domenica 29 giugno 2014

LA PRODUZIONE PIANISTICA DI HUMMEL : Le Variazioni

LE VARIAZIONI

Di Variazioni Hummel ne compose parecchie. Se non ho fatto errori, l'elenco completo dovrebbe essere il seguente (tratto da quello completo, disponibile sul sito 
http://www.jnhummel.info/en/scores.php , di cui parleremo prossimamente ) :

                                                       Composizioni con numero d’opera

Op.1 – 3 Sets di Variazioni per Piano (1791)
No.1 in Do/The Plough Boy
No.2 in Sol/Bluhe liebes Veilhen
No.3 in Do/La Belle Catherine
Op. 2 - 2 Sets di Variazioni per Piano (1791)
No1 in Sol/The Lass of Richmond Hill
No2.in Sol/Jem of Aberdeen
Op. 3 - 3 Sets di Variazioni per Piano (1794)
Op. 6 – Variazioni per Piano su un Tema di Vogler (dal Castore & Polluce) in Fa (1798)
Op. 8 – Variazioni per Piano su un Canto tradizionale austriaco (1801)
Op. 9 – Variazioni per Piano su “Les Deux Journées” di Cherubini (1802)
Op.10 – Variazioni per Piano su God Save The King (1804)
Op.15 – V ariazioni per Piano su un’Aria da Les Deux Savoyards di Dalayrac (1804)
Op.21 – Variazioni per Piano su un Canto Tedesco (1806)
 Op.32 - Variations for Piano from La Sentinelle (1812)
Op.34 - 3 Sets of Variations for Piano (1810)
Op.40a - Variations for Piano on a March from Isouard's Cendrillion (1811)
Op.57 – Variazioni per Piano su un Tema di Gluck (1811-1815)
Op.75 - Adagio, Variations, & Rondo on A Pretty Polly (1817)
Op.76 – Variazioni per Piano su un Tema originale in La Magg. (1818)
Op.119(120) – 3 sets di variazioni per Piano, “Les Charmes de Londres” (1831)

                                               Catalogazione Joel Sachs

  • S.1 - Variations for Piano on an Original Theme in A Major (~1789)
  • S.2 - Variations for Piano on a Theme of Malbrouck in C Major (~1790)
  • S.16 - Variations for Piano from Peuplu Nacqucres in Bb Major (1791~93)
  • S.18 - Variations for Piano on an Original Theme in D Major (1794)
  • S.19 - Variations for Piano from Aline in C Major (1795)
  • S.20 - Variations for Piano in C minor (1799)
  • S.145 - Variation for God Save the King (1820~30)
  • S.161 - Variation No.16 for Anton Diabelli's Waltz (1824)
  • S.164 - Variations & Rhapsody in E Major (1825)
  • S.187 - Variation from Rule Britannia for Piano (1830, WoO.10)

                                               Opere non Catalogate 

                                  Variations on Bluhe liebes Veilchen (ca.1792)
                                  Variations on “La belle Catherine”
                                  Variations on “Tyrolienne”


Non esiste una raccolta completa delle Variazioni composte da Hummel, per cui ci rifaremo ad una serie di incisioni. La prima è quella della  pianista polacca  Johanna Trzeciak che, per la Pavane Records, anni fa, incise le Variazioni: opp. 75-76-21-34/3. 


Tra queste l’op.21, presente anche nel CD della Corni, unita ad altri lavori: op.34 n.3, opp.75 e 76.
Come si vede, le Variazioni comprese nel disco della pianista polacca, sono poche, ma significative.
Le Variazioni op.34 n.3, in Do Maggiore, sono quelle sul tema “Vivat Bachus, Bachus Lebe” dall’opera “Die Entfuring aus dem Serrail” (Il ratto dal serraglio) di Mozart. A dire il vero, l’op.34 comprende tre set di variazioni, le prime due di cui sono: La sentinelle op.34/1 e Partant pour la Syrie op.34/2.
Il set di variazioni dell’op.34 n.3 è strutturato come Tema e 12 variazioni: risale al 1810 ed è un lavoro interessante oltre che anche talora arditamente virtuosistico (ovviamente intendendo il virtuosismo del tempo cui si riferisce!). Le prime sei variazioni sono più stringate mentre le restanti sono più lunghe; inoltre sono già anticipatrici di idee future. Infatti come già il Dussek della Elegia sulla morte del Principe Ferdinando di Prussica, aveva anticipato armonicamente certe soluzioni di Liszt e Schumann, così Hummel propone un arco tonale che va dal Do maggiore al La minore della terza variazione, al Fa maggiore della quarta, al Do minore della sesta, al La Bemolle Maggiore della nona; poi attraverso modulazioni si va al Mi maggiore e quindi si ritorna al Do maggiore, un po’ come accade nello Schumann delle opere tarde. Questa facilità e tendenza a variare armonicamente, toccando tonalità lontane, e non attenendosi quindi alla mera prassi armonica, fa capire come, nel tempo suo, Hummel non fosse un semplice compositore à la page, come molti suoi coevi, ma tendesse a creare un suo stile personale, pur non disdegnando la pratica più virtuosistica e d’effetto: es. la dodicesima variazione è una cavalcata  di tremoli alla mano sinistra.
Il set dell’op.21 è tendenzialmente meno interessante: risale a sei anni prima e le variazioni sono più ridotte di quelle dell’op.34/3, nonostante qualcuna mostri un qualche motivo di interesse: per es. la nona variazione comincia con una cadenza e finisce con una ripresa del tema iniziale del set.
Le Variazioni più interessanti son quelle delle opp.75 & 76, successive al Congresso di Vienna, che dette a lui un immenso successo e popolarità in tutta Europa: delle due l’op.75 rappresenta il punto più alto nell’esperienza delle Variazioni in Hummel: risale al 1817 e si presenta nella forma di Adagio, Variazioni e Rondò, basato il tutto su una canzone popolare inglese “The pretty Polly”. Hummel alterna nelle variazioni vari moti dell’animo: al tema cantabile molto dolce dell’Adagio seguono momenti più agitati e drammatici, alternati a momenti più serafici. Anche la forma è caratteristica e verrà usata in molti altri lavori: ad una introduzione virtuosistica (Allegro con fuoco e Adagio), segue un Tema con 8 variazioni, e infine una coda rappresentata da un rondò, forma che per es. viene usata nel Trio per Pf. Violoncello e flauto op.78 in Sol Magg. “Schoene Minka”.
Le Variazioni invece dell’op.76, su un tema originale,  pur risalendo allo stesso anno, 1817, sono strutturate sul più usuale schema “Tema & Variazioni”: un tema assai innocente, dello stesso Hummel, è seguito da 8 variazioni. Nonostante si presenti come un lavoro sottotono rispetto al precedente, tuttavia anche questo set di variazioni ha i suoi punti di interesse, proprio nell’alternanza delle tonalità di impianto dei vari pezzi, ora tumultuosi, ora più tranquilli; addirittura la settima variazione in La minore presenta un’alternanza di stati d’animo contrastanti al suo interno, avendo prima una raffica di ottave in fortissimo, a cui segue un legato in pianissimo.
La Trzeciak è una pianista polacca, che regolarmente suona ovunque (anni fa, se non ricordo male, suonò anche a Barletta, nella rassegna di cui si occupa Pasquale Iannone) : estremamente dotata tecnicamente, si dimostra una fine interprete di Hummel, nonostante abbia inciso nel nostro caso un disco che potrebbe risultare monotono, nell’avvicendarsi di forme simili, se non fosse che lei stessa tende non solo ad eseguire ma anche ad interpretare. Un disco piacevole, dunque, che almeno rappresenta, nella collezione dell’appassionato, un pezzo non da poco.
                             
                                                                                                                                       4 (1)- continua

Pietro De Palma

giovedì 26 giugno 2014

The Romantic Piano Concerto - 61 : Doehler e Dreyschock - CD Hyperion



Oggi parlo di una recentissima emissione della conosciuta etichetta inglese Hyperion, che da molti anni ha dedicato molte delle sue risorse economiche e delle sue attenzioni, alla riscoperta dei tesori sconosciuti (o quasi) riguardanti la musica per pianoforte e orchestra: The Romantic Piano Concerto N.61.
Da alcuni giorni è in vendita, in Italia, il CD contenente il  Concerto in La Magg. Op.7 di Theodor Döhler , e il Morceau de Concert op.27 e il Rondo brillant “Salut à Vienne” di Alexander Dreyschock.

Del primo, questa che io sappia è una delle pochissime incisioni esistenti in assoluto riguardanti la musica pianistica, e quindi è da raccomandare vivamente a quanti volessero farsene un’opinione. Döhler, diversamente da quanto ci si aspetterebbe se ci si fermasse all’apparenza, non era tedesco, pur avendo ovviamente eredità di sangue: infatti, era nato a Napoli (nel 1818), dove suo padre era kapellmeister. Fu molto famoso, uno dei pianisti più famosi del tempo, virtuoso itinerante, concertista e compositore. Fu attivo sin dal 1827 alla corte del Ducato di Lucca, già fanciullo prodigio, allievo di Benedict (a sua volta di Hummel e Weber); da lì mosse a Vienna, dove diventò allievo di Czerny (anche lui allievo di Hummel, ma anche di Clementi, Salieri e Beethoven). Finì la carriera sposando una principessa russa (per l’occasione ottenne il titolo nobiliare dal Duca di Lucca, che gli permise di coronare il suo sogno d’amore). Morì a Firenze – dove la coppia si era trasferita – a causa di un’affezione al midollo spinale.
Il Concerto è un tipico concerto Biedermeier, brillante, spensierato e molto godibile, strutturato come al solito in tre tempi. Il Maestoso iniziale è un concentrato di virtuosismo Biedermeier: terze, seste, moto contrario, trilli, scale. I trilli ricordano Hummel, e questa può considerarsi una derivazione dai suoi maestri, allievi di Hummel (un altro compositore di scuola hummeliana, addirittura la cui specialità era “la scala di trilli”, fu  Rudolf Willmers, pianista e teorico di scacchi) Comunque le somiglianze con la musica di Hummel e Chopin ci sono tutte. Il secondo movimento ancora una volta ricorda Chopin, mentre il terzo è inusualmente anticipato da una cadenza (di solito nei concerti dell’epoca, la cadenza è presente nel primo tempo, talvolta anche nel terzo) con cui finisce il movimento lento. Apparentemente, perché l’atmosfera incerto senso sognante, perdura anche nel terzo tempo che solo nel finale riacquista baldanza.

Di Dreyschock, invece, vi sono delle incisioni: c’è un CD con pezzi vari per pianoforte solo (Michael Krucker, pf - NCA ), un precedente CD Hyperion di parecchi anni fa con il Concerto di Dreyschock e quello di Kullak, sempre della serie “The Romantic Piano Concerto”; e un lontano nel tempo, LP Genesis, con il Konzertstuck op.27 e il Concerto di Raff  per Pianoforte e orchestra. Questo CD, alla discografia, aggiunge, oltre al ricordato Konzertstuck in Do min. op.27, anche il Rondo Brillante “Salut à Vienne”, in prima incisione assoluta, pezzo in ottave (di Dreyschock denominato al suo tempo,  il pianista delle “due mani destre”, Heirinch Heine diceva anche che “ quando suonava a Monaco ed il vento era giusto lo si sarebbe potuto sentire a Parigi”. Tutti al tempo ne furono impressionati. Si dice che la sua tecnica fosse superiore addirittura a quella di Liszt! ) strutturato secondo una classica ripartizione del tempo: Introduzione e Rondo.  Il pezzo tuttavia più interessante, a parer mio, è l’altro: il Morceau de Concert op.27 (Konzertstuck in Do minore).
È un pezzo che comincia con una declamazione beethoveniana, poi con un cantabile in Fa minore, variamente sviluppato fino ad introdurre una furiosa coda finale pirotecnico in cui c’è un po’ tutto del repertorio virtuosistico del tempo: terze, seste e ottave. Solo che l’interpretazione di Shelley è ancora una volta troppo lenta: Howard Shelley è pianista eccelso di tecnica mozartiana (non a caso ha inciso parecchia musica di Hummel, anche se non sempre a parere mio, con risultati notevoli), ed è uno dei migliori e più affermati pianisti di scuola britannica. Solo che in Dreyschock, ancora di più del Rondo, il Konzertstuck, si deve sentire vibrare la passione, l’afflato, l’irruenza, il furore anche.
Il fatto è che il disco complessivamente, pur proponendo brani rari, e quindi avendo una sua giustificazione, non è un tutt’uno, mette assieme cioè lavori appartenenti a stili e periodi culturali completamente diversi: mettere assieme Döhler, che compone in stile biedermeier, eredità hummeliana, con Dreyschock, che è esponente insigne del primo romanticismo vistuosistico, mi sembra un’operazione azzardata: significa permeare anche Dreyschock della stessa vena tutto sommato spumeggiante ma vuota, di Döhler . Io avrei visto un disco che avesse messo per esempio assieme lavori di Döhler e Benedict (magari le partiture dei due concertini giovanili), unendola nell’eredità di Hummel, e magari avrei proposto Dreyschock assieme a Henselt o Rosenhain. Per di più l’interpretazione di Shelley, che può andare bene nei confronti di Döhler , che è un pianista e virtuoso di ambiente hummeliano e quindi eredita anche un certo modo di suonare e di comporre che deriva anche da Mozart, diventa improponibile per Dreyschock, che un compositore già di verve romantica, per di più del primo romanticismo delirante, ipervirtuosistico e ancor poco storicizzato.
Chi come il sottoscritto possiede il raro LP Genesis in cui lo stesso Konzertstuck era suonato da Frank Cooper e diretto da Zsolt Deáky alla guida della Nürnberg Symphony Orchestra, può apprezzare la differenza di interpretazione del secondo e di come il pezzo suonato da Cooper abbia un brio che manca in quello del disco Hyperion. Non indifferente è il minutaggio: 15 minuti e 47 secondi nel LP Genesis, 16 minuti e 42 secondi nel CD Hyperion: un minuto in meno si apprezza eccome, in un pezzo che non dura sedici minuti, soprattutto nel finale, che con Shelley è troppo lento perdendo in verve mentre con Cooper la mantiene fino alla fine (vedi anche gli altri due LP incisi da Cooper, grande icona della musicologia statunitense: uno con il secondo concerto di Brull e l’altro con Musiche da Salone di Herz e Hunten, che possiedo, bellissimo!).

Per di più Howard Shelley è direttore e pianista: questo se è un vantaggio per alcune cose, nel caso di brani virtuosistici, a parere mio (il che significa che potrei anche sbagliare, ma io la penso così) è un difetto, perché il pianista, non si confronta con un’altra idea, non c’è la sintesi-confronto tra due personalità opposte (Il pianista ed il direttore) ma una sola, la sua. Vedete il successo che ebbe l’incisione Chandos dei Concerti per pianoforte di Hummel, interpretati da un grande, versatile e colto direttore d’orchestra (prematuramente scomparso: Bryden Thomson) e da un grande pianista, ancora agli esordi: Stephen Hough, che allora aveva inciso ancora poco (ricordo un bellissimo CD,  “Piano Album” della Virgin, in cui suonava meravigliosamente tanti ninnoli, alla maniera di Döhler che era stato suo maestro) ! Perché ebbe tanto successo? Perché il virtuosismo e l’eclettismo di Hough era indirizzato in un contesto estremamente brillante in cui l’orchestra aveva un ruolo fondamentale, non tanto di accompagnamento quanto di indirizzamento.
Invece nei dischi in cui Shelley è direttore e pianista,  chi come me cerca il brivido e l’orgasmo in una partitura virtuosistica, trova solo la resa pianistica, non la spumeggiante sfida.

Pietro De Palma