venerdì 31 ottobre 2014

Ancora Schubert pianistico: Oborin, Sofronitzky, Brendel, Curzon, Klien

In verità non ci furono tre pianisti ad aver sdoganato Schubert nelle prime decadi del XX secolo, ma quattro: quello di cui non ho parlato, fu Lev Oborin.
Lev Oborin oggi è ricordato soprattutto per essere stato il maestro di Vladimir Ashkenazy, ma in realtà fu uno dei più fini pianisti della Russia sovietica: fu il primo a vincere il Concorso Chopin di Varsavia (1^ edizione: 1927). A sua volta fu allievo di Konstantin Igumnov; altri allievi famosi di Igumnov furono Boleslaw Kon (morto suicida nel 1936), Yacov Flier, Maria Grinberg, Bella Davidovich.
Lev Oborin, che è ricordato ancor oggi per aver fatto parte di un celeberrimo trio cameristico assieme a David Oistrach e Sviatoslav Nikolaevic Knusevickij
dopo la vittoria al Primo Concorso "Chopin" di Varsavia, cominciò una grande carriera che lo portò in giro. A lui Khaciaturian dedicò il suo Concerto per pianoforte e orchestra, che Oborin incise. Come pure incise Beethoven, Chopin...
Di Oborin è rimasta disponibile la Sonata in Si bem maggioren di Schubert, compresa in un favoloso CD di produzione russa, che lo vede al massimo della sua carriera, in un concerto pubblico nella Sala Grande del Conservatorio di Mosca, nel 1950; un concerto che comprendeva tre capisaldi della musica romantica: appunto l'ultima sonata di Scubert, gli Studi Sinfonici di Schumann e i 24 preludi di Chopin.
La sonata è suonata con rara intensità e afflato poetico non consueto. Noi che siamo portati dalla tradizione discografica a ritenere che sia una sonata almeno da 40 minuti di ascolto, se non di più, dopo le lezioni di Richter, Arrau, Badura Skoda, Sokolov, che hanno prodotto una consuetudine quasi, cioè che se uno interpreta questa sonata è lecito che sfori i 40 minuti (Severin von Eckardstein, Lang Lang, Koksis, per es.), rimaniamo stupiti dalla freschezza ritrovata di un brano troppo intristito da troppe interpretazioni troppo "pesanti". La sonata è il canto del cigno di un compositore che non stava bene e che sarebbe morto di lì a poco. E' un testamento, ma di un compositore che univa l'intensità ad una straordinaria invenzione melodica e poetica: è una sonata che per me dovrebbe essere suonata, venata di melanconia per le rose che non si son colte più che di disperazione tragica, qual'è quella che si coglie (eccome!) in Richter, Arrau e Berman (49 minuti !!!). 
Un tempo ero molto vicino a Richter: lui era il mio vate, e lo era soprattutto in Schubert, vent'anni e più fa. Ora ai 50 anni, mi sento molto più vicino a Oborin, o a Clifford Curzon, un pianista che si dovrebbe riscoprire,
o ancor di più a Sofronitsky. La Sonata in La minore D.784 (live, 1953) è stratosferica nell'interpretazione del genero di Skrjabin, poetica al massimo grado (soprattutto nell'ultimo movimento). Ma di Sofronitzky parlerò in seguito.
E ritorniamo alla quintessenza di Schubert.
Chi può esser oggi ricordato come la quintessenza di Schubert? Chi l'ha più sistematicamente esplorato e scandagliato: Richter, Schnabel, Brendel. Di Richter e Schnabel avrò modo di parlare altrove. Ma..Brendel ?

Brendel è stata la quintessenza di Schubert negli ultimi trent'anni, ne ha interpretato superbamente, secondo me nel modo più consono, la vena malinconica. In certo modo direi quasi che Brendel è stato il pianista della seconda metà del secolo XX che più di altri si è avvicinato spiritualmente a Sofronitzky: i concerti di entrambi erano degli eventi. Ma mentre il pianista russo ha suonato solo due sonate di Schubert e poco altro (Wanderer, Momenti Musicali, qualche lied), Brendel ha sistematicamente esplorato Schubert con intensa partecipazione: forse solo le primissime 8 sonate credo di non aver mai sentito da lui, ma dalla 9^ Brendel si può dire di averle quasi tutte interpretate ed incise ( e in più altro: Klavierstucke opp. 90&142, Momenti musicali, Wanderer, Melodia Ungherese). 
Il mio rammamrico è solo uno: che Brendel, uno dei più grandi interpreti del '900, forse il più grande interprete dello Schubert austriaco (non russo ) assieme a Walter Klien
(altro pianista che si dovrebbe riscoprire e che si è troppo presto dimenticato: con lui Brendel suonò varie volte a quattro mani. Klien incise l'integrale di Schubert, una grande integrale, forse la più grande ai suoi tempi. La sua Sonata D.959 era da urlo!!! Me la ricordo molto bene: l'ascoltai eseguita dal vivo in concerto a Bari, in uno dei suoi ultimi recital, assieme a Mozart e, Janacek. Mi ricordo che mi impressionò moltissimo: soprattutto la penultima sonata di Schubert e la Sonata 1905 di Janacek. Era come se lui avesse voluto lasciare una parte di sè. Fu una serata particolare: lo si notò subito. Devo confessare che quando è morto Richter mi è dispiaciuto, ma quando seppi che era morto Klien, qualche tempo dopo quel concerto, piansi), non abbia mai interpretato in giro Hummel: l'accoppiata Hummel - Schubert sarebbe stata favolosa, tanto piùche quest'ultima sonata di Schubert assieme alle altre due D.958 e D.959 furono appunto dedicate a Hummel.

Pietro De Palma
               

venerdì 10 ottobre 2014

Piano Sonata D.894 op.78 in Sol M. di Schubert: interpretazioni di Sokolov, Richter, Ashkenazy, Brendel, Schiff, Kempff

Schubert è un compositore che, pianisticamente parlando, nell'Ottocento e nei primi quaranta-cinquant'anni del secolo scorso era conosciuto per un ristretto numero di opere: la Wanderer-Phantasie, i Momenti Musicali, qualche Danza, tra cui la Marcia Militare, gli Improvvisi op.90. Ma negli anni '30 grosso modo, cominciò un lento processo di rivalutazione dell'opera pianistica di Schubert. Soprattutto 3 pianisti si assunsero l'onere di sghettizzarne le opere: Clifford Curzon, Artur Schnabel, Sviatoslav Richter; e tra questi il primo in assoluto fu Schnabel.
Ad Artur Schnabel deve essere riconosciuto quindi il merito di aver cominciato a proporre sistematicamente almeno le grandi Sonate di Schubert, oltre ad aver inciso tutte le sonate di Beethoven (EMI).
Clifford Curzon ne incise alcune e i Momenti Musicali, per la DECCA. Però, anche se gli spetta il merito di essrre stato tra i primi ad aver riscoperto Schubert, non ne propose molte opere, ma un ristrettissimo numero.
Il primo ad aver invece aperto le porte, potremmo dire "spalancato", a Schubert, fu Richter che suonò in pubblico e incise molte opere, prima che si arrivasse alla scoperta e rivalutazione di tutto l'opus. Richter incise non solo le sonate canoniche (664, 784, 842, 850,894,958.959.960) ma anche quelle del periodo di mezzo, quelle che io definirei Biedermeier: D.566, 575 e le Variazioni su un tema di Huttenbrenner (un capolavoro quasi sconosciuto: mi ricordo quando me le suonò una sera d'estate a casa sua, Gabriele Rota, a Bergamo, su un Bosendorfer, un brano che sa donare atmosfere di incredibile cantabilità e soavità): parecchie delle sue incisioni furono approntate dalla Melodiya russa.
Dopo Schnabel, il pianista europeo (prima di D'Alberto che incise, a partire dalla fine degli anni '80, cioè dall'avvento del CD, tutto l'opus sonatistico di Schubert per la Denon) più conosciuto in assoluto per aver suonato in pubblico ed inciso Schubert, fu Alfred Brendel.
Cominciò con delle cosette  incidendo per la VOX, ma poi col passare degli anni passò alla PHILIPS, dove confezionò due versioni diverse di opere schubertiane, una più giovanile (inizio anni '70) ed una più tarda (fine anni '80- inizo anni '90). Le prime incisioni sono magnifiche già, ma meno meditate di quelle più tarde. Comunque sia, Brendel inserisce Schubert non in un alveo biedermeier, ma in uno classicista. Non è un caso che Brendel abbia inciso molto Beethoven e molto Schubert, e negli ultimi anni anche Haydn. In questo, Brendel non si discosta molto dalla lezione di Kempff, che nell'incisione di Schubert, guardava molto a Beethoven.
Ma l'interpretazione di Kempff dovrebbe essere molto rivalutata, perchè, in quanto a bel suono, è la più bella in assoluto: era un maestro Kempff, non c'è che dire! Basti sentire la sua interpretazione delle Variazioni su un tema di Huttenbrenner (presenti nel cofanetto con le sue interpretazioni schubertiane) per farsene un'idea.
Brendel si può dire che si sia votato a Schubert, e quasi quasi se uno pensasse a Schubert e volesse associargli un pianista, quale nome verrebbe subitaneo in mente se non quello di Brandel? Le sue tre sonate ultime schubertiane sono le migliori a parere mio. Sì Richter è un'altra cosa, forse nell'ultima, ma cerca sempre una drammatizzazione eccessiva. Me ne sono accorto col tempo. Forse può darsi, anzi senza forse, è sicuro che lui partecipava intimamente alla drammatizzazione, ma talora mi pare di dire con troppa enfasi, calando il pezzo in un'area estremamente drammatica, plumbea, nera, senza ritorno. Per capire ciò che dico basta confrontare una sonata antecedente di poco le ultime tre, quella detta Fantasia, in Sol Maggiore op.78, D. 894: con Richter la sonata dura da 46 a 56 minuti ( a seconda delle diverse registrazioni), con Arrau 48, con Brendel 36. L'interpretazione di Brendel è inserita nel solco del primissimo ottocento, quella di Richter è come se ammantasse la musica schubertiana non già delle auree austroungariche ma di quelle russe del Volga e Dniepr. Quindi se vogliamo, l'interpretazione di Richter è intrisa di pessimismo sovietico. Molto vicina a quella di Brendel è quella di Radu Lupu, che tuttavia la tridimensionalizza: la musica di Lupu è musica che si avvale di più sfondi su cui muoversi. Bellissima è anche l'interpretazione di Sokolov, e di poco più lunga (quaranta minuti).
Francamente non avrei mai scommesso molto su questa interpretazione, e invece ho dovuto ricredermi: Sokolov si distacca in certo modo dalla falsa riga richteriana (e non era facile!) e cerca una sua linea. Perchè non pensavo che Sokolov ci potesse riuscire? Racconto un aneddoto personale.
Parecchi anni fa (1994), stavo a Milano una sera che Silvia Limongelli suonò al Teatro del Verme (mi ricordo una sonata di Haydn,quella in Mi maggiore, e i 6 Momenti di Rachmaninov; non ricordo il resto). Stavo con altri amici (Carlo Palese, che insegna ora a Lucca, e sua moglie, amici come me, di Silvia) e conoscenti (Piero Rattalino). Dopo il concerto, vidi che parecchia gente si affrettava presso il foyer del teatro e ritirava quelli che mi parvero dei biglietti. Io sarei stato altri due giorni a Milano, e per questo, sapendolo, Carlo mi spronò a ritirare un tagliando di quelli che davano: dopo che lo ebbi preso, capii. Era un biglietto omaggio per il concerto della sera dopo di Sokolov, alle Serate Musicali. Pazzesco: davano biglietti di Sokolov gratis! Quella sera, dopo il concerto, passai una delle mie serate più indimenticabili: spassosi duetti tra il sottoscritto e Rattalino, in serata di grazia a parlare di Biedermeier, ed in mezzo una giovane e intelligentissima (era per di più una bellissima ragazza!) Ingrid Fliter, che rideva (Ingrid arrivò seconda nel 2000 allo Chopin di Varsavia, dopo Yund-Li), in una pizzeria di Milano. Altri tempi....
Il giorno dopo andai alla sala Giuseppe Verdi del Conservatorio di Milano , per sentire Sokolov. Mi ricordo più o meno il programma: Clavicembalo ben temperato , secondo libro, nella prima parte della serata; seconda parte con Schumann. Lo devo confessare: nella prima parte, schiacciai un pisolino, e quando mi svegliai, una decina di minuti prima della fine di Bach, mi accorsi che non ero stato il solo ad assopirmi; la seconda parte invece, Schumann, se ricordo bene, Davidsbundlertanze e Kreisleriana, fu godibile. Ecco perchè ho avuto paura quando ho messo il CD di Sokolov nel lettore: ho associato istantaneamente l'interpretazione funerea di Richter che mi è impressa nel cervello a quella lentissima del Bach di Sokolov. Dio mio! Ho immaginato qualcosa di milanese: ed invece...è una gran bella versione discografica.
Direi che quella di Sokolov fa il paio con quella di Brendel e il tris con quella di Ashkenazy, che secondo me, è quella perfetta. Se vogliamo, uno dei più begli LP Decca incisi da Ashkenazy (finissimo pianista, basti vedere le sue interpretazioni chopiniane) è quello proprio con la Sonata in Sol M. di Schubert; ed un altro con la seconda sonata in la minore, la piccola sonata in la maggiore e la Melodia Ungherese)! Askenazy ricordiamolo, prima di diventare direttore d'orchestra (come Barenboim), è stato un grandissimo pianista: arrivato secondo al Concorso Chopin di Varsavia del 1955, edizione storica (primo Harasiewicz, secondo Ashkenazy, terzo Fou Ts'ong, quarto Reingessen: avrebbero potuto vincere ognuno un Varsavia!), Vladimir arrivò primo (assieme a John Ogdon) al Tciakowsky di Mosca, nel 1962), segnalato già come grandissimo interprete di compositori russi (Shostakovic, Skrjabin, Rachmaninov).
La Sonata in SOL M. fu uno dei primi dischi incisi per la DECCA: prima ancora di questo (del 1970), quello con le due Sonate, la Melodia Ungherese e 12 Waltzes op.18 (del 1966, quattro anni dopo  la sua vittoria a Mosca). E' una interpretazione poderosa, piena di colori, ricca di bel suono, di una poderosa tavolozza di timbri, fresca e piena di immaginazione, di contrasti. Piena di slanci pindarici e poesia.
Ora l'hanno incisa molti, anche troppi.
Una curisità: col passare del tempo, questa sonata è stata via via interiorizzata: Kempff la eseguiva in trenta minuti o giù di lì, Gieseking in trentuno minuti. Anni dopo le altre interpretazioni, di cui ho parlato.
L'unica interpretazione che io metto un pelo sotto quella di Ashkenazy, è quella di Schiff. In Schiff assistiamo ad una trasfigurazione della sonata, direi un approccio quasi religioso. Trentotto minuti intensi. Anche se quella di Ashkenazy sembrava (e sembra ancora) piena di freschezza.

Pietro De Palma

lunedì 6 ottobre 2014

GLI STUDI TRASCENDENTALI di LISZT : Berman e Berezovsky.

Gli Studi Trascendentali di Liszt sono un must, rappresentano una sfida con cui il pianista virtuoso sa che prima o poi cimentarsi.
Liszt scrisse tre versioni : la prima è quasi in stile Biedermeier e risale al 1826, la seconda, quella del 1837 è stata pochissime volte incisa in quanto difficilissima, la terza, quella del 1851 è quella più conosciuta, in quanto più eseguita (si tratta in pratica della seconda versione alleggerita e più semplice, anche se maggiormente raffinata).
Di incisioni ce ne sono a miriadi, ma io desidero parlare di due che ne hanno inciso l'integrale.
Innanzitutto Lazar Berman.
Berman li incise in più occasioni. Esistono incisioni diverse della stessa terza versione: quella in studio monofonica del 1959 (presente in cofanetto della Melodiya), quella stereo del 1963 e altre, tra cui quella stampata qualche anno fa dalla IDIS, Live, a Milano.
Se devo dire la verità, quella monofonica è mostruosa, e poco conosciuta; maggiormente lo è quella stereo, ma pur essendo straordinaria dal punto di vista tecnico, manca di quella partecipazione emotiva cui siamo tentati di pensare quando pensiamo a Berman: ecco perchè io prediligo la verione Live della IDIS.
La confezione di due CD, ripercorre l'intero storico concerto del 29 aprile 1976 a Milano, in cui Berman eseguì i 12 Studi Trascendentali di Liszt e i 6 Momenti Musicali di Rachmaninov, tutti nella stessa sera!
In appendice al concerto, come bis, Berman concesse al pubblico che urlava la sua approvazione, il Sonetto 104 del Petrarca di Liszt, il Preludio in Sol min op.23 n.5 di Rachmaninov (uno dei brani più conosciuti ed interpretati dai pianisti) e per concludere, Orage (La Tempesta), un pezzo celeberrimo in ottave, da Anneés de Pelerinage di Liszt. Proprio Orage viene ricordato da Piero Rattalino nel suo Studio più ricordato, "Da Clementi a Pollini" per la sua spettacolare interpretazione: 3 minuti e 33 secondi di ottave magnifiche, senza un cedimento, in un tour de force straripante, che si concludeva con un'apoteosi di applausi: il più bell'Orage che abbia mai sentito! Anni fa avevo letto il libro di Rattalino e quindi potevo solo immaginare: ma l'immaginazione, in questo caso, non è nulla dinanzi a quello che ho sentito, quando mi hanno regalato questo doppio CD !!!
Uno di quei brani che fissano nella memoria un determinato interprete, come per esempio Il Grand Galop Chromatique  eseguito da Czyffra o La Grande Fantasia su la Clochette interpretata da Sergio Fiorentino, o la Melodie d'Orphée, di Gluck/Sgambati, incisa da Misha Levitzki.
Non parlo dei 6 Momenti Musicali, perchè Berman li aveva incisi in LP DGG (e peraltro ne ho parlato in altro articolo dedicato a Berman), ma ricordo qui che il quarto era un suo cavallo di battaglia (e tutti coloro che hanno studiato con Berman, tendono a presentarlo talora come bis): l'interpretazione di Berman è (come tutti gli altri) estremamente lirica, pur essendo spettacolare ed eroica la sua resa. Direi che è sostanzialmente diversa da qulla di Benno Moisewitch (tutta giocata sulla velocità di esecuzione, più virtuosistica ma senza pathos), cui si avvicinava Benedetto Lupo in un suo bis a Bari (dopo il Secondo Concerto di Rachmaninov) circa sedici anni fa.
In DVD è invece un'altra integrale, quella di Boris Berezovsky , un virtuoso russo della penultima generazione.
Berezovsky, che ha studiato con Eliso Virsaladze, altra eccellente pianista, al Conservatorio di Mosca, vinse nel 1990 il Concorso Ciaikosky, uno dei 5 concorsi al mondo più importanti. Da allora ha cominciato una carriera di tutto rispetto che lo ha portato ad esibirsi dovunque.
Ha inciso moltissimi dischi da solo, alcuni dei quali, quelli su Godowsky hanno meritato il Diapason d'Or, mentre altri li ha incisi in formazione cameristica assieme a Dmitri Makhtin e Alexander Kniazev, meritando lo Choc de la Musique in France, Gramophone in England, ECHO Klassik and Deutsche Schallplattenkritik in Germany, per l'interpretazione dei Trii n.2 di Shostakovic e Rachmaninov. L'incisione dei 12 Studi Trasccendentali in video, fu fatta in occasione dell'esibizione in concerto al Festival de La Roque d'Antheron, il 4 agosto 2002 (mentre pu messa in vendita in DVD Naive, l'anno dopo). E' una interpretazione notevolissima e magnifica, tanto più interessante in quanto è live. Potremmo dire che è l'interpretazione russa per antonomasia: Berezovsky attaccava la tastiera con un ardore leonino, che ricordava Berman. Solo che in Berman c'era anche anima, tanta anima. Che negli altri manca. Tuttavia, dal punto di vista prettamente tecnico e virtusistico, siamo davanti ad una delle migliori integrali degli aultimi anni: in particolare segnalo uno sbalorditivo Wilde Jagd, molto ritmato, un soffuso e delicatissimo Feux Follets, e uno straordinario "Appassionata" (in 3 minuti e 53 secondi !!!): si trovano tutti su Youtube.

Pietro De Palma