciano sovente basiti) ma comunque rispettabilissime, tanto più che non le lascia appese a qualcosa, ma le spiega in maniera dettagliata, esplicando perchè o per come suoni così, perchè esegua le legature in un suo modo piuttosto che in un altro.
E' un Mozart diverso, forse anche strano, ma comunque interessantissimo, così come era interessantissimo il Mozart di Pogorelich o quello di Gould, con i suoi staccati, esagerati, ma che decontestualizzavano l'interpretazione mozartiana dal XX secolo per retrodatarla, ricreando gli effetti tipi delle spinette.
E io preferisco cento volte di più un artista che cerchi vie nuove, che sperimenti, magari anche sia oggetto di critiche, ma comunque si metta continuamente in gioco, piuttosto che qualcuno che suoni alla maniera degli altri.
Sì lo so che per uno come me che adora il Biedermeier, è un controsenso.

Ma anch'io sono un tipo controverso. 
E come recito nel motto su Google, Odi profanum vulgus et arceo.

Pietro De Palma

lunedì 3 luglio 2017

Egon Petri - The complete Columbia and Electrola solo and concerto recordings (1929-1951) - 7 CD APR


Acquistato tre mesi fa, è una delle "summae" più coinvolgenti che abbia mai sentito, e sono contentissimo di aver acquistato il cofanetto APR consigliatomi da un amico.
Di Egon Petri, avevo già un CD OPAL (di tre) con rarissime registrazioni di ALKAN (Il Concerto per pianoforte solo, in sostanza 4 Studi dell'op.39) ed un cofanetto della Music & Arts, acquistato negli anni '90 a Milano, che sostanziamente si complementa a questo dell'APR, presentando le incisioni dal 1954 al 1962. Tuttavia devo dire che questa emissione della APR è un evento straordinario, perchè mette a disposizione dell'appassionato una serie di registrazioni leggendarie e d'antologia se non addirittura di riferimento, per molti compositori, da Liszt a Brahms, a Bach.
Ancora una volta, a suggerire l'ascolto è stato il buon vecchio e grande Piero Rattalino, di cui quando ero più giovane acquistavo tutti i libri.
In particolare, come dissi quando parlai del suo "Da Clementi a Pollini", volume veramente fondamentale per la storia della letteratura pianistica e per la storia della discografia pianistica (di cui lui si può dire sia stato il fondatore in Italia), quel volume aveva come scopo recondito - secondo me - quello di suggerire ai tipi curiosi - anzi si indirizzava a quelli - come me, di acquistare poi le incisioni, salvo procurarsele in tutti i modi possibili, dei pianisti di cui parlava, per confrontare se quello che lui scriveva fosse vero oppure no. Ne riporto un estratto di cui lui parla di Petri:
"Luigi Dallapiccola riteneva che Egon Petri fosse uno tra i maggiori pianisti del Novecento, se non il maggiore in assoluto, e le superstiti incisioni ci dicono che Petri fu effettivamente un grande pianista. Allievo della Carreno, ma violinista agli inizi della carriera, Petri fu 'scoperto' come pianista da Busoni, che era amico del padre. Dal principio del secolo - era nato nel 1881 - Petri diventava il devotissimo allievo ed interprete di Busoni, di cui eseguiva i più importanti lavori, con cui suonava a due pianoforti e con cui collaborava quale coeditore delle opere di Bach. Molto ammirato come interprete di Bach, Petri tentò un ampliamento del repertorio pianistico al repertorio prebachiano: non più al modo di Anton Rubinstein, che aveva eseguito pagine dei virginalisti inglesi, ma trascrivendo per pianoforte musiche per organo di Buxtehude. Il tentativo, in cui Petri fu imitato da Prokofiev, era anacronistico e non ebbe successo, ma dimostra la curiosità intellettuale di Petri, che tentò anche di riportare con onore Alkan e Henselt.
Le incisioni di Petri non sono numerosissime, e tuttavia, oltre ad una eccellente 'Fantasia contrappuntistica' di Busoni, di storica importanza, egli ha lasciato alcune interpretazioni brahmsiane e lisztiane da antologia: di Brahms le Variazioni su un tema di Händel e su un tema di Paganini, di Liszt il Concerto nº 2, la più bella 'Ricordanza' che io abbia mai udita, ed alcune trascrizioni di 'Lieder' di Schubert eseguite con un magistero dell'architettura sonora che deriva sicuramente da Busoni e che non fa rimpiangere il Maestro. Altro modello di interpretazione lisztiana, che potrei definire 'sociologica' è il Valzer del Faust, di cui scrive Dallapiccola: "Qui Egon Petri crea un'apoteosi del Salon-Stück, evocando un'epoca e un pubblico che conosciamo indirettamente, attraverso letture o per sentito dire più che per esperienza personale. Nemmeno per un istante l'interprete cede alla tentazione di ironizzare quel mondo di ieri che la prima guerra mondiale soppresse in modo definitivo: egli ci ridà quell'epoca ormai consegnata alla storia, senza giudicarla; giuoca con la materia sonora e, nell'arditissimo giuoco, gode della propria bravura".

Prosa carduccianamente aerea per un'interpretazione acutamente evocativa: peccato che Dallapiccola non abbia scritto più spesso sui pianisti e che le case dei dischi non abbiano più spesso pensato a Petri!"
[Piero RATTALINO, Da Clementi a Pollini. Duecento anni con i grandi pianisti, Milano, Ricordi-Giunti Martello, seconda edizione, 1984, p. 227-228."]
Talvolta ho verificato l'emozione in lui suscitata - per es. La Melodie d'Orphée trascritta da Sgambati ed incisa da Mischa Levitzki - talvolta no, ma stavolta devo dire che le esternazioni del buon caro Maestro Rattalino, di cui ricordavo quello che scrisse a proposito di Petri, sono ampiamente condivisibili, sentendo i dischi del cofanetto.
Non mi dilungherò, ma devo dire che mi sono piaciute le Variazioni su un Tema di Haendel, talvolta eseguite in maniera troppo convenzionale, tanto da diventare "una palla" mostruosa, ma qui sdoganate ed eseguite con summa virtuosistica e altresì con una freschezza che rivela la somma intelligenza di Petri, laddove le stesse Variazioni op.24 sono forse le Variazioni più intelligenti di Brahms (e più classiche in senso stretto). E le incisioni lisztiane: dal secondo concerto di Liszt, eseguito magistralmente, a taluni studi trascendentali - Rattalino mi ricordo che parlava del nono "La Ricordanza" come il più bello che avesse mai sentito - il nono e il quarto, Mazeppa, a certe trascrizioni, come il sensazionale Valzer dal Faust di Gounod, o come certe trascrizioni da Schubert (presenti varie incisioni, degli anni '30 e degli anni '50), o una bellissima esecuzione - che non conoscevo - di Gluck-Sgambati (del 1936), o una favolosa interpretazione di Gnomenreigen di Liszt (incisione del 1929). Come non gioire e canticchiare sentendo Auf dem Wasser su singen (1929) o la seconda versione di Die Forelle (1929).
Molte sono le registrazioni di opere di Busoni (Petri fu l'allievo prediletto di Busoni) e tra queste, a me sono piaciute soprattutto le trascrizioni da Bach: Ich ruf' zu dir, Herr Jesu Christu, per esempio; o Wachet auf, ruft uns die Stimme; o quella della Ciaccona dalla Partita n.2 per violino solo.
Devo dire che i suoi Preludi di Chopin li conoscevo già,  come del resto la straordinaria esecuzione delle Variazioni da Paganini, ma le Quattro Ballate e i Pezzi op.118, no. E sono state una scoperta emozionante.
Beethoven è un capitolo a parte. Nel cofanetto sono presenti molte incisioni del compositore tedesco, e generalmente ho rilevato come lui tendesse a velocizzare i tempi, come ad evitare la prosaicità di certe interpretazioni assunte a riferimento e cristallizzate (per es. una Al Chiaro di luna in cui dall'incipit in poi, adotta un metro più veloce, evitando di adagiarsi nel romanticismo stucchevole di prassi; o una Sonata Hammerklavier, deliziosa, e finalmente non tediosa ).
Qualità sonora generalmente ottima, e finalmente un booklet cospicuo con note critiche di Mark Ainley (solo in inglese).
Da acquistare assolutamente. Per di più il cofanetto costa anche non molto (46 euro su Amazon).

Pietro De Palma