martedì 3 giugno 2014

LA PRODUZIONE PIANISTICA DI HUMMEL


Molto spesso, quando si parla di Musica Biedermeier, si pensa a qualcosa di frivolo, di salottiero, senz'anima, mera ripetizione di pezzi à la page, per far divertire più che per far riflettere. Mi ricordo anni fa quando con un mio amico liutaio, andai con lui in casa di un tale che conosceva e che costruiva spinette (le riparava anche): parlando del più e del meno, accennai alla mia passione, la musica Biedermeier e mi ricordo lui cosa disse: pattume. Ecco quella cosa non l'ho più dimenticata. Perchè rivela una preclusione totale al nuovo e al tempo stesso un'adeguamento culturale. Indubbiamente nell'ambito del genere si trova molta musica di occasione, ma anche musica importante, che è stata nel tempo in certo modo offuscata da quella meno interessante. Hummel è uno di quei musicisti che hanno scritto anche musica Biedermeier.
Johann Nepomuk Hummel (1778-1837) fu uno dei più importanti musicisti di primo ottocento, dedicatario delle ultime tre sonate di Schubert, il primo grande pianista virtuoso non pianista di corte, ma indipendente. La sua fama e maestria sia come pianista,che compositore, che anche didatta, furono riconosciute da molti; persino Schumann, nei suoi Studi critici elogiò più tardi i suoi lavori. Dalla sua scuola pianistica uscirono Thalberg, Henselt, Heller. E influì notevolmente su Chopin.
Ora le incisioni di lavori di Hummel son molto più numerose di quanto non sia accaduto trenta-quaranta anni fa; è da dire però che la renaissance di Hummel è nata proprio con le incisioni sul LP Vox e Turnabout: si ricorderà qualcuno le incisioni del doppio concerto per violino, pianoforte e orchestra? O la Sonata in Fa diesis minore accoppiata al Quinto concerto per pianoforte e orchestra di Cramer? O l’integrale degli Studi per pianoforte op.125 ? O l’incisione del suo concerto per pianoforte più famoso, quello in la minore op.85 ? O quella ancora con la trascrizione per pianoforte e orchestra del Concertino per mandolino? Gli interpreti ora non diranno nulla, ma furono loro, i Galling, i Kyriakou , le Blumenthal, a cominciare quella renaissance del Biedermeier che poi con l’esplosione del Compact Disc è diventata cosa compiuta.
In LP di Hummel mi piacerebbe ricordare oltre che i dischi citati, quello della Koch Schwann con il Concerto in Do op.34, interessantissimo perché segna il limite tra il concerto con cadenza (anche Beethoven) e quello senza.
Con l’avvento del CD, cominciarono anche case discografiche inglesi ad interessarsi di Hummel, e non solo tedesche o austriache: non è un caso che una delle incisioni migliori se non la migliore, è quella della Chandos con Stephen Hough al pianoforte e la English Chamber Orchestra diretta da B.Thomson, dei due concerti opp. 85 & 89 per pianoforte e orchestra, una vera e propria pietra miliare: la musicalità impressa da Thomson (scomparso qualche anno fa), il ritmo quasi orgiastico, e il virtuosismo di Hough che qui diventa estremamente brillante, e che dona nuova vita ad un lavoro, come l’op.85 che, suonato da Martin Galling, era sembrato in certo modo edulcorato.
La Chandos poi, nel corso degli anni, ha proseguito l’opera di esplorazione della produzione concertistica per tastiera di Hummel, con Howard Shelley, pianista solido inglese, di repertorio più tradizionale e convenzionale rispetto a quello di Hough, allievo prediletto, ricordiamolo, di Shura Cherkassky, altro interprete che come Hough, in certo modo riprendeva la tradizione del pianismo di fine secolo-inizio novecento. Hough ha avuto però l’originalità di andare riprendere i pezzi negletti del primo ottocento e di farne, in ragione della sua immensa classe, delle perle.
Shelley ha continuato il solco tracciato da Hough e ci ha consegnato delle incisioni , soprattutto di concerti della maturità: i concerti in FA e in LA bem. M., Rondò per pianoforte e orchestra, Fantasie, Variazioni, per pianoforte e orchestra. Di Hummel poi, sempre dalla CHANDOS, che evidentemente ci ha preso gusto, son stati proposte anche opere per soli, coro e orchestra (Messe e quant’altro), e il Concerto per violino.
 Diciamo subito che confrontando i due, si nota subito come, pur essendo bravi entrambi, a noi pare che Hough abbia espresso meglio la contabilità capricciosa ma mai frivola di Hummel, in cui si sentono spesso accenti che diremmo beethoveniani o mozartiani: Hummel, come si sa, fu l’unico allievo fisso di Mozart. Shelley è meno fantasioso, e questo incide, pur consegnandosi delle interpretazioni molto valide.
Hough e Shelley hanno il merito in tempi recenti di aver riproposto lavori di Hummel già incisi per Tornabout e altre labels, oltre che altri. E hanno avuto una certo eco. Che però sarebbe stata certamente maggiore se un Alfred Brendel avesse internazionalizzato i lavori del musicista boemo.
Alfred Brendel famoso per aver perseguito l’esplorazione del classicismo musicale e viennese in particolare, avrebbe potuto fare di più, a mio modesto modo di vedere: Brendel ha sì eseguito molti compositori, ma rimanendo confinato all’ Europa. Nonostante ciò è passato alla storia, per le sue interpretazioni di Beethoven, Schubert e Haydn, Schumann e Liszt. Però, pur essendo il suo panorama interpretativo, di tipo prettamente continentale, nello stesso ambito europeo sarebbe potuto essere maggiormente pregnante se avesse tentato la stessa operazione culturale che ebbe il coraggio di varare Ciani: sdoganare la musica Biedermeier.
L'operazione di Ciani fu a più vario raggio: Rossini, Asioli, Kozeluh, Hummel, e...Weber. Già basterebbero le sonate di Weber, incise per la DGG, a far capire cosa significarono per la cultura musicale occidentale, i pochi anni che visse. Ma Ciani ebbe un altro grande merito, dicevamo:  sdoganare Hummel.
Weber era stato importante per la musica operistica tedesca, perchè per primo aveva tentato una via propria che non fosse per forza tributaria dell'opera francese e soprattutto italiana. Ma anche per la musica pianistica: quattro sonate, 2 concerti e in più un celeberrimo Konzertstueck. E poi ancora variazioni, pezzi vari (Invito alla Danza, Rondos, etc..). In un certo senso, riprendere Weber, il Weber dimenticato era già una scommessa; ma qualcosa di Weber, ai tempi di Ciani, si continuava ad eseguire (il Konzertstueck per esempio). Hummel invece fu altro: come se qualcuno avesse scoppiato un pallone in una chiesa assorta in silenzio. Fu questo l'effetto. Tanto maggiore perchè Ciani non propose solo il Rondo Favori in Mi Bem Magg. op.11 che era stato dimenticato, ma che durante l'Ottocento e anche il primo Novecento era stato patrimonio dei grandi pianisti (basti pensare a Friedman), ma anche la giovanile Sonata in Mi Bem. Magg.op. 13. Certo l'effetto del boato fu tanto maggiore quanto Ciani riuscì a rendere Hummel come solo un grande pianista che si fosse immerso nel clima culturale di cui era stato un grande esponente il boemo, avrebbe potuto fare. Cioè non interpretandolo, come taluni facevano, come un esponente del romanticismo, ma del Biedermeier (almeno i pezzi da lui proposti).La Sonata op.13 è stata oggetto di altre incisioni notevoli: delle integrali della pianista italiana Corni (DYNAMIC) e del pianista americano Ian Hobson (ARABESQUE) di cui parleremo nella terza parte di questo escursus. Ma è soprattutto Ciani che la seppe far conoscere (CD HUNT parecchio difficili da trovare).
Dino Ciani è stato il pianista che più ci ricorda Hough, anche come atteggiamento intellettuale: uno di quei pianisti che avevano magnifica sensibilità e magnifico cervello. Ciani era però pianista più affine al repertorio romantico (Chopin in particolare: notevolissima la sua integrale dei Notturni per la DGG) di quanto non lo sia Hough, più vicino a pezzi di primissimo ottocento  (Ravina per es.) o a quei ninnoli di fine ottocento (di cui abbiamo grandi interpretazioni di Novaes o Friedman o Paderewski), di cui è grande interprete anche il pianista leccese, Francesco Libetta.
Nell’op.13 , in certo senso haydniana, Ciani è veramente magnifico: soprattutto nell’interpretare i pezzi, rispettando la loro natura in certo modo teatrale, molto appariscente e salottiera. Se non li si è mai sentiti, si può fare riferimento mentale alla “Gesange Szene” di Louis Spohr: in pratica il suo concerto per violino n.8, “In modo di una scena cantante”. Sono pezzi che a volerli suonare con molto pedale di risonanza, perdono molto: secondo noi il pedale di risonanza, è una cosa che si dovrebbe utilizzare in maniera molto parca, ed invece lo si stra-usa: la loro miglior morte sarebbe essere suonati sui fortepiani. Oppure su pianoforti, ma da gente di spessore non solo tecnico ma anche intellettivo: e Ciani lo era.
A memoria ricordiamo le interpretazioni di Ignaz Friedman (che lo modifica in qualcosa); di Earl Wild, l’ultimo grande pianista di inizio novecento ancora vivente (ha più di 90 anni) che erediti la grande tradizione dei Rosenthal, Lhevinne, Horowitz, Rachmaninov; in tempi più recenti l’ha inciso il virtuoso salentino Francesco Libetta. Il Rondò è frivolo e spumeggiante come uno spumante d’annata, dolce ma non stucchevole, e con quel tocco di brio sciocchezzuolo che ci fa il solletico sul palato, come sanno fare le bollicine.
                                                                                            1 – continua

Pietro De Palma

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