mercoledì 28 maggio 2014

"the complete GULDA MOZART tapes" - Mozart Piano Sonatas - Friedrich Gulda - BOX DGG - 5+1 CD

"the complete GULDA MOZART tapes" - Mozart Piano Sonatas - Friedrich Gulda, pianoforte - Cofanetto DGG - 5 CD + 1 bonus - cod. 4778466
 Bisognerebbe sempre guardare ai vecchi con rispetto, e talora anche con deferenza per quanto fanno e hanno saputo fare.
Friederich Gulda non è un vecchio, ma neanche un giovane, sbarazzino come Lang Lang.
Ora il mondo impazzisce per Lang, e lo vogliono in tutte le salse, ma poi passata l’ondata dell’entusiasmo, cosa resta di una interpretazione di Lang Lang? Poco, perché c’è tecnica ma di altro manca l’introspezione, il vedere attraverso o oltre.
Gulda invece stupisce in ogni cosa che fa : controcorrente, sempre e comunque, non per far colpo ma per una sua volontà di non apparentarsi alla massa. Ma pur sempre con umiltà: ecco perché non sembra mai uno spocchioso, se non infatuato di teorie sull’elitarismo.
Non è un Benedetti Michelangeli, trascendente quasi; no, e non è neanche un Gould così pieno di idee da sentirsi poi isolato in un mondo che non ne aveva poi molte; no, Gulda è un po’ uno e un po’ l’altro. Ed è innocente ancora, come solo Fritz Kreisler o Arthur Schnabel sapevano esserlo.
Basta vedere l’ultima sua fatica, “The Complete GULDA Mozart tapes”, incisioni recentissime della DGG, da poco inserite in cofanetto di 5 CD + 1 Bonus con degli inserti vari e la Fantasia K 397.
Quello che si nota subito, sin quasi dalle primissime note della Sonata in Do maggiore K 279 è una sensazione di estrema vitalità, di gioia di vivere, di frizzante energia: se ne parlo così è perché in 36 anni di ascolti musicali (da quando a 11 anni sentii un Debussy di Benedetti Michelangeli e me ne innamorai), non avevo mai sentito un Mozart simile. Tanto più che queste sensazioni si rinnovano continuamente e si arricchiscono sentendo gli altri lavori contenuti in questo cofanetto. E quando invece, Gulda non scalpita, cioè nei movimenti lenti, o nelle sonate in minore, Gulda sogna, intimamente sogna: basti vedere l’Adagio della Sonata K. 280 in Fa maggiore, o l’Andante con espressione, della K.311 in re maggiore; o tutta la famosissima sonata in La minore K.310, con incredibile cesello che non scade mai nell’affettazione; o la Sonata K.545 cui ridona una propria autorità: anzi uno dei miracoli di questa straordinaria incisione è il ricollocamento di questa sonata, troppo conosciuta e troppo suonata (anche male), nell’alveo dei grandi capolavori mozartiani.
Mi sovviene dopo aver ascoltato questo cofanetto (che non è un’integrale: mancano le sonate K.309 in Do Maggiore, e K 533 in Fa Maggiore), che ho troppo poco di Gulda, anche se possiedo l’altro caposaldo ( e che caposaldo!), l’integrale delle sonate beethoveniane: non l’edizione stereofonica, ma quella mono distribuita dalla Decca giapponese. Un’edizione di riferimento. Anzi la sola che mi permetto di consigliare a chi voglia sentire tutto Beethoven e mai addormentarsi o usare il CD in un poligono di tiro, al posto del piattello. A patto di potersela procurare. Perché ahimè, il Gulda beethoveniano che si può reperire è ancora quello stereofonico in Italia.
Pietro De Palma
                                                                

venerdì 23 maggio 2014

Ivan Davis: Czerny, Schumann, Liszt – CD AUDIOFON 72004


Lo scopo di questo blog è di ricordare fatti e persone attraverso I ricordi, ma anche far conoscere i grandi musicisti e i grandi artisti che in me hanno suscitato forti emozioni, perchè magari possano suscitarle anche in altri.
Uno di quegli artisti che mi hanno "toccato il cuore", è Ivan Davis, vivente, pianista americano, oggi vicino a gli ottant’anni, di quella generazione che ha sfornato anche Gary Graffman e Leon Fleischer. Se però qualcuno pur conosce Fleischer e qualcuno ancora, ma meno, conosce Grafman, chissà come io sono scettico su quanti in Italia sappiano chi sia Ivan Davis! Eppure in America è un mito!
E’ un fatto accertato che i pianisti americani, difficilmente sono molto conosciuti da noi, con l’eccezione solo di Van Cliburn (forse unico pianista americano ad aver varcato le colonne d’ercole al contrario ed esser stato accettato veramente in Europa! Persino Earl Wild non è stato mai un pianista conosciuto, almeno quanto lo siano stati i pianisti russi) e Byron Janis.
Eppure Davis, nato nel 1932, che è più giovane di quattro anni di Grafman e Fleischer, negli anni sessanta fu abbastanza famoso, essendo arrivato due volte secondo al Concorso Busoni (nel 1957 e 1958), al quale un tempo i pianisti americani partecipavano con la segreta speranza di entrare nel circuito che contava ed essere scritturati da qualche etichetta ( un po’ quello che era accaduto a Michael Ponti, che aveva vinto il Busoni nel 1964 e conseguentemente era stato scritturato dalla Vox e Candide, per una serie di incisioni che hanno perpetuamente conservato la sua bravura e la sua versatilità pianistica, soprattutto dopo il suo ritiro forzato dalle scene), ed esser stato ad un passo dal vincere  il Vianna da Motta. Non un pianista qualunque, ma un pianista virtuoso, dotato di grandissima sensibilità, di un grande “rubato” e di una tecnica virtuosistica di prim’ordine, che ha studiato nientemeno che con Carlo Zecchi prima e Vladimir Horowitz dopo. Carlo Zecchi e Vladimir Horowitz! E se uno fosse così ignorante da non sapere chi sia stato Zecchi, almeno l’essere stato allievo di Horowitz dovrebbe aprire gli occhi. Quali altri allievi famosi ha avuto Horowitz? Grafman e Byron Janis soprattutto.
Furono gli anni sessanta del novecento i suoi anni del furore: esordio nella Town Hall di New York nel 1959, poi debutto europeo al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Nel 1960 vinse la Franz Liszt Competition di New York, ricevendo il giorno dopo una telefonata di felicitazioni da parte di Horowitz che lo volle tra i suoi allievi. Negli stessi anni sessanta incise parecchi dischi in America con la Columbia e dopo uno strepitoso recital a Londra nel 1966, si fece conoscere venendo scritturato dalle maggiori orchestre inglesi e incidendo anche alcuni dischi con la Decca inglese (si ricordano i concerti di Liszt e il pluripremiato disco dedicato a Gottschalk).
Da allora, al di là di qualche esibizione europea in festival come quello di Brescia e Bergamo, e in qualche città, Davis si è imposto solo esclusivamente al pubblico americano, collaborando coi maggiori direttori d’orchestra (Ormandy, Bernstein, Mehta, Maazel) e le maggiori orchestre (the New York Philharmonic Orchestra, the Cleveland Orchestra, the Chicago Symphony, the Philadelphia Orchestra).
Io credo che per far comprendere il valore di Davis in quanto pianista e personaggio di spicco della cultura americana non basterebbe il pluripremiato disco della Decca con incisioni di Gottschalk, perché qui avremmo un esempio del virtuosismo pianistico ottocentesco, derivato da modelli europei, soprattutto Herz, e quindi brani inquadrabili direi nella cultura Biedermeier e romantica europea trapiantata in America, e non servirebbe neanche un disco come quello coi 2 concerti di Liszt e la Rapsodia Ungherese n.6, incisa e ripubblicata più volte. No. Già farebbe pensare, il fatto che Andy Warhol gli fece un ritratto! Tuttavia, secondo me, un disco emblematico, e uno dei migliori che lui abbia inciso, è uno dell’ etichetta Audiofon, non certo famosa come le majorities, ma importantissima per esser riuscita a ottenere che grandi interpreti del panorama musicale internazionale suonassero in esclusiva per lei (Ivan Davis, Earl Wild, Lazar Berman, Leonard Shure, Aaron Rosand, Nelson Freire), quando non esser riuscita a lanciare definitivamente artisti già affermatisi ma non ancora conosciutissimi (Valentina Lisitsa per esempio):  un disco in cui lui suona Czerny, Schumann, Liszt.
Fu il mio amico Aldo Lotito a dirmi che possedeva questo disco e quando glielo chiesi in prestito, fu ben felice di farmelo sentire.
La scelta mi sembra assai indicativa ed emblematica: un disco fortemente pensato, non certo nato lì per fini commerciali, una specie di biglietto da visita che lo mettesse non solo in relazione ai suoi compositori preferiti (Liszt e Schumann) ma anche con i suoi ricordi (Czerny). Perché dico questo? Perché evidentemente Le Variazioni sulla Ricordanza di Czerny sono un omaggio a Horowitz di cui egli era stato all’inizio degli anni sessanta allievo (1961-62), perché lo stesso pianista russo naturalizzato americano le aveva incise con la RCA.
Già nelle Variazioni sulla Ricordanza mi sembra che Davis non sfiguri affatto dinanzi a Horowitz. Come Davis suona Czerny? Horowitz suona le Variazioni in quanto pezzo Biedermeier, puntando sulla  resa virtuosistica del pezzo, Davis in quanto pezzo Biedermeier, non solo virtuosistico ma anche preromantico.
Poi di Schumann, Faschinsschwank aus Wien op.26 pezzo di grande coloritura e di grande tecnica, il pezzo di Benedetti Michelangeli e Richter, uno dei brani schumanniani più ostici e virtuosistici: un’opera in cinque movimenti, come se fosse una sonata (la sonata classica è in tre, quella romantica in quattro, ma vi sono anche esempi di sonate in cinque movimenti) in cui il primo e l’ultimo pezzo, in Si bemolle maggiore sono molto virtuostici per struttura, mentre il quarto tempo (un Intermezzo) è pure molto difficile, ma più che altro per il tempo di metronomo, molto alto. 
Infine Liszt, di cui Davis interpreta prima la Polacca n.1, la meno nota delle due, detta anche “Polonaise melancolique” anche per la tonalità d’impianto, il Do minore, una tonalità funerea. Quello che rilevo in Davis è la dilatazione massima del tempo: è come se lui non prendesse per nulla in esame il metronomo, estremizzando quello che fanno Vincenzo Maltempo  o Francesco Libetta, che normalmente si fanno guidare dalla sensibilità musicale, dalle note, più che dalle indicazioni metronomiche. Francesco in certo senso è anche più estremo di Vincenzo Maltempo (vedasi la Polacca in la bemolle maggiore di Chopin che dura un’infinità rispetto alla normalità o lo Studio op.12 n.3 se ricordo bene suonato a Milano come bis durante il secondo dei concerti alle serate Musicali dedicati all’integrale degli Studi sugli Studi di Chopin, di Godowsky) quando dilata i tempi, ma anche quando cerca l’impossibile, suonando il primo tempo dell’op.106 di Beethoven, al tempo di metronomo indicato da Beethoven, e normalmente non preso in esame alla lettera: quattordici minuti sono un’enormità rispetto ai dodici di Maltempo e ai dieci di Czyffra.
Infine il secondo dei brani di Liszt, una trascrizione operistica da Bellini, Reminiscences de Norma, secondo me una delle più belle incisioni in assoluto di questo pezzo lisztiano: in esso esplode tutta la cantabilità e la passione di Davis per l’opera. Si capisce benissimo come egli canti, sfiorando i tasti, tanto l’equilibrio formale è legato alla sua passione per il bel canto: quasi quasi mi sarei aspettato che egli avesse veramente canticchiato, come faceva Gould o lo stesso Toscanini quando dirigeva il Dies Irae de La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Davis affronta il pezzo come solo può affrontarlo chi ama quest’opera: è più italiano degli italiani. Come dovrebbe fare chiunque voglia suonare una trascrizione da opera: non basta suonarla e ricrearla in sé, bisogna sentirla dentro di sè. E Davis la sente, eccome! Sentire per credermi come imposta “Guerra! Guerra!”. Il tutto coniugato ad una tecnica trascendentale.
Non a caso il critico Americano Byron Belt ha definito  quest’ incisione, una delle migliori : "For exciting performance and superlative piano sound and engineering, this Davis recording strikes this listener as the greatest single pianorecording ever.   Coupled with poetic playing of Robert Schumann's  unjustly neglected "Carnival Jest from Vienna," this recording alone  restores Davis to the very top of the list of current pianists who really make music as well as play with dazzling technique."
Un disco sicuramente non banale, ma anzi una esperienza che diventa anche sensoriale, oltre che culturale.
Pietro De Palma

martedì 20 maggio 2014

Edvard Grieg Edition - Box Brilliant - 21 CD

Nel 2007 fa ricorreva il centenario dalla morte di Edvard Grieg, il più grande compositore norvegese: varie iniziative, non molte per la verità, e poi qualche disco.
Va detto subito che la Brilliant pare abbia monopolizzato gli sforzi al fine di realizzare delle integrali che le altre majorities sono restie ad affrontare: se lo può permettere in virtù della politica di massa, che fa, come pure la Naxos: invece che puntare sul guadagno singolo, puntare abbassando i costi dei cd a raggiungere quanti più acquirenti sia possibile. Ovviamente facendolo con dischi cosiddetti storici, parecchie volte licenziati da altre case che li giudicano un investimento nullo o quasi, e puntando su interpreti poco noti (e che quindi non chiedono molto): il risultato ? 21 cd a 46 euro: quasi una pazzia!
Una pazzia con cui però si può avere non uno sguardo interessato ma l’intero corpus delle opere: dal celeberrimo concerto per pianoforte, alla Ballata e alla Sonata op.7, ai Lieder sconosciuti, alla produzione misconosciuta o quasi per pianoforte, esclusi i Lirische Stucke, alle 3 celebri sonate per violino, alla celeberrima sonata per violoncello e pianoforte.
L’esecuzione delle composizioni pianistiche viene affidata ad Hakon Austbo, buon pianista norvegese, un artista onesto ed ispirato: se si volesse fare un discorso di interpretazioni, il povero Austbo uscirebbe ridimensionato a parer mio, dalle interpretazioni della Sonata da parte di Glenn Gould, e della Ballata da parte di Peter Katin. Gioca a suo favore l’insieme delle composizioni pianistiche, una mole non indifferente, assolutamente non conosciute, con la sola esclusione dei 3 Libri dei Lyrische Stucke un tempo molto famosi, che poi hanno subito un certo oblio, da cui alcuni son stati risvegliati ad opera dell’interpretazione soprattutto di Sviatoslav Richter, per poi riemergere qua e là in tempi più recenti nelle sale da concerto: il mio caro amico Emanuele Arciuli, per esempio, li ha proposti più volte.
I Lieder occupano da soli lo spazio di 7 cd : non poco per delle composizioni quasi sconosciute, che vengono intesi in senso prettamente nazionalistico (un po’ come al suo tempo aveva impostato la questione Schumann) non affidandosi per i testi a poeti o drammaturghi tedeschi ma di area scandinava: troviamo tra gli altri per esempio Ibsen.
Devo dire che piacevolmente, la Brilliant è andata a rispolverare, per l’esecuzione del Concerto per Pianoforte in la minore, un tempo celeberrimo, la collaborazione Jorge Bolet/Riccardo Chailly e la Radio-Sinfonie Orchester  Berlin: classe alle stelle, ispirazione (forse anche troppa!), atmosfera sognante. Le note non dicono a quando risale la registrazione: avremmo voluto saperlo. Non è che sia male, intendiamoci; ma se i tempi e gli stacchi sono così lenti, il concerto muore: l’opera di Grieg è una composizione che volutamente strizza l’occhio al successo, e nelle melodie è volutamente ruffiana: richiede un’interpretazione non tanto “alla francese”, come si sente nel primo tempo da parte di Bolet, quanto il piglio degli americani, fracassoni, che secondo me riescono a trasformare uno dei concerti un tempo più amati dal pubblico in una esibizione circense, con ritmi quasi orgiastici: il riferimento è a Leon Fleischer, superbo virtuoso statunitense, che fece di questo concerto un autentico must.
Cofanetto di 21 cd , con libretto (risibile) di sole 15 pagine (esclusivamente lingua inglese).

 Pietro De Palma

mercoledì 14 maggio 2014

Piero Rattalino : Chopin racconta Chopin

Piero Rattalino, classe 1931, è secondo me uno dei più grandi divulgatori musicali italiani, per quanto attiene al repertorio classico; e uno dei più grandi musicologi.
Oltre ad aver firmato innumerevoli serie radiofoniche, e un must ahimè mai più mandato in onda, almeno sui tre canali RAI, cioè la serie di trasmissioni dedicate a Glenn Gould, dopo esser stato docente per tanti anni di pianoforte a Milano, e poi (e lo è ancora) in alcune accademie italiane, ha soprattutto consegnato ad un pubblico attento (e poi anche affezionato) una serie di opere assai apprezzate.
Io, che Rattalino l’ho conosciuto e frequentato parecchi anni fa, posso dire che trattasi di una persona estremamente affascinante dal punto di vista intellettuale e altamente stimolante.
Mi attraeva di lui non solo la sua cultura musicale, ma anche  l’aneddotica di cui faceva sfoggio: mi ricordo per esempio, tanti anni fa, a margine di una conferenza concerto da lui tenuta, di un suo aneddoto su Muzio Clementi, veramente spassoso (e rivelatore di certi meccanismi della società dell’epoca).
Rattalino ha scritto molto in Italia (ho parecchi suoi libri autografati), ma io di lui riconosco sostanzialmente due periodi mediati da uno di mezzo: il primo periodo, quello dei grandi capolavori di critica discografica e storia della letteratura pianistica (La Storia del Pianoforte, Da Clementi a Pollini, La Sonata Romantica, Le sonate per pianoforte di Beethoven: Guida all’ascolto, Il Concerto per pianoforte da Haydn a Gershwin), un periodo di mezzo (Le scuole pianistiche, Schumann critico, Fryderyk Chopin: ritratto d’autore, Liszt o Il giardino d’Armida, Da Bunin a Plantè), il secondo periodo caratterizzato dai ritratti dei grandi pianisti (già tratteggiati ma in maniera sintetica in altre opere), e da lavori sia di natura prettamente tecnica (Manuale tecnico del pianista concertista, per es, oppure Il linguaggio della Musica.) sia divulgativo-aneddotica (Memoriale di “Pura Siccome”: La storia di Violetta, o La vera storia di Amadeus). A quest’ultimo periodo direi che appartiene anche Sergej Prokofiev: La vita, la poetica, lo stile. E’come se raccontasse davanti al fuoco una sua storia: che non è la sua, ma è come se lo fosse. Facendo leva anche sulla forza del sentimento e dell’escursus personale.
Tutto questo è presente nella sua ultima fatica: Chopin racconta Chopin.
E’ bene dire che chi cerca le descrizioni tecnico analitiche dei lavori chopiniani qui non troverà la propria meta: sarebbe meglio se si apparentasse al fondamentale studio di Belotti. No. Questo libro è una storia di Chopin raccontata da lui stesso: secondo me, Rattalino riprende qui il discorso che già aveva cominciato in Storia di Wolfango Amedeo Mozart scritta da lui medesimo.
Questa tendenza a rivelare gli aspetti più nascosti di Chopin si era già espresso nell’altro libro scritto su Chopin e pubblicato  parecchi anni fa: Fryderyk Chopin: ritratto d’autore. Tuttavia lì il soggetto parlante era lui, Piero Rattalino e l’oggetto.. Chopin; qui la cosa cambia: Rattalino si fa Chopin, si identifica o meglio si trasmuta nel genio polacco che racconta in prima persona la sua vita: in questo modo, l’aneddotica, che altrove poteva anche lasciare l’amaro in bocca, qui diventa rivelazione, confessione personale. Chopin parla, discorre della sua vita e di quella degli altri, dei suoi concorrenti nella vita musicale dell’epoca e dei suoi maestri, discorre di donne e di sentimenti. E in questo modo è come se ci facesse partecipi di un grande affresco della società e della vita di quel tempo: di questo Rattalino è maestro.
Più una ricreazione “Rattalino-dipendente” della realtà o una “Chopin-dipendente”?
Non lo so dire; certo è, che Rattalino ci mette molto di sé: da L’Ente lirico va in trasferta, Rattalino ne ha fatta di strada. Già quel libro illustrava con i suoi tratti molto graffianti (e spassosi nel paradosso, talora) la sua vita di direttore artistico itinerante. Ora passa all’estremo: si cala nella vita di un altro.
Certo è che non aggiunge nulla al mito di Chopin genio e compositore e non toglie nulla alla sua verve affabulatrice di divulgatore musicale.
A me è piaciuto.
Ma se proprio uno mi chiedesse di associare un libro al suo nome, direi senza dubbio: La Storia del pianoforte o Da Clementi a Pollini: sono i libri della mia giovinezza. Solo una cosa rimprovero a Rattalino, e glielo dissi tanti anni fa: il fatto che proprio lui, che ha scritto tanto e continua a farlo, non abbia mai pensato a realizzare un'opera che analizzasse compiuamente o cercasse di farlo, il Biedermeier pianistico. Non so chi mai potrebbe riuscirci con le stesse capacità sue. Forse una sola persona, ma a cui non interessa, credo.
Peccato.

Pietro De Palma        

giovedì 8 maggio 2014

Ricordo di Earl Wild

Il 23 gennaio di quattro anni fa  si è spento a più di 90 anni, nella sua casa di Palm Springs, Earl Wild, uno dei più grandi pianisti del ventesimo secolo.
Wild era una leggenda, soprattutto in America, dove continuava a tenere Master Classes.  
Era nato a Pittsburgh, Pennsylvania nel 1915. Studiò pianoforte dapprima con Selmar Janson, poi con Marguerite Long, Egon Petri e con la moglie di Simon Barere.

Nel 1937 cominciò a collaborare con la NBC Symphony Orchestra e nel 1939 diventò il primo pianista ad aver suonato in recital per la neonata televisione americana. Tuttavia il vero successo gli arrise, quando Arturo Toscanini gli offrì la possibilità di accompagnarlo assieme a Benny Goodman, nella Rapsodia in Blue di Gershwin. Da quel momento in poi Earl Wild divenne immediatamente popolare in America. 

 

Nel nostro Paese, era venuto raramente: dovrebbe esserci da qualche parte, negli archivi RAI, una registrazione effettuata con l’ Orchestra Sinfonica della RAI di Roma, in occasione di uno storico concerto, nel 1972,  con il Concerto op.32 di Scharwenka, sotto la direzione dell’altrettanto mai dimenticato Thomas Schippers.
Sono questi gli anni di maggior fulgore, e in particolare gli anni sessanta: al 1964, risale uno dei suoi dischi leggendari, pubblicato dalla Vanguard,in cui tra le altre, in particolare voglio menzionare la straordinaria incisione di Parafrasi operistiche, in cui, per gusto, sapienza musicale, e sensibilità artistica legata ad una padronanza tecnica trascendentale dello strumento, Wild poteva a ben donde rivaleggiare con altri artisti del calibro di Jorge Bolet e Claudio Arrau, più conosciuti in Italia . E’ stato soprattutto il suo virtuosismo trascendentale, ad aver consegnato alla storia, interpretazioni come le Variazioni di Herz sulla Cenerentola di Rossini, o la Trascrizione di Thalberg del Don Pasquale di Donizetti, o il Tema e Variazioni di Paderewski.
Aveva sfornato una serie infinita di incisioni: reperibili da parecchio sul mercato italiano, erano quelle reincise dalla Chesky Records, prese da nastri RCA (per cui Wild aveva inciso parecchio): in particolare i Concerti di Saint-Saens (il secondo), di Liszt (il primo), la Ballata di Fauré per pianoforte e orchestra, il secondo concerto di MacDowell, il concerto di Grieg, quello di Tchaikowsky, e la fantastica integrale con Jascha Horenstein delle opere per pianoforte e orchestra di Rachmaninov.
A seconda poi che si fosse presa l’integrale in cofanetto oppure collezionati i CD singoli, si poteva avere il piacere (l’ho avuto io per esempio) di ascoltare anche dei suoi cavalli di battagli inseriti come riempitivi: la Marcia Militare di Schubert-Tausig, o L’invito alla danza di Weber-Tausig. Inoltre, aveva inciso con Arthur Fiedler, l'integrale di Gershwin per piano e orchestra, per la RCA.
E sempre con Fiedler, per la RCA, il Concerto di Paderewski. Mentre con Erich Leinsdorf il Concerto di Scarwenka op.82: purtroppo queste due incisioni sono ancora disponibili solo su LP RCA ( lo regalai anni fa al mio amico Aldo Lotito, uno dei maggiori collezionisti italiani).
Non si era sottratto anche dall’aver portato al successo concerti novecenteschi, come quello di Copland o di Menotti.
In tempi recenti la casa discografica statunitense Ivory aveva inciso parecchi suoi CD ed era uscito anche un suo doppio DVD con filmati, interviste e materiale audio: tra i numerosi CD anche l’Integrale dei Notturni di Chopin (bellissima), e un CD con registrazioni datate, di quando aveva trent’anni: in questo CD è conservata una straordinaria incisione della Sonata di Liszt, un vero pezzo di bravura, suonata con un tale ritmo, verve, musicalità e virtuosismo (è una registrazione sui ventisette minuti) da far scattare gli applausi e le urla di giubilo..anche se nel proprio salotto.

Li meritava gli applausi Wild; ma la nostra critica discografica raramente se ne era occupato, nonostante Harold Schoenberg l’avesse definito “un super virtuoso”: mi ricordo un bell’articolo che riuniva più incisioni, pubblicato sul Mensile MUSICA, ma per quanto riguarda studi approfonditi sulle sue incisioni, non mi ricordo un interesse massivo maturato su di lui. Lo stesso Piero Rattalino, che sovente compare nelle mie rievocazioni, non ha se non raramente parlato di Wild, definendolo un eccezionale virtuoso: ne parla  in Da Clementi a Pollini, a riguardo della sua incisione di Schubert-Tausig. Questa dimenticanza ha nuociuto alla conoscenza della sua eccezionale personalità non solo di virtuoso, ma anche di didatta, e anche..di compositore. Sue le Variazioni Doo-Dah per pianoforte e orchestra, e trascrizioni da Gershwin, ma anche una trascrizione dal Lago dei Cigni di Tchaikowsky, il  Pas de Quatre che è stato suonato da alcuni pianisti famosi del nostro tempo, per es. da Stephen Hough.
Esiste in particolare una sua incisione di questo suo oramai famoso pezzo (che dura poco ed è un ninnolo spesso eseguito come bis, sulla falsa riga dei ninnoli che alla fine dell’ottocento inizio novecento i grandi virtuosi del tempo, incidevano e suonavano, tipo Guiomar Novaes): è contenuta in un cofanetto di 2 CD dal titolo L’arte della trascrizione, pubblicato parecchi anni fa dalla  Audiophon e poi riversato dalla Philips nella sua serie Great Pianists of the 20th Century Series molti anni fa. In questo cofanetto troviamo alcune delle cose più straordinarie incise da Wild, in occasione del suo Giubileo alla Carnegie Hall, nel 1981: la Fantasia sulla Semiramide di Rossini/Thalberg, Toccata e Fuga di Bach/Tausig, Strauss/Schultz-Evler, Gluck/Sgambati, Wagner/Moszkowski, etc..

In realtà Wild aveva inciso anche molto Chopin, Beethoven, Medtner, molto Liszt, Brahms, Schumann; e persino Reynaldo Hahn.
Mi sovviene quel bellissimo ricordo poetico che scrisse Trakl ricordando Novalis: “ 
In dunkler Erde ruht der heilige Fremdling. Es nahm von sanftem Munde ihm die Klage der Gott,Da er in seiner Blüte hinsank.Eine blaue Blume Fortlebt sein Lied im nächtlichen Haus der Schmerzen”.
Novalis morì giovane e come tutti i grandissimi morti in giovane età, si disse che Dio l’avesse chiamato perché era un grande; Wild è morto molto anziano, ma sempre grande è stato.
L’ultimo dinosauro del ventesimo secolo è scomparso: e con lui è finito il  ventesimo secolo.

Pietro De Palma

sabato 3 maggio 2014

NOCTURNES

NOCTURNES 

 

Integrale Notturni di Chopin e Field,

 

 e Notturni di loro contemporanei

 

4 CD  Brilliant - Bart van Oort, pf.

 



Il cofanetto, in cui sono racchiusi 4 cd, comprende sia i Notturni di Chopin sia quelli di Field. Già per questo meriterebbe di essere segnalato: non è da tutti accostare infatti le due raccolte più significative del primo ottocento. Certo Bart van Oort, pianista olandese, anzi fortepianista, non è Dino Ciani, o Backhaus, o Arrau; tuttavia una sua via la trova, onesta senza grandi pretese, da cui esce onoratamente, anche in virtù della scelta fatta di suonare su diversi fortepiani, quindi una via filologica, i Notturni di Chopin. In questo modo il confronto coi grandi non lo coinvolge più di tanto, eseguendoli, i Notturni, come Chopin li avrebbe eseguiti e non come si eseguono ora: senza il peso, ma basando quasi tutto sul gioco di dita e di polso, e in maniera minore dosando impercettibilmente lo sfumato. Certo i giochi di luce su un fortepiano non son gli stessi di un pianoforte moderno, dove proprio l’attacco del tasto in una certa maniera consente risultati allora impensabili; ma qui si apprezzano la squillantezza, che non c’è più. Non solo. Proprio la mancanza o comunque un ridotto uso della tecnica del peso, dà modo di apprezzare in maniera più naturali i passi veloci, qui non così evidenti come negli Studi. Ovviamente il buon Oort in Field trova terreno più fertile per le sue scampagnate, proprio perché non si deve minimamente preoccupare di riferimenti o di paragoni che qui non esistono: pochissimi sono infatti i pianisti che suonano i notturni di Field.
Dicevamo quindi che già l’esecuzione dei Notturni completi di Fredéric Chopin e di John Field, sarebbe già un motivo per acquistare il cofanetto; il fatto è però, che il vero interesse nasce allorché si analizza il contenuto del quarto cd, che comprende notturni di contemporanei di Chopin e di Field. Pagine memorabili e sconosciute vengono in questo modo riproposte dopo secoli oseremmo dire, e qui l’intelligenza dell’operazione culturale esce tutta: sentire Camille Pleyel, o la Szymanowska, o Thalberg, o il notturnino di Alkan, i notturni di Lefebure, Kalkbrenner o Clara Schumann, dà i brividi. Ma dove oseremmo dire, il cuore fa un tuffo, è quando si sentono rieccheggiare i 5 sconsolati e malinconici notturni di Feliks Dobrzynski, compositore contemporaneo di Chopin, soprattutto quello in sol minore.
E proprio a Chopin si rifanno: o almeno sembrerebbe che così fosse. Un’altra ardita operazione culturale dello stesso tenore è stata portata avanti, questa volta, dal fortepianista foggiano, Costantino Mastroprimiano, uno dei più grandi se non "il più grande in Italia" (che ha inciso l'integrale delle Sonate di Muzio Clementi su fortepiano) in questo momento,che  ha consentito dal vivo di apprezzare la contiguità espressiva e il milieu comune proprio dei Trii per pf, violino e violoncello, di Dobrzynski e Chopin, entrambi allievi di Elsner. E proprio nel grande maestro polacco, direi, possiamo quindi trovare il trait d’union tra la musica di Chopin e quella di Dobrzysnki, non ancora maturata in propri sfondi romantici e ancora così ingenuamente biedermeier, ma già pronta agli slanci posteriori.
Tra l’altro ricordo che qualche tempo fa è stato scoperto proprio il manoscritto del Concerto per pianoforte e orchestra di Dobrzynski, ritenuto da illustri critici internazionale, di fattura notevole, ed eseguito.

Pietro De Palma