venerdì 26 dicembre 2014

ALKAN: gli altri scopritori



Avevamo parlato di Ronald Smith e della sua dedizione alla riscoperta di Alkan, e del brano che per me sintetizza il meglio che abbia inciso di Alkan Ronald Smith, cioè i Tre Grandi Studi dell’op.76. Invero Ronald Smith incise anche l’altra grande opera di Alkan, ossia i Grandi Studi op.39, un’opera mastodontica che non trova eguali.
Se volessimo trovare delle pietre di paragone, le ultime che mi verrebbero in mente sono i 6 Studi Trascendentali da Paganini, 1^ versione e I Grandi Studi Trascendentali seconda versione di Liszt, da una parte e Gli Studi Trascendentali di Lyapunow dall’altra. Ma pur essendo pagine di virtuosismo assolutamente fuori dall’ordinario non possono ancora competere con queste pagine, perché pur nomandosi Studi, in realtà sono composizioni enormi ciascuna. Gli Studi così come li conosciamo noi, sono composizioni che generalmente durano poco tempo e sono versate a mettere in luce una specifica difficoltà tecnica sublimandola e facendone il cardine di una melodia: così Chopin, Henselt, Heller, Hummel, Tauber, Moscheles, etc..
Ma Alkan va oltre: ne fa una composizione a sé stante che, come minutaggio, si colloca oltre qualsiasi studio di altro autore gli venga paragonato. Basti dire che la Sinfonia e il Concerto per Pianoforte Solo, che sono dati dall’unione alcuni studi assieme, hanno come estensione e possenza , le dimensioni di una sinfonia o di un concerto, oltre che specifiche aspirazioni che ne imitino i vari movimenti. Insomma, Alkan è stato nel suo tempo un unicum, un autore che era oltre il tempo e lo spazio, che lo ha precorso. Ha realizzato a metà dell’Ottocento quello che Liszt realizzerà più tardi: un ponte sulla storia del futuro. Solo che Alkan , rimarrà come linguaggio assolutamente romantico, pur esasperando tecnica e dimensioni delle opere, mentre Liszt trasformerà la stessa materia sonora, abbandonando il linguaggio romantico e sperimentando nelle sue ultime opere un’anticipazione di quello dissonante della prima scuola di Vienna.
Smith incise tutta l’op. 39 e si deve dire, finchè è vissuto e finchè è rimasto vivo attraverso il suo lascito, l’op.39 di Alkan è stato per molti versi il suo testamento spirituale.
Vi è stato chi ha almeno tentato una propria strada, e qui vanno ricordati: Innanzitutto Bernard Ringeissen.
A metà degli anni 90 del XX secolo, l’Etichetta Marco Polo (che non esiste più e che era quella di Level più alto della NHC, marchio nipponico che aveva fondato anche Naxos) propose una quasi integrale di Alkan, affidandola a due interpreti: Laurent Martin e Bernard Ringeissen.
Il primo, tutto sommato misconosciuto, aveva partecipato a tutta una serie di concorsi internazionali, ma si era messo in luce ad un certo punto, dedicandosi alla riscoperta di autori negletti : appartiene cioè a quella branca di pianisti che a me piace molto, pianisti che non escono da grandi affermazioni di pubblico, ma che comunque cercano un proprio posto nella storia, dedicandosi alla riscoperta di qualcosa che senza di loro non avrebbe mentori; branca a cui appartengono parecchi (Arciuli, Prosseda, Bahrani, etc…), pur ovviamente nella distinzione delle rispettive carriere e dell’intelligenza che è alla base poi dell’affermazione di uno nei confronti di altri. Laurent Martin si è distinto per aver sondato l’opera di Alkan e Onslow, e aver riportato alla luce il Quintetto per pianoforte e archi di Castillon (assieme al Quartetto Satie) per la cui registrazione, anni fa fu premiato col Diapason d’Or.
Il secondo, era più conosciuto, e più anziano rispetto a Martin: Bernard Ringeissen. Studiò con Marguerite Long e Jacques Fevrier, riportando molti successi in importanti premi internazionali: il Casella di Napoli (assieme a Scopelliti), e il Ginevra, nel 1954; nel 1955 arrivò terzo al Concorso Internazionale Chopin di Varsavia, in una delle più famose edizioni (1° Harasiewicz, 2° Ashkenazy, 3° Ringeissen, 4° Fou T’song) e secondo assieme a Dmitrij Baškirov al  Long-Thibaud 8primo premio non assegnato); nel 1962 vinse il Concorso Internazionale di Rio de Janeiro. Insomma..ottime affermazioni internazionali.
Le interpretazioni dei due costituiscono ancora un unicum, perché, assieme, coprivano quasi l’intero corpus di Alkan per pianoforte solo (escludendo le opere senza numero d’opera). Tuttavia, parlo di Ringeissen e dell’op.39, si dava solo un’idea di come il tutto sarebbe stato se Ringeissen non fosse stato in età già avanzata all’epoca (una sessantina d’anni) per sostenere a pieno titolo e riuscire a valorizzare l’opera di Alkan e superare con nonchalance tutti i trabocchetti e le trappole che la scrittura ipervirtuosistica nascondono. Non parlo dell’op. 35, cioè dei Grandi Studi nei Toni maggiori, perché mi pare un discorso sostanzialmente simile: in particolare mi sembra che lo stesso approccio di Ringeissen all’op.39 (in particolare Le Festin d’Esope op.39 n.12, una summa dell’intera serie) possa essere paragonato all’op.35 (e che in questo caso  il settimo studio in Mi bem Magg. “L’Incendie au village voisin”). Buone esecuzioni ma nient’altro, che danno solo un’idea (ma almeno la danno!) di opere non sondate da altri: sono molto rallentate rispetto  quanto dovrebbero essere e questo tradisce una certa insicurezza nell’affrontare con necessario ardimento pagine che richiedono una certa dose di spavalderia e non invece timore reverenziale.
Il secondo interprete che ricordo qui, è di ben altra statura rispetto a Ringeissen, nell’ambito di esecuzioni di Alkan: parlo cioè di Alan Wiss, pianista americano che sono sicuro non dirà nulla a chi mi legge, ma che in America è un signor pianista. Ne parlai anni fa con il solo delle persone che conoscessi che lo aveva sentito e che ne parlava con rispetto: il mio amico Carlo Palese (insegna Pianoforte Principale a Lucca).
Alan Weiss incise un disco meraviglioso (anni ’80) per l’Etichetta Fidelio, con una sorta di biglietto da visita di Alkan (estratti da alcune sue opere, tra cui l’op.39 n.12 e La sonata per pianoforte Le 4 età): mi ricordo proprio l’op. 39 che eseguiva nel miglior modo possibile, la sonata per pianoforte che uscì dal dimenticatoio e varie altre pagine. Un disco bellissimo, ritengo una delle incisioni migliori a tutt’oggi. Ma Weiss è di un altro pianeta: ripeto, stranamente in Italia non è molto conosciuto, ma è un grande interprete: del resto arrivò secondo al Queen Elisabeth del Belgio nel 1978 e tre anni prima aveva vinto la Naumburg Piano Competition in Carnegie Hall. Insegna a Leuven in Belgio e a Utrecht in Olanda. Ha studiato con Firkusny e Saperton, pianoforte e chitarra con Segovia. Ha dato recital in formazioni da camera (cosa che fa tutt’oggi) con Rudolf Firkušný, Martha Argerich, Mischa Maisky, Ivry Gitlis, Pina Carmirelli, Dora Schwartzberg and Alissa Margulis, incidendo per Sony, Vox, Fidelio, D.G., Pavane. Insomma…
Poi…il vuoto.
Fino a quando Francesco Libetta non ripropose i primi due movimenti della Sonata di Alkan per pianoforte solo (soprattutto il primo), facendone dei cavalli di battaglia (ma quale altra considerazione avrebbe avuto se avesse inciso tutta la sonata!!!).
E finchè non ne ha riscoperto le opere trascendentali, il pianista campano…
Ma di questo parleremo la prossima volta.

Pietro De Palma

sabato 20 dicembre 2014

Un'avventura chiamata ALKAN: Ronald Smith, il primo scopritore

Chi fu Alkan ?E' difficile dirlo.
Per alcuni pare addirittura che fosse superiore a Liszt in quanto a tecnica. Ma nell'Ottocento in pratica visse dimenticato, troppo superiore e troppo chiuso in se stesso, in un'epoca in cui, non essendoci alcun mass-media se non i primi quotidiani, la pubblicità se la faceva ogni personaggio che volesse sfondare, solo con le proprie forze, con la propria capacità di impressionare il pubblico, anche con gli atteggiamenti istrionici: Liszt per esempio faceva colpo con tutta quella seie di atteggiamenti che ora diremmo "cinematografici", che facevano innamorare le dame presenti ai suoi concerti, prima che per la sua musica.
Alkan non fu così, e quindi pagò moltissimo in tema di notorietà presso il grande pubblico, il che significa fondamentalmente che durante l'Ottocento ed il primo Novecento, anche se conosciuto e apprezzato dai tecnici, proprio per l'enorme difficoltà di alcune sue composizioni, non fu neanche propagandato in sala da concerto. Per di più, nella seconda metà dell'ottocento, con la crisi della Forma-Sonata, tranne casi isolati, la Sonata per Pianoforte raggiunse il minimo storico della sua diffusione, dopo esser stata assieme alle Variazioni, la forma compositiva maggiormente sfruttata a fine Settecento e nell'inizio dell'Ottocento; e così ci si adagiò con composizioni molto ridotte, ninnoli, bomboniere: le composizioni di Alkan, titaniche anche nelle proporzioni (basti vedere la Sinfonia o il Concerto per pianoforte solo, formati dall'unione tre o quattro Studi per pianoforte nei toni minori, già di per sè "belli tosti") non avrebbero potuto sfondare in una siffatto tempo.
E per questo la musica di Alkan andò in letargo.
E dormì beatamente finchè non vi pensò Ronald Smith a soffiare via la polvere che si era accumulata sugli spartiti dimenticati e a riproporli nel loro fulgore.
Oggi pochi sanno chi fu Ronald Smith.
Figlio di un agente assicurativo, dimostrando predisposizione per la musica, dopo aver ricevuto le prime lezioni dalla madre, fu mandato a studiare alla Royal Academy of Music, dove studiò con Theodore Holland (allievo di Joseph Joachim e Max Bruch) e pianoforte con Percy Waller.
Al 1940 si ascrive il suo primo incontro con Alkan, che cambiò per sempre la sua carriera: Humphrey Searle propose a Smith  di registrare per la BBC, il Concerto di Alkan per piano solo: in quel tempo, il compositore era in gran parte sconosciuto, e fu Smith che in pratica lo fece conoscere presso il grande pubblico. Nel 1942 eseguì un Concerto di Bach con Sir Henry Wood, e negli anni dopo suonò altri concerti di repertorio non solo bachiano ma anche classico.
Dopo la guerra, proseguì gli studi con Marguerite Long e Pierre Kostanoff a Parigi. Nel 1949 vinse il secondo premio al Concorso Internazionale di Ginevra (che allora era uno dei concorsi più importanti al mondo). Edwin Fisher, che era in commissione, lo volle come partner, assieme a Denis Matthews l'anno seguente (1950) quando andò a Londra a registrare con la Voce del Padrone (futura EMI) il Triplo Concerto di Bach. Smith dichiarò anni dopo, che in soli quattro giorni di lezioni con Fisher imparò molto più di quanto avesse appreso nei precedenti anni di studio.
Fu uno dei primi pianisti che riconobbe il valore decisivo dell'ascolto sapiente della musica interpretata da altri e della lezione discografica: negli ultimissimi anni di vita riconobbe il decisivo influsso che ebbero su di lui gli ascolti sapienti di Adolf Busch, di Pablo casals, di  Wilhelm
Furtwängler e Arturo Toscanini, e dei pianisti Rachmaninov, Jofmann e Fisher.

Comunque sia, Ronald Smith fu universalmente conosciuto per le sue interpretazioni e registrazioni di Alkan che culminarono nel 1976 nella pubblicazione (ampiamente rivista nel 2000) della  monografia "Alkan: The Man, The Music".
Ronald Smith è scomparso dieci anni fa.
Innumerevoli le sue incisioni. 
A me piace ricordarne una in particolare, molto difficile che venga incisa da altri, per la sua difficoltà intrinseca: Trois Grandes Études Op.76

In pratica è una raccolta di tre studi: 
uno per la sola mano sinistra: Fantasia in la bemolle 
( https://www.youtube.com/watch?v=3jfaHzW1ZRk )
uno per la sola mano destra: Introduction, variations et finale in Re magg.
(  https://www.youtube.com/watch?v=3JvaN-1ow38 )
e infine l'ultimo per le due mani unite, di trascendentale difficoltà: "Rondo Toccata in Do" Mouvement semblable et perpetuel ( https://www.youtube.com/watch?v=_xbRq8NP_yc ).
Recentemente ho sentito l'interpretazione del pianista polacco, Bogdan Czapiewski, molto buona che va molto vicino a Smith. 
Tuttavia la migliore interpretazione di questa composizione misconosciuta di Alkan, l'ha fornita però un giovane virtuoso italiano in rapida ascesa: di lui parleremo la prossima volta.



Pietro De Palma


















venerdì 31 ottobre 2014

Ancora Schubert pianistico: Oborin, Sofronitzky, Brendel, Curzon, Klien

In verità non ci furono tre pianisti ad aver sdoganato Schubert nelle prime decadi del XX secolo, ma quattro: quello di cui non ho parlato, fu Lev Oborin.
Lev Oborin oggi è ricordato soprattutto per essere stato il maestro di Vladimir Ashkenazy, ma in realtà fu uno dei più fini pianisti della Russia sovietica: fu il primo a vincere il Concorso Chopin di Varsavia (1^ edizione: 1927). A sua volta fu allievo di Konstantin Igumnov; altri allievi famosi di Igumnov furono Boleslaw Kon (morto suicida nel 1936), Yacov Flier, Maria Grinberg, Bella Davidovich.
Lev Oborin, che è ricordato ancor oggi per aver fatto parte di un celeberrimo trio cameristico assieme a David Oistrach e Sviatoslav Nikolaevic Knusevickij
dopo la vittoria al Primo Concorso "Chopin" di Varsavia, cominciò una grande carriera che lo portò in giro. A lui Khaciaturian dedicò il suo Concerto per pianoforte e orchestra, che Oborin incise. Come pure incise Beethoven, Chopin...
Di Oborin è rimasta disponibile la Sonata in Si bem maggioren di Schubert, compresa in un favoloso CD di produzione russa, che lo vede al massimo della sua carriera, in un concerto pubblico nella Sala Grande del Conservatorio di Mosca, nel 1950; un concerto che comprendeva tre capisaldi della musica romantica: appunto l'ultima sonata di Scubert, gli Studi Sinfonici di Schumann e i 24 preludi di Chopin.
La sonata è suonata con rara intensità e afflato poetico non consueto. Noi che siamo portati dalla tradizione discografica a ritenere che sia una sonata almeno da 40 minuti di ascolto, se non di più, dopo le lezioni di Richter, Arrau, Badura Skoda, Sokolov, che hanno prodotto una consuetudine quasi, cioè che se uno interpreta questa sonata è lecito che sfori i 40 minuti (Severin von Eckardstein, Lang Lang, Koksis, per es.), rimaniamo stupiti dalla freschezza ritrovata di un brano troppo intristito da troppe interpretazioni troppo "pesanti". La sonata è il canto del cigno di un compositore che non stava bene e che sarebbe morto di lì a poco. E' un testamento, ma di un compositore che univa l'intensità ad una straordinaria invenzione melodica e poetica: è una sonata che per me dovrebbe essere suonata, venata di melanconia per le rose che non si son colte più che di disperazione tragica, qual'è quella che si coglie (eccome!) in Richter, Arrau e Berman (49 minuti !!!). 
Un tempo ero molto vicino a Richter: lui era il mio vate, e lo era soprattutto in Schubert, vent'anni e più fa. Ora ai 50 anni, mi sento molto più vicino a Oborin, o a Clifford Curzon, un pianista che si dovrebbe riscoprire,
o ancor di più a Sofronitsky. La Sonata in La minore D.784 (live, 1953) è stratosferica nell'interpretazione del genero di Skrjabin, poetica al massimo grado (soprattutto nell'ultimo movimento). Ma di Sofronitzky parlerò in seguito.
E ritorniamo alla quintessenza di Schubert.
Chi può esser oggi ricordato come la quintessenza di Schubert? Chi l'ha più sistematicamente esplorato e scandagliato: Richter, Schnabel, Brendel. Di Richter e Schnabel avrò modo di parlare altrove. Ma..Brendel ?

Brendel è stata la quintessenza di Schubert negli ultimi trent'anni, ne ha interpretato superbamente, secondo me nel modo più consono, la vena malinconica. In certo modo direi quasi che Brendel è stato il pianista della seconda metà del secolo XX che più di altri si è avvicinato spiritualmente a Sofronitzky: i concerti di entrambi erano degli eventi. Ma mentre il pianista russo ha suonato solo due sonate di Schubert e poco altro (Wanderer, Momenti Musicali, qualche lied), Brendel ha sistematicamente esplorato Schubert con intensa partecipazione: forse solo le primissime 8 sonate credo di non aver mai sentito da lui, ma dalla 9^ Brendel si può dire di averle quasi tutte interpretate ed incise ( e in più altro: Klavierstucke opp. 90&142, Momenti musicali, Wanderer, Melodia Ungherese). 
Il mio rammamrico è solo uno: che Brendel, uno dei più grandi interpreti del '900, forse il più grande interprete dello Schubert austriaco (non russo ) assieme a Walter Klien
(altro pianista che si dovrebbe riscoprire e che si è troppo presto dimenticato: con lui Brendel suonò varie volte a quattro mani. Klien incise l'integrale di Schubert, una grande integrale, forse la più grande ai suoi tempi. La sua Sonata D.959 era da urlo!!! Me la ricordo molto bene: l'ascoltai eseguita dal vivo in concerto a Bari, in uno dei suoi ultimi recital, assieme a Mozart e, Janacek. Mi ricordo che mi impressionò moltissimo: soprattutto la penultima sonata di Schubert e la Sonata 1905 di Janacek. Era come se lui avesse voluto lasciare una parte di sè. Fu una serata particolare: lo si notò subito. Devo confessare che quando è morto Richter mi è dispiaciuto, ma quando seppi che era morto Klien, qualche tempo dopo quel concerto, piansi), non abbia mai interpretato in giro Hummel: l'accoppiata Hummel - Schubert sarebbe stata favolosa, tanto piùche quest'ultima sonata di Schubert assieme alle altre due D.958 e D.959 furono appunto dedicate a Hummel.

Pietro De Palma
               

venerdì 10 ottobre 2014

Piano Sonata D.894 op.78 in Sol M. di Schubert: interpretazioni di Sokolov, Richter, Ashkenazy, Brendel, Schiff, Kempff

Schubert è un compositore che, pianisticamente parlando, nell'Ottocento e nei primi quaranta-cinquant'anni del secolo scorso era conosciuto per un ristretto numero di opere: la Wanderer-Phantasie, i Momenti Musicali, qualche Danza, tra cui la Marcia Militare, gli Improvvisi op.90. Ma negli anni '30 grosso modo, cominciò un lento processo di rivalutazione dell'opera pianistica di Schubert. Soprattutto 3 pianisti si assunsero l'onere di sghettizzarne le opere: Clifford Curzon, Artur Schnabel, Sviatoslav Richter; e tra questi il primo in assoluto fu Schnabel.
Ad Artur Schnabel deve essere riconosciuto quindi il merito di aver cominciato a proporre sistematicamente almeno le grandi Sonate di Schubert, oltre ad aver inciso tutte le sonate di Beethoven (EMI).
Clifford Curzon ne incise alcune e i Momenti Musicali, per la DECCA. Però, anche se gli spetta il merito di essrre stato tra i primi ad aver riscoperto Schubert, non ne propose molte opere, ma un ristrettissimo numero.
Il primo ad aver invece aperto le porte, potremmo dire "spalancato", a Schubert, fu Richter che suonò in pubblico e incise molte opere, prima che si arrivasse alla scoperta e rivalutazione di tutto l'opus. Richter incise non solo le sonate canoniche (664, 784, 842, 850,894,958.959.960) ma anche quelle del periodo di mezzo, quelle che io definirei Biedermeier: D.566, 575 e le Variazioni su un tema di Huttenbrenner (un capolavoro quasi sconosciuto: mi ricordo quando me le suonò una sera d'estate a casa sua, Gabriele Rota, a Bergamo, su un Bosendorfer, un brano che sa donare atmosfere di incredibile cantabilità e soavità): parecchie delle sue incisioni furono approntate dalla Melodiya russa.
Dopo Schnabel, il pianista europeo (prima di D'Alberto che incise, a partire dalla fine degli anni '80, cioè dall'avvento del CD, tutto l'opus sonatistico di Schubert per la Denon) più conosciuto in assoluto per aver suonato in pubblico ed inciso Schubert, fu Alfred Brendel.
Cominciò con delle cosette  incidendo per la VOX, ma poi col passare degli anni passò alla PHILIPS, dove confezionò due versioni diverse di opere schubertiane, una più giovanile (inizio anni '70) ed una più tarda (fine anni '80- inizo anni '90). Le prime incisioni sono magnifiche già, ma meno meditate di quelle più tarde. Comunque sia, Brendel inserisce Schubert non in un alveo biedermeier, ma in uno classicista. Non è un caso che Brendel abbia inciso molto Beethoven e molto Schubert, e negli ultimi anni anche Haydn. In questo, Brendel non si discosta molto dalla lezione di Kempff, che nell'incisione di Schubert, guardava molto a Beethoven.
Ma l'interpretazione di Kempff dovrebbe essere molto rivalutata, perchè, in quanto a bel suono, è la più bella in assoluto: era un maestro Kempff, non c'è che dire! Basti sentire la sua interpretazione delle Variazioni su un tema di Huttenbrenner (presenti nel cofanetto con le sue interpretazioni schubertiane) per farsene un'idea.
Brendel si può dire che si sia votato a Schubert, e quasi quasi se uno pensasse a Schubert e volesse associargli un pianista, quale nome verrebbe subitaneo in mente se non quello di Brandel? Le sue tre sonate ultime schubertiane sono le migliori a parere mio. Sì Richter è un'altra cosa, forse nell'ultima, ma cerca sempre una drammatizzazione eccessiva. Me ne sono accorto col tempo. Forse può darsi, anzi senza forse, è sicuro che lui partecipava intimamente alla drammatizzazione, ma talora mi pare di dire con troppa enfasi, calando il pezzo in un'area estremamente drammatica, plumbea, nera, senza ritorno. Per capire ciò che dico basta confrontare una sonata antecedente di poco le ultime tre, quella detta Fantasia, in Sol Maggiore op.78, D. 894: con Richter la sonata dura da 46 a 56 minuti ( a seconda delle diverse registrazioni), con Arrau 48, con Brendel 36. L'interpretazione di Brendel è inserita nel solco del primissimo ottocento, quella di Richter è come se ammantasse la musica schubertiana non già delle auree austroungariche ma di quelle russe del Volga e Dniepr. Quindi se vogliamo, l'interpretazione di Richter è intrisa di pessimismo sovietico. Molto vicina a quella di Brendel è quella di Radu Lupu, che tuttavia la tridimensionalizza: la musica di Lupu è musica che si avvale di più sfondi su cui muoversi. Bellissima è anche l'interpretazione di Sokolov, e di poco più lunga (quaranta minuti).
Francamente non avrei mai scommesso molto su questa interpretazione, e invece ho dovuto ricredermi: Sokolov si distacca in certo modo dalla falsa riga richteriana (e non era facile!) e cerca una sua linea. Perchè non pensavo che Sokolov ci potesse riuscire? Racconto un aneddoto personale.
Parecchi anni fa (1994), stavo a Milano una sera che Silvia Limongelli suonò al Teatro del Verme (mi ricordo una sonata di Haydn,quella in Mi maggiore, e i 6 Momenti di Rachmaninov; non ricordo il resto). Stavo con altri amici (Carlo Palese, che insegna ora a Lucca, e sua moglie, amici come me, di Silvia) e conoscenti (Piero Rattalino). Dopo il concerto, vidi che parecchia gente si affrettava presso il foyer del teatro e ritirava quelli che mi parvero dei biglietti. Io sarei stato altri due giorni a Milano, e per questo, sapendolo, Carlo mi spronò a ritirare un tagliando di quelli che davano: dopo che lo ebbi preso, capii. Era un biglietto omaggio per il concerto della sera dopo di Sokolov, alle Serate Musicali. Pazzesco: davano biglietti di Sokolov gratis! Quella sera, dopo il concerto, passai una delle mie serate più indimenticabili: spassosi duetti tra il sottoscritto e Rattalino, in serata di grazia a parlare di Biedermeier, ed in mezzo una giovane e intelligentissima (era per di più una bellissima ragazza!) Ingrid Fliter, che rideva (Ingrid arrivò seconda nel 2000 allo Chopin di Varsavia, dopo Yund-Li), in una pizzeria di Milano. Altri tempi....
Il giorno dopo andai alla sala Giuseppe Verdi del Conservatorio di Milano , per sentire Sokolov. Mi ricordo più o meno il programma: Clavicembalo ben temperato , secondo libro, nella prima parte della serata; seconda parte con Schumann. Lo devo confessare: nella prima parte, schiacciai un pisolino, e quando mi svegliai, una decina di minuti prima della fine di Bach, mi accorsi che non ero stato il solo ad assopirmi; la seconda parte invece, Schumann, se ricordo bene, Davidsbundlertanze e Kreisleriana, fu godibile. Ecco perchè ho avuto paura quando ho messo il CD di Sokolov nel lettore: ho associato istantaneamente l'interpretazione funerea di Richter che mi è impressa nel cervello a quella lentissima del Bach di Sokolov. Dio mio! Ho immaginato qualcosa di milanese: ed invece...è una gran bella versione discografica.
Direi che quella di Sokolov fa il paio con quella di Brendel e il tris con quella di Ashkenazy, che secondo me, è quella perfetta. Se vogliamo, uno dei più begli LP Decca incisi da Ashkenazy (finissimo pianista, basti vedere le sue interpretazioni chopiniane) è quello proprio con la Sonata in Sol M. di Schubert; ed un altro con la seconda sonata in la minore, la piccola sonata in la maggiore e la Melodia Ungherese)! Askenazy ricordiamolo, prima di diventare direttore d'orchestra (come Barenboim), è stato un grandissimo pianista: arrivato secondo al Concorso Chopin di Varsavia del 1955, edizione storica (primo Harasiewicz, secondo Ashkenazy, terzo Fou Ts'ong, quarto Reingessen: avrebbero potuto vincere ognuno un Varsavia!), Vladimir arrivò primo (assieme a John Ogdon) al Tciakowsky di Mosca, nel 1962), segnalato già come grandissimo interprete di compositori russi (Shostakovic, Skrjabin, Rachmaninov).
La Sonata in SOL M. fu uno dei primi dischi incisi per la DECCA: prima ancora di questo (del 1970), quello con le due Sonate, la Melodia Ungherese e 12 Waltzes op.18 (del 1966, quattro anni dopo  la sua vittoria a Mosca). E' una interpretazione poderosa, piena di colori, ricca di bel suono, di una poderosa tavolozza di timbri, fresca e piena di immaginazione, di contrasti. Piena di slanci pindarici e poesia.
Ora l'hanno incisa molti, anche troppi.
Una curisità: col passare del tempo, questa sonata è stata via via interiorizzata: Kempff la eseguiva in trenta minuti o giù di lì, Gieseking in trentuno minuti. Anni dopo le altre interpretazioni, di cui ho parlato.
L'unica interpretazione che io metto un pelo sotto quella di Ashkenazy, è quella di Schiff. In Schiff assistiamo ad una trasfigurazione della sonata, direi un approccio quasi religioso. Trentotto minuti intensi. Anche se quella di Ashkenazy sembrava (e sembra ancora) piena di freschezza.

Pietro De Palma

lunedì 6 ottobre 2014

GLI STUDI TRASCENDENTALI di LISZT : Berman e Berezovsky.

Gli Studi Trascendentali di Liszt sono un must, rappresentano una sfida con cui il pianista virtuoso sa che prima o poi cimentarsi.
Liszt scrisse tre versioni : la prima è quasi in stile Biedermeier e risale al 1826, la seconda, quella del 1837 è stata pochissime volte incisa in quanto difficilissima, la terza, quella del 1851 è quella più conosciuta, in quanto più eseguita (si tratta in pratica della seconda versione alleggerita e più semplice, anche se maggiormente raffinata).
Di incisioni ce ne sono a miriadi, ma io desidero parlare di due che ne hanno inciso l'integrale.
Innanzitutto Lazar Berman.
Berman li incise in più occasioni. Esistono incisioni diverse della stessa terza versione: quella in studio monofonica del 1959 (presente in cofanetto della Melodiya), quella stereo del 1963 e altre, tra cui quella stampata qualche anno fa dalla IDIS, Live, a Milano.
Se devo dire la verità, quella monofonica è mostruosa, e poco conosciuta; maggiormente lo è quella stereo, ma pur essendo straordinaria dal punto di vista tecnico, manca di quella partecipazione emotiva cui siamo tentati di pensare quando pensiamo a Berman: ecco perchè io prediligo la verione Live della IDIS.
La confezione di due CD, ripercorre l'intero storico concerto del 29 aprile 1976 a Milano, in cui Berman eseguì i 12 Studi Trascendentali di Liszt e i 6 Momenti Musicali di Rachmaninov, tutti nella stessa sera!
In appendice al concerto, come bis, Berman concesse al pubblico che urlava la sua approvazione, il Sonetto 104 del Petrarca di Liszt, il Preludio in Sol min op.23 n.5 di Rachmaninov (uno dei brani più conosciuti ed interpretati dai pianisti) e per concludere, Orage (La Tempesta), un pezzo celeberrimo in ottave, da Anneés de Pelerinage di Liszt. Proprio Orage viene ricordato da Piero Rattalino nel suo Studio più ricordato, "Da Clementi a Pollini" per la sua spettacolare interpretazione: 3 minuti e 33 secondi di ottave magnifiche, senza un cedimento, in un tour de force straripante, che si concludeva con un'apoteosi di applausi: il più bell'Orage che abbia mai sentito! Anni fa avevo letto il libro di Rattalino e quindi potevo solo immaginare: ma l'immaginazione, in questo caso, non è nulla dinanzi a quello che ho sentito, quando mi hanno regalato questo doppio CD !!!
Uno di quei brani che fissano nella memoria un determinato interprete, come per esempio Il Grand Galop Chromatique  eseguito da Czyffra o La Grande Fantasia su la Clochette interpretata da Sergio Fiorentino, o la Melodie d'Orphée, di Gluck/Sgambati, incisa da Misha Levitzki.
Non parlo dei 6 Momenti Musicali, perchè Berman li aveva incisi in LP DGG (e peraltro ne ho parlato in altro articolo dedicato a Berman), ma ricordo qui che il quarto era un suo cavallo di battaglia (e tutti coloro che hanno studiato con Berman, tendono a presentarlo talora come bis): l'interpretazione di Berman è (come tutti gli altri) estremamente lirica, pur essendo spettacolare ed eroica la sua resa. Direi che è sostanzialmente diversa da qulla di Benno Moisewitch (tutta giocata sulla velocità di esecuzione, più virtuosistica ma senza pathos), cui si avvicinava Benedetto Lupo in un suo bis a Bari (dopo il Secondo Concerto di Rachmaninov) circa sedici anni fa.
In DVD è invece un'altra integrale, quella di Boris Berezovsky , un virtuoso russo della penultima generazione.
Berezovsky, che ha studiato con Eliso Virsaladze, altra eccellente pianista, al Conservatorio di Mosca, vinse nel 1990 il Concorso Ciaikosky, uno dei 5 concorsi al mondo più importanti. Da allora ha cominciato una carriera di tutto rispetto che lo ha portato ad esibirsi dovunque.
Ha inciso moltissimi dischi da solo, alcuni dei quali, quelli su Godowsky hanno meritato il Diapason d'Or, mentre altri li ha incisi in formazione cameristica assieme a Dmitri Makhtin e Alexander Kniazev, meritando lo Choc de la Musique in France, Gramophone in England, ECHO Klassik and Deutsche Schallplattenkritik in Germany, per l'interpretazione dei Trii n.2 di Shostakovic e Rachmaninov. L'incisione dei 12 Studi Trasccendentali in video, fu fatta in occasione dell'esibizione in concerto al Festival de La Roque d'Antheron, il 4 agosto 2002 (mentre pu messa in vendita in DVD Naive, l'anno dopo). E' una interpretazione notevolissima e magnifica, tanto più interessante in quanto è live. Potremmo dire che è l'interpretazione russa per antonomasia: Berezovsky attaccava la tastiera con un ardore leonino, che ricordava Berman. Solo che in Berman c'era anche anima, tanta anima. Che negli altri manca. Tuttavia, dal punto di vista prettamente tecnico e virtusistico, siamo davanti ad una delle migliori integrali degli aultimi anni: in particolare segnalo uno sbalorditivo Wilde Jagd, molto ritmato, un soffuso e delicatissimo Feux Follets, e uno straordinario "Appassionata" (in 3 minuti e 53 secondi !!!): si trovano tutti su Youtube.

Pietro De Palma



martedì 30 settembre 2014

Ricordi di gioventù: Schneiderhan, Oistrach, Zhukov, Richter...

Quando ero giovane, sentivo LPs. E siccome non mi bastavano quelli che trovavo nei negozi Ricordi, Messaggerie Musicali e quant'altro (Discorama, Ranieri, e altri, oggi tutti scomparsi... a Bari), sentivo il bisogno di spaziare e di procurarmi nuovi stimoli altrove. Uno di questi posti mitici era l'Associazione Italia - URSS di Roma, in Piazza dell'Esedra.
I CD c'erano già, ma sui vecchi LP si trovavano cose che ancora non erano state riversate (e parecchio non lo è stato più). Mi ricordo quando salivo quelle scale ed entravo in quell'appartamento con una bandiera rossa con  la falce e il martello su una parete e su un'altra c'era il ritratto di Lenin se non ricordo male. Siccome mi piaceva, chiedevo che mettessero l'inno nazionale sovietico. E così, pur con difficoltà, si creò un certo discorso, fatto di sillabe, apprezzamenti e altro. Non si parlava di politica (non ero comunista) ma delle glorie russe: gli scacchisti e i musicisti.
Il settore riservato ai dischi in vinile non era molto grande, sicuramente molto, molto, molto meno di quanto nello stesso periodo esponeva Ricordi a Bari; ma...i pezzi erano uno meglio dell'altro! Con avidità, come un troll che trovi il tesoro dei Nibelunghi, scartabellavo le varie copertine, alla ricerca di quello che potesse interessarmi. Mi ricordo un Lp che acquistai di Rodion Schedrin, che conteneva l'Oratorio (badate bene, l'Oratorio) "Lenin vive nei cuori della gente", quasi una blasfemia, quasi che Lenin fosse diventato Dio; ed un altro, dello stesso autore, con il suo Concerto per Pianoforte eseguito da Nikolai Petrov. O un cofanetto con tesori della musica per violoncello e pianoforte di compositori russi dell'Ottocento (c'era Anton Rubinstein, ma anche altra gente di cui non avevo mai sentito parlare).
Devo dire che in realtà andavo alla ricerca dei miti sovietici: Niehaus, Richter, Oborin, Gilels, Oistrach. E di tutta una serie di concertisti di valore venuti dopo : Mogilevskj, Zhukov, Petrov.
Di Richter mi ricordo che trovai le Sonate di Schubert D.575, 625, 894, 958,959,960; di Zhukov, i Concerti nn.2 -3 e Fantasia da Concerto di Tciaikowsky,
i Concerti di Medtner e Balakirew; di Mogilevskj, un disco di Chopin, idem per Niehaus. Di Petrov, Liszt. E molto altro: parecchio anche con Oistrach. E dischi con Lazar Berman.
Stamattina ne ho trovato uno con scritte in cirillico e lo stemma tipico dei dischi della Melodiya, di David Oistrach e Frieda Bauer: il Gran Duo per violino e pianoforte e la Fantasia D.934 di Schubert.
Devo dire che nel Duo, i due eccellevano: non credo di aver mai sentito niente di meglio.Ma la Fantasia..beh su quello ho qualche riserva.
La Fantasia è un'opera che appartiene all'ultimo periodo schubertiano, un lavoro di grande cantabilità (come è prassi in Schubert) ma anche grande melanconia. L'esecuzione di Oistrach (la Bauer era ottima accompagnatrice ma null'altro) è tecnicamente ineccepibile, ma, al di là della dedizione e della professionalità, risulta a mio parere vuota, soprattutto perchè non riesce a cantare, ad abbandonarsi. Il fatto è che il secondo movimento presenta una serie di variazioni su un lied "Sei mir gegrusst" (un po' come aveva fatto tempo prima con il Quintetto con piano "La Trota"in cui presentava della variazioni su "Die Forelle): già il lied è intensamente passionale, figurarsi la resa del duo! Devo dire che la mia critica è partigiana, perchè questo brano è uno di quelli che prediligo nella musica cameristica di Schubert, e perciò sono esigente: mi piacque molto l'interpretazione che ne dette la Mullova tempo fa (la sentii anni fa in concerto con Katia Labeque, una nota pianista che suonava in coppia con la sorella: i pezzi del Recital li ho ritrovati in un CD fatto dalle stessi interpreti, bellissimo),
e mi piace ancora parecchio ascoltare la grande interpretazione cantabile, appassionata e distesa che ne dette Wolfgang Schneiderhan, un grande violinista austriaco che incise decadi fa per DGG (la sua interpretazione era contenuta in un cofanetto Privilege). Il fatto è che Schneiderhan era austriaco e quindi è come se suonasse la musica di un compositore nazionale: quando cavava le note e le melodie dal suo violino, si abbandonava ed è come se cantasse lui stesso Schubert.
Peccato che si sia persa memoria di questo grande violinista! Non so, ma ho come la sensazione che se non avesse aderito al Partito Nazista dopo l'Anschluss, oggi sarebbe più ricordato. Ma, che avesse aderito entusiasticamente o no al Partito Nazista (magari per calcolo opportunistico) a noi cosa importa? Qui si parla di interpretazioni, non di credi politici. Eppure ancor oggi Cortot è ricordato: pochi sanno che aderì entusiasticamente al governo collaborazionista del Maresciallo Petain!
Il disco con la sua interpretazione, faceva il paio con le sonatine e il Gran Duo. Devo dire in tutta onestà che, se l'interpretazione delle sonatine era perfetta (come lo è a parere mio quella di Gidon Kremer: lavori leggieri, i primi di marca haydniana) così, nel Gran Duo, lasciava qualche titubanza (non esecutiva, ma interpretativa). Nel cofanetto, che è stato uno dei più utilizzati quando avevo una ventina d'anni, c'erano anche i lavori per trio affidati ad un mitico trio italiano, il Trio di Trieste (Zanettovich, Baldovino, De Rosa).


Pietro De Palma

sabato 20 settembre 2014

Francesco Libetta : Strauss, Godowsky, Debussy, Liszt / La Roque d'Anthéron. Un film de Bruno Mosaingeon (DVD Naïve)

Francesco quando registrò la sua performance al Festival de la Roque d'Antheron, che si tiene ogni estate in Francia, aveva 34 anni: era a quel tempo al massimo della sua attività mediatica.
Dopo che era esploso in Italia nei primi anni '90 come puro virtuoso del pianoforte, senza esser passato per le varie accademie - che offrono sì grandi insegnanti e grandi prospettive ma solo a patto di esservi inseriti e di farne parte - ma solo avendo frequentato e avendo preso lezioni da importanti piansiti e docenti italiani e francesi, dopo il diploma in Italia, Francesco Libetta cominciò a farsi sentire e vedere altrove: Francesco Libetta ha studiato in Italia con Vittoria De Donno, Igino Ettorre e Gino Marinuzzi, in Francia con Jacques Castérède. A Parigi ha seguito i corsi di Pierre Boulez, Tristan Murail e Pierre-Laurent Aimard presso l'IRCAM. A Mosca ha seguito lezioni di direzione d'orchestra con Gennadi Roshdestvenskij .
Cominciò alla fine degli anni '90, parallelamente al suo consolidamento nelle sale da concerto italiane (soprattutto a Milano) in quanto solista e altrove anche come direttore di Festival (Festival di Rabbi dedicato ad Arturo Benedetti Michelangeli), un passa parola, fatto non solo di parole sussurrate ma anche di cassette video (VHS) che venivano prestate o inviate anche oltre oceano (Youtube non era ancora nato). Così, le sue performances stratosferiche che gli avevano valso l'attenzione dei media (ma non quella dei critici discografici: è un vecchio discorso quello secondo cui tipi come Francesco Libetta, o Aldo Ciccolini o Sergio Fiorentino, molto conosciuti e apprezzati all'estero, non hanno mai ricevuto molta considerazione da parte della critica discografica italiana specializzata), soprattutto a riguardo dell'interpretazione di tutti gli Studi sugli Stusi di Chopin/Godowsky, eseguiti in concerto dal vivo, alla sala Giuseppe Verdi di Milano, nell'ambito delle Serate Musicali, in due appuntamenti distinti, a distanza di un anno l'uno dall'altro (7 bis concessi nell'ambito del primo: io c'ero, assieme a Silvia Limongelli, Emanuele Arciuli, Piero Rattalino e altra gente; ma c'ero anche al secondo, in compagnia quella sera sempre di Silvia; mi ricordo che dopo il concerto, incontrai vicino al camerino di Francesco, Roberto Corlianò, che insegnava in quegli anni a Cremona, e che conoscevo già, avendo vissuto a Bari: su youtube ci sono delle sue registrazioni video, tra cui quella notevole sul Mosè di Thalberg-era il suo cavallo di battaglia - e qualche sua trascrizione, mi pare una dalla Traviata) intorno alla metà degli anni '90 ( 1995/1996, se non ricordo male).
In una intervista, Francesco rivelò che fu Marco Falossi ad aver registrato una VHS e averla fatta arrivare a Piero Rattalino (penso che si riferisse al secondo concerto, perchè mi ricordo che Rattalino non c'era, mentre era presente al primo) e come da lì avesse fatto il giro del mondo. Fu tramite essa stessa, che Ivan Davis in America fece il nome di Libetta a Gisela Brodsky organizzatrice dei concerti Discovery di Miami (Ivan davis insegnava alla Miami University) e poi Bruno Masaingeon lo conobbe. Tutto nacque da quei due fortunatissimi concerti.
Io Francesco l'avevo conosciuto per caso, tempo addietro, andando ad un suo concerto al Circolo Unione di Bari (mi ricordo che eseguì il Primo tempo della Sonata di Alkan e lo Studio di Ligeti "l'Escalier du diable" fra le altre cose) e poi diventando amici, fu lui a farmi conoscere Gabriele Rota, che insegnava Lettura della partitura al Conservatorio di Bari (ora è Docente del Conservatorio di Milano) e che stava cominciando a incidere dischi di pianoforte a quattro mani con Tiziana Moneta (in seguito solo per La Bottega Discantica): a quel tempo suonava musica da camera e componeva (compone tuttora) musica polifonica. Francesco e Gabriele furono, al tempo, miei testimoni di nozze.
La conoscenza si era allargata, e molto spesso ero andato a trovare Francesco a Nardò, dove abitava (ogni volta che andavo a trovarlo non potevo non andare a trovare suo nonno, che a sua volta faceva di tutto per farmi ingoiare un fortissimo nocino che faceva lui), e ovviamente a sentire suoi concerti. Prima di Milano aveva già inciso un CD con una serie di ninnoli (ha mantenuto questa tendenza, che è una derivazione del suo amore dei grandi pianisti di fine ottocento - inizio novecento: De Pachman, Friedman, Levitzky, Rosenthal, Risler, Michalowski, etc..).
Comunque sia quelle due fortunatissime serate a Milano lo fecero improvvisamente conoscere dappertutto.
Nel 2000 fu invitato a Miami a suonare dal vivo al Festival omonimo, e la sua fama si diffuse in America, dove iniziò ad incidere per la VAI. Infine nel 2002 avvenne la sia consacrazione in Francia.
Dal suo concerto a La Roque d'Antheron, filmato e montato da Mosaingeon (lo storico amico di Glenn Gould), fu tratto un celeberrimo DVD, distribuito da Naive, e messo in vendita dal 2003.
Quel DVD ovviamente lo posseggo ( e ne posseggo molti altri della stessa serie "Les Pianos de la Nuit", esaurita, ma di cui di tanto in tanto si trovano ancora alcune copie: Berezovsky, Ėliso Virsaladze, etc..). Quando fu messo in vendita, riportò un grandissimo successo: meritò il Diapason d'Or e lo Choc de Le Monde de la Musique che sono i 2 riconoscimenti più importanti discografici in Francia e alcuni dei più noti del mondo, a testimoniare la grande qualità interpretativa (e anche tecnica) di quel DVD.
Il contenuto del DVD Naive DR2101, era quantomai impegnativo:
Standchen opus 17 Number 2 (R Strauss arr. Gieseking). Till Eulenspiegel opus 28 (R Strauss arr. Edouard Risler). Etude Number 47. Etude Number 22. Etude Number 28 (Chopin / Godowsky). L'isle joyeuse (Debussy). Rondo in E flat major (Hummel). L'Escalier du diable (Liszt). Etude en form de valse opus 52 Number 6 (Saint-Saens). Pas de deux from The Sleeping Beaty (Tchaikovsky). Les Quatre ages (Alkan). La nymphe de Diane from Sylvia (Delibes).
Alcuni di questi brani li avevo già ascoltati in concerti pubblici (vd. sopra), altri Francesco li aveva già incisi (Hummel: Rondo Favori in Mi bem. Magg.), altri ancora li avevo già sentiti in audizioni private: mi ricordo per es. il Till Eulenspiegel opus 28 (di R. Strauss arr. Edouard Risler), difficilissimo, che Francesco mi aveva fatto sentire nella sua casa di un tempo a Nardò, un pomeriggio d'inverno che ero andato a trovarlo, sul pianoforte di Arturo Benedetti Michelangeli, cedutogli dalla moglie del pianista bresciano. Altri ancora li avrei sentiti altre volte da allora: per es. l'Etude en form de valse opus 52 Number 6 di Saint-Saens, difficile, molto difficile, ma di una materia sonora talmente indefinita che è molto facile banalizzare: Francesco invece  lo suona superbamente, perchè possiede una sensibilità ed una raffinatezza altissime. L'unico neo, se proprio dovessi trovarne, è che molto spesso si lascia rapire da un eccesso di raffinatezza: così per esempio nel finale della Tarantella di Bravura su la Muta di Portici di Liszt (incisa in un CD Arkadia), che dovrebbe essere orgiastico nella sua esplosione finale (vd. Czyffra) e che invece con Francesco si introflette.
Sempre al 2003 risale un altro superbo video di Libetta, montato da lui e prodotto dall'etichetta statunitense VAI, "Libetta in Lecce - The Art of Virtuoso", risultato in altre parole della registrazione di un suo concerto tenuto al Teatro Paisiello di Lecce, in data 22 marzo 2002.
Il concerto live originale precede di qualche mese l'esibizione in Francia ma la sua pubblicazione e diffusione fu posteriore. Il programma è diverso, da quello di Naive, ma non per questo meno interessante. Si tratta di un insieme di brani, alcuni prettamente pianistici (Beethoven, Chopin, Brahms, Debussy, Saint-Saens) riservati quasi tutti  alla seconda parte, altri di derivazione chiaramente ballettistica. Noto le Variazioni su Paganini di Brahms, che Francesco ha suonato in concerti all'estero varie volte, ma che in Italia poche volte ho sentito, brano di grande virtuosimo che solo i grandi virtuosi hanno, e la Polacca op.53 di Chopin, che Francesco eseguiva dilatandola al massimo, ma non facendo perdere nulla del suo fascino (o semmai accrescendolo). La Polacca l'ho sentita parecchie volte. Molti anni fa, al Politeama di Lecce, la suonò assieme ad una esecuzione davvero strabiliante del Capriccio Spagnolo di Moritz Moszkowski. L'esempio di Francesco era (è ancora) l'esecuzione di Josef Hofmann congelata in disco, e devo dire onestamente, si avvicina moltissimo. Peccato che non l'abbia ancora inciso, con quel senso delle proporzioni e quel minutaggio sbalorditivo che non ha eguali nei tempi moderni (tranne l'esecuzione pure strabiliante, ma di quella c'è mi pare un video su youtube, di Stephen Hough, un altro grandissimo virtuoso contemporaneo, allievo di Cherkassky, passato anche lui per l'amore delle raffinatezze fine secolo).
La VHS di cui propongo le immagini avanti e retro, è stata rieditata recentemente in DVD.



La dedica, personale, mi fu fatta in occasione del mio quarantesimo compleanno, undici anni fa.

Part 1

1. Opening Credits

2. Commentary -
Giuseppe Pastore, musicologist
Beethoven (17701827):
Sonata No. 18 in E-flat,
Op. 31, No. 3
3. I Allegro
4. II Scherzo Allegretto vivace
5. III Menuetto Moderato e grazioso
6. IV Presto con fuoco
7. Commentary -
Fredy Franzutti, choreographer
8. Delibes (18361891):
Passepied
9. Chaminade (1857-1944):
Les Sylvains
10. Schubert (1797-1828):
Ballet Music from Rosamunde (transcription by Godowsky)
1 Ravel (18751937):
La Valse
(transcription by the composer)
12. Commentary -
Pasquale Romano, count 




Pietro De Palma

Part 2

13. Chopin (1810-1849):
Souvenir de Paganini
14. Chopin: Tarantelle
15. Chopin: Mazurka in A minor (1841)
16. Commentary -
Elvira Romano, teacher
17. Commentary -
Anna Palmieri, bookseller
Brahms (1833-1897):
Variations on a Theme by
Paganini in A minor, Op. 35
18. Book I
19. Book II

Encores
20. Debussy (1862-1918):
Claire de lune
21. Saint-Saëns (1835-1921):
Le Cygne (The Swan)
(transcription by Godowsky)
22. Chopin:
Polonaise in A-flat, Op. 53
23. Closing Credits 


sabato 6 settembre 2014

Dina Ugorskaja - Schumann ( Gesänge der Frühe op. 133, 7 Fughetten op. 126, Kreisleriana op.16, Geistervariationen, WoO 24) - BR Klassik)



Quando avevo 16 anni sentivo esclusivamente musica classica: mi rinchiudevo nella mia stanza e sentivo Schumann, soprattutto lo Schumann pianistico, anche se anche quello cameristico lo collezionavo (e i suoi Quartetti nel 1980 non è che fossero così conosciuti, discograficamente parlando!).
Tra i brani di Schumann che prediligevo (che prediligo, ma gli LP che sentivo in quegli anni, li sento rarissimamente, in quanto sono custoditi a casa dei miei ) c’erano le Waldszenen, Kreisleriana, Studi Sinfonici, Toccata e le 3 sonate. Col tempo, però cominciai a sentire soprattutto le sue ultime composizioni, concepite quando cominciarono i suoi problemi neurologici.
I brani dei quattro anni estremi della sua stagione creativa, 1850-1854, rappresentano, a parere mio, il massimo, se non a livello prettamente tecnico, a quello spirituale, che Schumann abbia mai composto.
Basta sentire le tre sonate per violino e pianoforte, per capire cosa voglia dire: le prime due piene di pathos e di espressività, e la terza che ne è una quintessenza, composta nel 1853. Ma le tre sonate per violino e pianoforte, sono diventate patrimonio delle sale da concerto tardivamente (la terza delle tre è ancora poco conosciuta bisogna dirlo, ed è quella che delle tre mi piace di più!). Degli ultimi anni, la composizione che in un certo senso è stata sempre parecchio conosciuta è stata il Concerto per Violoncello ed Orchestra, propria del 1850, che nel tempo è stata riconosciuta come una delle composizioni per violoncello solista più importanti in assoluto, anche perchè interpretata da alcuni grandi violoncellisti tra cui Janigro, Casals, Fournier, Rostropovich.
Ma ce ne sono tante altre che varrebbe la pena che fossero parimenti conosciute e apprezzate.
In un certo senso, perciò, il disco che recentemente ha inciso Dina Ugorskaja per la BR Klassik, restituisce all’appassionato un pezzo di storia di musicale non da poco.
Dina Ugorskaja, figlia di Anatol Ugorsky (il patronimico è chiaramente un indizio rivelatore anche prima che si conosca la paternità), suona con espressività e slancio le pagine che compongono il quadro che ha voluto rappresentare. Và detto che al di là dell’interpretazione che è magnifica (le sue Gesange der Fruhe sono molto meglio di quelle incise da Pollini per la DGG anni fa! Però avrei che fossero di nuovo messe a disposizione del mercato le incisioni live non autorizzate, che una serie di CD offrì alla fine degli anni ’80 inizio ’90: se non sbaglio in uno di essi c’era una registrazione live delle Gesange der Fruhe suonate da Pollini, molto meglio di quella più tardi allestita per la DGG), quello che mi ha particolarmente soddisfatto, è stata la profonda intelligenza che si coglie, nella proposizione dei brani, tutti dell’estrema stagione creativa, tranne la giovanile Kreisleriana op.16, che però trova una certa spiegazione della sua presenza nella sostanza delle pagine che la compongono, dei quadretti, delle pagine. In questo senso anche le Waldszenen sarebbero andate bene (meglio forse) o anche gli Studi Sinfonici ( o anche meglio le 5 Variazioni postume), per completare il disco in cui trovano spazio le citate Gesange der Fruhe op.133 (1853), le 7 Fughetten op. 126 (1853) e soprattutto le Geister Variationen in Mi bem Maggiore WoO 24 (1854), che sono l’ultimo brano scritto da Schumann prima della fine, la testimonianza delle visioni angeliche e demoniache che aveva.
Le allucinazioni sonore e visive sono state messe in relazione con la sifilide che aveva contratto da giovane (in certo senso ebbe una sorte comune a Schubert) o con l’affezione di un meningioma che fu trovato alla base del cranio, durante l’autopsia seguita alla sua morte: il meningioma in particolare, ha fra le sue manifestazioni, proprio le allucinazioni.
Sono brani di struggente bellezza che finalmente qualcuno salva dall’oblio e dalle sole integrali pianistiche di Schumann, in cui qualche volta si trovavano (ma non sempre).
Il disco è uno dei più belli che abbia sentito negli ultimi tempi. 
Francamente anche la Ugorskaja è una donna estremamente affascinante (ha un naso greco, ma che conferisce al suo viso un’espressione tutta sua). Devo dire che lo stesso scegliere per la foto di copertina il profilo, che mette in risalto il suo naso (che sicuramente altre interpreti non avrebbero fatto), ma anche i delicatissimi lineamenti,  puliti, quasi ottocenteschi, è un’altra testimonianza dell’intelligenza di questa pianista, che negli ultimi anni si è progressivamente affermata, dopo esser andata via coi genitori dall’URSS nel 1990.
Se devo proprio andare a beccare il pelo nell’uovo, devo dire che per affinità stilistica questo disco sarebbe stato semplicemente perfetto se, al posto della Kreisleriana op.16 pur suonata magnificamente, la Ugorskaja avesse inserito gli Etüden (Variationen) über ein Beethoven-Thema WoO 31, sì degli anni 1831-1832 ma che hanno evidentissime somiglianze stilistiche con gli ultimi brani composti.
Il fatto è che Schumann, nell’estrema sua stagione creativa, spesso componeva come originali delle musiche che gli affioravano in mente, ma che avevano ponti con le prime sue composizioni. Basti sentire gli arpeggi del  4^ Gesang, Bewegt, e chi abbia sentito le bellissime Variazioni sull’Allegretto di Beethoven (poche incisioni, ma tra le poche quella di Katsaris!) farà il collegamento ideale.
Il disco di Dina Ugorskaja lo consiglio vivamente, anche se è di alto prezzo (20 euro). E’ uno dei due regali che mi son voluto fare in occasione di un anniversario che mi concerne (ahimè ho raggiunto i 51 anni!). L’altro è un disco sempre di alto prezzo di cui parlerò prossimamente, in cui Saleem  Ashkar e Riccardo Chailly interpretano i due concerti di Mendelssohn per pianoforte e orchestra.

Pietro De Palma