venerdì 10 ottobre 2014

Piano Sonata D.894 op.78 in Sol M. di Schubert: interpretazioni di Sokolov, Richter, Ashkenazy, Brendel, Schiff, Kempff

Schubert è un compositore che, pianisticamente parlando, nell'Ottocento e nei primi quaranta-cinquant'anni del secolo scorso era conosciuto per un ristretto numero di opere: la Wanderer-Phantasie, i Momenti Musicali, qualche Danza, tra cui la Marcia Militare, gli Improvvisi op.90. Ma negli anni '30 grosso modo, cominciò un lento processo di rivalutazione dell'opera pianistica di Schubert. Soprattutto 3 pianisti si assunsero l'onere di sghettizzarne le opere: Clifford Curzon, Artur Schnabel, Sviatoslav Richter; e tra questi il primo in assoluto fu Schnabel.
Ad Arthur Schnabel deve essere riconosciuto quindi il merito di aver cominciato a proporre sistematicamente almeno le grandi Sonate di Schubert, oltre ad aver inciso tutte le sonate di Beethoven (EMI).
Clifford Curzon ne incise alcune e i Momenti Musicali, per la DECCA. Però, anche se gli spetta il merito di essrre stato tra i primi ad aver riscoperto Schubert, non ne propose molte opere, ma un ristrettissimo numero.
Il primo ad aver invece aperto le porte, potremmo dire "spalancato", a Schubert, fu Richter che suonò in pubblico e incise molte opere, prima che si arrivasse alla scoperta e rivalutazione di tutto l'opus. Richter incise non solo le sonate canoniche (664, 784, 842, 850,894,958.959.960) ma anche quelle del periodo di mezzo, quelle che io definirei Biedermeier: D.566, 575 e le Variazioni su un tema di Huttenbrenner (un capolavoro quasi sconosciuto: mi ricordo quando me le suonò una sera d'estate a casa sua, Gabriele Rota, a Bergamo, su un Bosendorfer, un brano che sa donare atmosfere di incredibile cantabilità e soavità): parecchie delle sue incisioni furono approntate dalla Melodiya russa.
Dopo Schnabel, il pianista europeo (prima di D'Alberto che incise, a partire dalla fine degli anni '80, cioè dall'avvento del CD, tutto l'opus sonatistico di Schubert per la Denon) più conosciuto in assoluto per aver suonato in pubblico ed inciso Schubert, fu Alfred Brendel.
Cominciò con delle cosette  incidendo per la VOX, ma poi col passare degli anni passò alla PHILIPS, dove confezionò due versioni diverse di opere schubertiane, una più giovanile (inizio anni '70) ed una più tarda (fine anni '80- inizo anni '90). Le prime incisioni sono magnifiche già, ma meno meditate di quelle più tarde. Comunque sia, Brendel inserisce Schubert non in un alveo biedermeier, ma in uno classicista. Non è un caso che Brendel abbia inciso molto Beethoven e molto Schubert, e negli ultimi anni anche Haydn. In questo, Brendel non si discosta molto dalla lezione di Kempff, che nell'incisione di Schubert, guardava molto a Beethoven.
Ma l'interpretazione di Kempff dovrebbe essere molto rivalutata, perchè, in quanto a bel suono, è la più bella in assoluto: era un maestro Kempff, non c'è che dire! Basti sentire la sua interpretazione delle Variazioni su un tema di Huttenbrenner (presenti nel cofanetto con le sue interpretazioni schubertiane) per farsene un'idea.
Brendel si può dire che si sia votato a Schubert, e quasi quasi se uno pensasse a Schubert e volesse associargli un pianista, quale nome verrebbe subitaneo in mente se non quello di Brandel? Le sue tre sonate ultime schubertiane sono le migliori a parere mio. Sì Richter è un'altra cosa, forse nell'ultima, ma cerca sempre una drammatizzazione eccessiva. Me ne sono accorto col tempo. Forse può darsi, anzi senza forse, è sicuro che lui partecipava intimamente alla drammatizzazione, ma talora mi pare di dire con troppa enfasi, calando il pezzo in un'area estremamente drammatica, plumbea, nera, senza ritorno. Per capire ciò che dico basta confrontare una sonata antecedente di poco le ultime tre, quella detta Fantasia, in Sol Maggiore op.78, D. 894: con Richter la sonata dura da 46 a 56 minuti ( a seconda delle diverse registrazioni), con Arrau 48, con Brendel 36. L'interpretazione di Brendel è inserita nel solco del primissimo ottocento, quella di Richter è come se ammantasse la musica schubertiana non già delle auree austroungariche ma di quelle russe del Volga e Dniepr. Quindi se vogliamo, l'interpretazione di Richter è intrisa di pessimismo sovietico. Molto vicina a quella di Brendel è quella di Radu Lupu, che tuttavia la tridimensionalizza: la musica di Lupu è musica che si avvale di più sfondi su cui muoversi. Bellissima è anche l'interpretazione di Sokolov, e di poco più lunga (quaranta minuti).
Francamente non avrei mai scommesso molto su questa interpretazione, e invece ho dovuto ricredermi: Sokolov si distacca in certo modo dalla falsa riga richteriana (e non era facile!) e cerca una sua linea. Perchè non pensavo che Sokolov ci potesse riuscire? Racconto un aneddoto personale.
Parecchi anni fa (1994), stavo a Milano una sera che Silvia Limongelli suonò al Teatro del Verme (mi ricordo una sonata di Haydn,quella in Mi maggiore, e i 6 Momenti di Rachmaninov; non ricordo il resto). Stavo con altri amici (Carlo Palese, che insegna ora a Lucca, e sua moglie, amici come me, di Silvia) e conoscenti (Piero Rattalino). Dopo il concerto, vidi che parecchia gente si affrettava presso il foyer del teatro e ritirava quelli che mi parvero dei biglietti. Io sarei stato altri due giorni a Milano, e per questo, sapendolo, Carlo mi spronò a ritirare un tagliando di quelli che davano: dopo che lo ebbi preso, capii. Era un biglietto omaggio per il concerto della sera dopo di Sokolov, alle Serate Musicali. Pazzesco: davano biglietti di Sokolov gratis! Quella sera, dopo il concerto, passai una delle mie serate più indimenticabili: spassosi duetti tra il sottoscritto e Rattalino, in serata di grazia a parlare di Biedermeier, ed in mezzo una giovane e intelligentissima (era per di più una bellissima ragazza!) Ingrid Fliter, che rideva (Ingrid arrivò seconda nel 2000 allo Chopin di Varsavia, dopo Yund-Li), in una pizzeria di Milano. Altri tempi....
Il giorno dopo andai alla sala Giuseppe Verdi del Conservatorio di Milano , per sentire Sokolov. Mi ricordo più o meno il programma: Clavicembalo ben temperato , secondo libro, nella prima parte della serata; seconda parte con Schumann. Lo devo confessare: nella prima parte, schiacciai un pisolino, e quando mi svegliai, una decina di minuti prima della fine di Bach, mi accorsi che non ero stato il solo ad assopirmi; la seconda parte invece, Schumann, se ricordo bene, Davidsbundlertanze e Kreisleriana, fu godibile. Ecco perchè ho avuto paura quando ho messo il CD di Sokolov nel lettore: ho associato istantaneamente l'interpretazione funerea di Richter che mi è impressa nel cervello a quella lentissima del Bach di Sokolov. Dio mio! Ho immaginato qualcosa di milanese: ed invece...è una gran bella versione discografica.
Direi che quella di Sokolov fa il paio con quella di Brendel e il tris con quella di Ashkenazy, che secondo me, è quella perfetta. Se vogliamo, uno dei più begli LP Decca incisi da Ashkenazy (finissimo pianista, basti vedere le sue interpretazioni chopiniane) è quello proprio con la Sonata in Sol M. di Schubert; ed un altro con la seconda sonata in la minore, la piccola sonata in la maggiore e la Melodia Ungherese)! Askenazy ricordiamolo, prima di diventare direttore d'orchestra (come Barenboim), è stato un grandissimo pianista: arrivato secondo al Concorso Chopin di Varsavia del 1955, edizione storica (primo Harasiewicz, secondo Ashkenazy, terzo Fou Ts'ong, quarto Reingessen: avrebbero potuto vincere ognuno un Varsavia!), Vladimir arrivò primo (assieme a John Ogdon) al Tciakowsky di Mosca, nel 1962), segnalato già come grandissimo interprete di compositori russi (Shostakovic, Skrjabin, Rachmaninov).
La Sonata in SOL M. fu uno dei primi dischi incisi per la DECCA: prima ancora di questo (del 1970), quello con le due Sonate, la Melodia Ungherese e 12 Waltzes op.18 (del 1966, quattro anni dopo  la sua vittoria a Mosca). E' una interpretazione poderosa, piena di colori, ricca di bel suono, di una poderosa tavolozza di timbri, fresca e piena di immaginazione, di contrasti. Piena di slanci pindarici e poesia.
Ora l'hanno incisa molti, anche troppi.
Una curisità: col passare del tempo, questa sonata è stata via via interiorizzata: Kempff la eseguiva in trenta minuti o giù di lì, Gieseking in trentuno minuti. Anni dopo le altre interpretazioni, di cui ho parlato.
L'unica interpretazione che io metto un pelo sotto quella di Ashkenazy, è quella di Schiff. In Schiff assistiamo ad una trasfigurazione della sonata, direi un approccio quasi religioso. Trentotto minuti intensi. Anche se quella di Ashkenazy sembrava (e sembra ancora) piena di freschezza.
Ultimissima menzione per Volodos. Volodos che fa Schubert? Ebbene sì. Interpretazione originale, in qualcosa anche troppo, ma una scoperta, a mio modo di vedere. Sentire per credere la sua Sonata D894.

Pietro De Palma

Nessun commento:

Posta un commento