venerdì 25 dicembre 2015

Arcangelo Corelli: Integrale dell'opera strumentale - Artisti vari - Cofanetto di 10 CD - Brilliant

Oggi 25 dicembre, Natale del Signore, segnalo un bellissimo cofanetto, uscito da poco, per l'etichetta a basso prezzo, Brilliant, l'altra etichetta assieme a Naxos, che da anni ha intrapreso la scelta economica di imporre le proprie incisioni ad un prezzo accessibile a tutti, puntando su incisioni storiche di artisti famosi, da tempo esaurite oppure su quelle di artisti giovani, già segnalatisi altrove, che qui trovano il modo per far sentire la propria voce.
E' un cofanetto con l'integrale di Corelli, il sommo compositore italiano barocco.
Una segnalazione che può indirizzare nel caso di un regalo tardivo per esempio. Tanto più che qui si trova veramente tutta la produzione strumentale di Corelli, dai Concerti Grossi (famoso quello n.8 Per la Notte di Natale) alle Trio Sonate, alle celeberrime sonate per violino tra cui quella con il tema su la Folia de Espana.
Tra l'altro incisioni tutte di ottime livello.
Oggi che è Natale ho ascoltato il Concerto Grosso Per la Notte di Natale, bellissimo. Mi pare opportuno ricordare qui, ma sarebbe forse anche inutile, che trovare tutte assieme tutte ma proprio tutte le composizioni strumentali di Arcangelo Corelli, provate tali, ad un costo molto accessibile: infatti come sanno gli appassionati, vi sono un centinaio di altre composizioni che sono attribuite a Corelli ma di cui a tutt'oggi non c'è alcuna prova che esse siano autenticamente di mano di Corelli; e quindi qui non sono state inserite. 
Famosissima "La Folia", che permea la Sonata op.5 n.12 con  la sua serie di Variazioni sul tema, tanto famosa da aver ispirato altri autori, per le loro composizioni, per es. Rachmaninov (Le Variazioni su un tema di Corelli, per pianoforte). Ma è da rammentare che il tema della "tarda follia", di origine portoghese, fu usato da molti compositori barocchi: il primo fu Lully, e poi a seguire i più grandi del periodo, da Scarlatti a Couperin, da Geminiani a Marais, da Corelli appunto a Vivaldi, fino ad arrivare a Bach.
Insomma un cofanetto interessantissimo.

P.D.P.

sabato 19 dicembre 2015

Selim Palmgren : Piano Concertos Nn. 2-3-5 - Turku Phialrmonic Orchestra/Jacques Mercier - CD FINLANDIA

Completamente sconosciuto in Italia, o conosciuto solo da pochissimi, è il compositore finlandese Selim Palmgren, morto nel 1951 e nato nel 1878, vissuto a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo e la prima metà del ventesimo.
Esponente del terdo-romanticismo, chiamato lo "Chopin finlandese", fu inimitabile compositore di brani brevissimi in cui riusciva a concentrare il meglio di sè sicchè da farne dei piccoli capolavori.
Studiò con Ansorge e Busoni, e quindi ereditò la tradizione tedesca lisztiana, e questo si coglie soprattutto nell'orchestrazione, e nella maestria con cui viene trattato il pianoforte.
Famosi pianisti del primo novecento, eseguirono i suoi pezzi: Moisewitsch, Myra Hess, Eileen Joyce, Leopold Godowsky. Ricordo in particolare lo Studio da Concerto "En Route" op.9 suonato ed inciso da Eileen Joyce e Leopold Gowsky; lo ha anche in repertorio il barese Pasquale Iannone, che ne ha fatto un applauditissimo ninnolo. 
Palmgren, compose parecchio e anche ben 5 concerti per pianoforte e orchestra, incisi tutti e cinque nel 1989 con la Turku Philarmonic Orchestra diretta da Jacques Mercier. Il primo che me ne parlò fu Emanuele Arciuli, che conoscendo la mia passione per i romantici e i tardo-romantici me lo raccomandò. E mi presò anche il cd. Che poi non tardai a procurarmi.
Presento in quest'occasione forse i suoi tre migliori concerti: il secondo op.33 "The River" suonato da Juhani Lagerspetz; il terzo op.41 "Métamorphoses" suonato da Matti Raekallio ed il quinto in La magg. op.99, suonato da Raija Kerppo.
Si tratta di tre lavori di marca chiaramente tardoromantica, anche piuttosto succinti, non andando oltre mai i venticinque minuti (il primo dura ventuno minuti ed il terzo addirittura diciotto), che tranquillamente, in piena temperie romantica, forse sarebbe stato giusto definirli Konzertstuck invece che Concerti per pianoforte, abituati noi a lavori tardoromantici estremamente dilatati anche nei tempi (Primo Concerto di Stenhammar, prima versione; Secondo Concerto di Brahms; Concerto per Pianoforte Orchestra e Coro Maschile, di Ferruccio Busoni; Terzo Concerto di Rachmaninov; Secondo Concerto di Tchaikowsky). Ma sono anche se brevi, di straordinaria fattura, pieni di musicalità e concepiti ancora in linguaggio armonico strettamente tonale, pur essendoci stati già lavori che avevano affermato le prime avanguardie di musica atonale : il Concerto n.5 di Palmgren per esempio è del 1940, eppure sembra un concerto dei primi del novecento! Ricordiamo che in quel tempo erano apparsi già i primi Concerti di Prokofiev, profondamente diversi. Sembra quasi che Palmgren fosse vissuto lontano dal mondo, confinato in un suo mondo, un po' come il Medtner che componeva i suoi concerti quando altrove, altri erano i messaggi musicali.
Che sia un lavoro novecentesco, lo si nota soprattutto dall'orchestrazione, che risente della lezione di Rachmaninov (sentire per esempio il Concerto n.2 o anche n.5).
CD da consigliare, sempre a patto di trovarlo (ma su internet si trova).

Pietro De Palma

venerdì 18 dicembre 2015

18 dicembre 1923 : Mischa Levitzki incide la Melodie d'Orphée di Gluck-Sgambati



92 anni fa, il 18 dicembre 1923, Mischa Levitzki, allievo già di Michalowski e Dohnanyi, effettuava una registrazione che sarebbe diventata leggendaria.
Il suo “rubato”, la delicatezza del suo tocco ed il fraseggio, e soprattutto un cantabile di commovente bellezza* (espressione di Piero Rattalino) erano delle perle uniche. L'ultimo dei romantici si diceva che fosse. Piero Rattalino nel suo Da Clementi a Pollini ne parla come di un capolavoro pianistico (pag. 412) e dice soprattutto che il suo suono pianistico fa venire i lucciconi (pag. 203). Mai stato più d'accordo.
In quel giorno, Mischa consegnò alla storia la più bella incisione che mai fosse stata fatta allora e che nessuno sarebbe riuscito a superare negli anni a venire, della Melodia d’Orfeo di Gluck-Sgambati, congelando quel magico momento, in una matrice Columbia.

Molti ci si son provati, da Wild a Kissin, da Rachmaninov a Freire, da Novaes a Grimaud, ma nessuno è mai riuscito ad arrivare laddove arrivò Levitzki: Kissin è addirittura più lento di lui, ma il tocco, la delicatezza ed il colore di Levitzki erano unici.

Quel giorno, 18 dicembre 1923, oggi  92 anni fa, nasceva mio padre.
Buon Compleanno papà.

giovedì 17 dicembre 2015

Oggi ricorre il duecentoquarantacinquesimo anniversario dalla nascita di Beethoven

Oggi ho cominciato la mia giornata sentendo Beethoven.
Sono andato a visitare i miei genitori entrambi ultranovantenni, e avendo lì, a casa loro, tutti i miei cd di ambito sinfonico, mentre a casa mia ci sono solo quelli di ambito solistico e cameristico, ho scelto un cd di registrazioni storiche, e, spaparanzato in poltrona, ho sentito, la Nona Sinfonia diretta da Wilhelm Furtwaengler.
E' stato il mio omaggio a Beethoven, di cui oggi  ricorre il duecentoquarantacinquesimo anniversario dalla nascita.
Sì lo so che dinanzi a tutti i mali e le brutte cose della vita di ogni giorno ( i bambini che muoiono di fame in Africa, le guerre che sconvolgono l'umanità, i pazzi fondamentalisti che vanno a farsi esplodere in mezzo alla gente, coloro che perdono il lavoro per la crisi, famiglie che vivono alla giornata, chi muore o soffre per patologie incurabili, chi non trova lavoro), l' anniversario di uno che è nato 245 anni fa, potrebbe lasciare il tempo che trova.
Ma la musica è una cosa diversa da qualsiasi altra arte, la senti vibrare dentro: in qualsiasi momento della giornata, un certo motivetto composto il giorno prima, così come trent'anni o 300 anni prima, ti riscalda e ti mette buon umore.
E allora, come non ricordare chi ha fatto della musica un tempio? Un uomo che era la musica, e che ha diretto la nona sinfonia alla sua prima esecuzione assoluta a Vienna, completamente sordo, davanti ad una folla osannante ed in preda al visibilio?
Onore a Beethoven!
Con Furtwaengler, forse il più grande direttore beethoveniano della storia.

Interpretazione leggendaria al Festival di Lucerna ((registrazione storica del 22 agosto 1954).

P.D.P.

domenica 13 dicembre 2015

Francesco Libetta : Live in Fort Lauderdale - CD Nireo 007 - 2005

Accade che, a causa della crisi dell'industria del disco, parecchi artisti che non sono legati a vari carrozzoni non riescano ad incidere; e accade anche che quelli che hanno avuto la fortuna di incidere con alcune case discografiche, per ragioni varie non continuino a farlo. Così sempre più spesso accade che gli artisti perseguano delle vie proprie, producendo e autogestendo le proprie incisioni. E' accaduto con le sorelle Labeque, accade con il grandissimo pianista russo Gavrilov. Ed è accaduto  anche con l'italiano, anzi salentino, Francesco Libetta che un giorno ha pensato ad autogestirsi, fondando una associazione culturale, che è anche casa di produzione di eventi discografici e culturali, ed etichetta discografica: Nireo.
Il fine tuttavia non era semplicemente quello di creare le possibilità che potesse fare cose che altri difficilmente gli avrebbero consentito, ma anche guadagnare di più così da investire di più in progetti a lui cari, ovviamente, affidando per di più all'etichetta americana VAI, che ne aveva perorato la diffusione in America attraverso sue incisioni (106 e Diabelli di Beethoven; Quadri di un'esposizione di Mussorgski, e Sonata e Islamey di Balakirew; Arte di rendere agili le dita, op.740 di Czerny) la diffusione in America, affinchè la maggior parte di gente potesse accedere ad esse.
Con la casa di produzione, Francesco, ha creato le possibilità ovviamente che venissero prodotti e messi in vendita dei suoi dischi, ma poi l'etichetta ha concepito progetti più ambiziosi, tra cui quello, pensato ai melomani e appassionati, di riunire tutte ma proprio tutte le registrazioni pubbliche e private di Tito Schipa, il "tenore di grazia" leccese, che nella città capoluogo del Salento è quasi importante se non più del santo patrono, Sant'Oronzo.
Tra i dischi usciti con tale etichetta, uno mi sembra che sia un disco a suo modo capolavoro, e peraltro anche poco conosciuto: un'incisione live di un famoso concerto di Libetta in USA, che ha contribuito alla sua fama in America: Live in Fort Lauderdale.
Si tratta di un recital risalente al 13 dicembre del 2003, cioè esattamente dodici anni fa, tenuto al Broward Center for the Performing Arts, a Fort Lauderdale, Florida. Se in quegli anni Francesco proponeva spesso la Gagliarda di Trabaci, e una sua trascrizione di "Amor vuol dir sofferenza" di Leonardo Leo, in quell'occasione, in aggiunta, propose anche le Variazioni su un Tema di Paisiello, di Mozart KV. 398, la Sonata "Al Chiaro di Luna" op.27/2 di Beethoven, il Notturno op.27/2 di Chopin, la Canzone e Tarantella da Années de Pelerinage, di Liszt; l'Albumblatt di Schumann; la Polonaise dall' Eugen Onegin, di Tchaikovski/Liszt, una Canzone Lituana di Chopin/Sgambati, il Wiener Tanze n.1 di Friedman/Gartner ed infine una trascrizione di Mijic da Alfano, "Se taci..".
E' sempre stato un po' il suo pallino, inserire brani di musica antica rivisitati, meglio se di compositori italiani, e trascrizioni inusuali e rare, ed insomma, come si vede, il suo può definirsi un programma abbastanza ricercato e originale. Tra gli altri, come non notare che esegue spesso brani di e da Giovanni Paisiello, compositore tarantino?  Così tale programma da concerto che era stato pensato per descrivere, a detta dell'esecutore, "Il pittoresco" in musica, evita schematismi ed approda ad un suo percorso di programma tipo che possa, attravero la toccata di pagine dimenticate, e le suggestioni di altre troppo recitate, delineare la raffinatezza estrema di quello che lui ama, attraverso una sensibilità acuta che si può anche definire superficialmente "fredda" qualora ci si limiti a utilizzare come strumento di paragone la sua estrema compostezza sul palco, ma che invece, per chi lo conosce bene, ed io lo conosco molto bene, è solo sobrietà e volontà di non esternare ad altri quello che lui sente dentro: una sorta di riservatezza estrema dei sentimenti.
Se vogliamo, il suo pianista del passato di riferimento è stato sempre Arturo Benedetti Michelangeli, e Thalberg sarebbe potuto essere il suo riferimento tra i compositori. Fatto sta che in quel programma a Fort Lauderdale, Francesco suonò delle perle rare, la più rara di tutte è il Notturno op.27 n.2 di Chopin, opera estremamente nota e suonata in tutte le salse e in tutti i modi possibili, che Libetta riporta alla sua essenzialità scabra e raffinata, senza sdolcinature e velleitarismi, che purtuttavia rappresenta lo Chopin più romantico possibile.
Uno Chopin che guarda già alla morte. Ma lo fa con uno sguardo sereno e non rotto dal pianto, come di un eroe greco, il cui fato sia ineluttabile.
E sembra quasi di vederlo Francesco mentre suona questo Notturno, attento nel cercare, attraverso una controllata resa formale, la maggiore sfaccettatura possibile, cercando una resa romantica del suono e del fraseggio il più alta possibile, senza tuttavia cadere nel prosaico. Tempo fa disse in un'intervista «Il sentimentalismo  non mi interessa, piuttosto penso a un Romanticismo agli antipodi, scandaloso, raffinato e noir. È più facile trovare affinità tra un pezzo di Mozart e Stravinskij che tra queste due visioni». Come non fare quindi un parallelismo tra Libetta ed un altro salentino doc, come Carmelo Bene?

Questo suo motus interiore, è stato da taluni apprezzato particolarmente se è vero che di Libetta, uno dei pochissimi pianisti viventi, è stata scelta proprio la registrazione del Notturno op.27/2 a Fort Lauderdale, per venir evidenziata nella raccolta di 4 cd dell'americana Marston, dedicata a Chopin storico.
Infatti nel quarto cd notiamo la presenza di tale registrazione nell'ambito delle registrazioni storiche dei Notturni, e Libetta risulta essere inserito nientemeno che tra Koczalski e de Larrocha, dopo Rosenthal e prima di Friedman, tra l'altro alcuni dei pianisti da lui venerati. Sempre nella stessa intervista, prima citata, riguardo alla pubblicazione della Marston osservò:
«Nel disco mi ritrovo casualmente subito dopo Moritz Rosenthal, del quale custodisco gelosamente un lp che da ragazzo registrai su nastro per poter preservare il vinile». E mentre diceva che le interpretazioni di Rubinstein non lo interessavano, affermava di avere una speciale predilezione e venerazione per Ignaz Friedman: «La registrazione del Notturno op. 55 presente in questa collezione credo sia uno dei risultati più belli nella storia del pianismo. Di fronte a una tale esecuzione non cerchi di dire la tua: puoi soltanto tentare di fare il possibile per suonare allo stesso modo».
Riporto la successione delle interpretazioni di Notturni nel quarto cd dell'antologia marstoniana: 

Nocturnes

1.Op. 9, No. 2 in E-flat (Moriz Rosenthal) 4:25
29 March 1935, London
(2EA 1359-1) HMV unpublished on 78 rpm
2.Op. 9, No. 2 in E-flat4:29
(Raoul von Koczalski performed with authentic Chopin variants)
July 1937, Berlin
209 (796½ GE) Polydor 67246 B
3.Op. 27, No. 2 D-flat (Francesco Libetta) 6:47
13 December 2003, Fort Lauderdale, Florida recital
4.Op. 32, No. 1 in B (Alicia de Larrocha) 3:26
3 June 1932, Barcelona
(SO 7743) Odeon private recording unpublished on 78
5.Op. 48, No. 1 in C Minor (Marcel Ciampi) 7:13
15 June 1929, Paris
(WLX 1071-882) French Columbia D 15226
6.Op. 55, No. 2 in E-flat (Ignaz Friedman)4:38
23 November 1936, London
(CAX 7888-1) English Columbia DX 781
7.Op. 62, No. 1 in B (Fania Chapiro) 6:43
October 1982, Utrecht
Fidelio 8840
8.Op. 62, No. 2 in E (Raymond Lewenthal) 7:10
23 September 1978, St. Paul, Minnesota recital
9.Op. 72, No. 1 in E Minor (Vladimir de Pachmann) 4:11
3 November 1927, London
(Cc11757-1) HMV DB 1106
10.Op. Post. in C-sharp Minor (Thomas Manshardt) 4:58
13 June 1980, Cleveland, Ohio recital


Un'occasione rara, quindi questo Recital, per avere anche un'incisione giudicata da molti, una delle più espressive e belle in assoluto del Notturno chopiniano op.27 n.2.

Pietro De Palma












mercoledì 9 dicembre 2015

MacDowell : Piano Concertos Nos. 1 & 2 , Hexentanz (+ Romance for Cello and orchestra) - Stephen Prutsman, Piano/ National Symphony Orchestra of Ireland/Arthur Fragend - CD NAXOS

Tra i compositori statunitensi che componevano secondo i dettami della grande stagione pianistica di fine Ottocento, il più famoso fu indubbiamente Edward MacDowell.
Fu un compositore a tutto tondo, che compose prevalentemente musica pianistica, ma anche sinfonie, musiche corali; tuttavia è particolarmente conosciuto proprio per le sue opere pianistiche ed ancor più particolarmente per i suoi due concerti per pianoforte, il primo dei quali gli valse il plauso e l'incoraggiamento di Liszt.
Ora il primo concerto, che è un lavoro bombastico come altri di fine ottocento, è quasi del tutto scomparso dai programmi concertistici mentre ancora sopravvive il secondo, espressione di un tardoromanticismo iperespressivista ed ipervirtuosistico. Fu concerto suonato da grandi pianisti americani del novecento, il concerto in re minore: da Van Cliburn, come da Earl Wild (ricordiamo un bellissimo disco della Chesky Records, che proponeva il terzo di Rachmaninov appaiato al Secondo di MacDowell).
Dopo aver pubblicato alla fine degli anni '90 quattro volumi di composizioni pianistiche di MacDowell tra cui le Sonate e i 12 studi, affidate al compianto James Barbagallo, l'etichetta Naxos ci riprovò affidando al pianista Stephen Prutsman la parte solistica dei due concerti per pianoforte  e del capriccio Hexentanz, che affiancò a Romance per violoncello ed orchestra.
Il CD è ancora in catalogo e per questo ne parlo.
Hexentanz è un brevissimo lavoro fantastico (l'op. 17 di MacDowell contempla due lavori fantastici) di tre minuti, che io definirei un capriccio se non uno schizzo, in cui è riconoscibilissimo il tema della "danza delle streghe" e in cui il pianoforte lavora sulla iperespressività e decrittività a fianco di un'orchestra che l'accompagna e gli lascia uno scenario su cui muoversi.
Il CD si gioca, però, soprattutto sui due Concerti.
Il primo è un classico concerto tardoromantico, con il pianoforte che entra trionfalmente dopo il tutti dell'orchestra, dopo - si badi bene - che il tema principale è stato esposto dal pianoforte. Il concerto ha questo di particolare: normalmente, è l'orchestra che entra e poi si accoda il pianoforte; qui è il contrario: al pianoforte è affidata una mini cadenza. Il pianoforte comincia da solo, e poi l'orchestra l'affianca ribadendo il tema, e quindi ritorna prepotentemente il pianoforte, con la classicissima entrata in ottave. In certo senso, il concerto ha un inizio che ricorda il primo di Stenhammar, caratterizzato proprio da un unizio siffatto, solo che lì la cadenza del pianoforte è monumentale.
Secondo e terzo tempo come da copione in un concerto virtuosistico romantico, con un finale trascinante e giocato sul ritmo: sembra quasi un Furiant. Bellissimo ma concerto come tanti di fine otttocento: belle melodie, bello l'impianto, anche d'effetto, e virtuosismo che trascina il pubblico. Non stupisce quindi che fosse piaciuto a Liszt, e che MacDowell fosse il pupillo di Raff lo si nota proprio in questo concerto.
Il secondo è diverso, è posteriore, è decadente, ma è molto più virtuosistico. E' di quel tipo di concerto virtuosistico che cela le sue asperità nella scrittura, e che perciò è rischioso per un interprete, e  ci vogliono sempre i controfiocchi per domarlo. Non è un concerto bombastico di fine ottocento, ma nelle sonorità richiama un certo modo di trattare il pianoforte che è di quei compositori di inizio novecento. Un concerto quindi ancora tonale ma superdecadente e supervirtuosistico. Di quel tipo che è difficile da gestire: molto più facile col primo.
Stephen Prutsman non lo conoscevo lo ammetto, e siccome è bravissimo, sono andato a vedere chi sia: sembrerebbe essere uno di quei pianisti americani molto dotati, che vincono il concorso e poi fanno una carriera di tutto rispetto, con la sola eccezione che Prutsman è anche un fecondo compositore, che non manca di esplorare tutte le forme musicali, oltre che organizzatore, direttore artistico di festival. In America è molto quotato è ha una carriera di tutto rispetto, cominciata dopo successi al Tchaikowsky di Mosca e al Queen Elisabeth Piano Competitions.
Insomma, il disco e l'interprete sono validissimi. E siccome costa anche relativamente poco, è doppiamente validissimo. Anche perchè trovare i due concerti di MacDowell non è che sia tanto facile...
Ricordo un Olympia che dovrei aver da qualche parte, altrettanto buono, con Donna Amato, solo che è molto più semplice trovare o ordinare un CD Naxos di quantolo sia procurarsene uno Olympia.
Se poi si cercano le interpretazioni al calor bianco, c'è quella di Earl Wild. Ma i Chesky Records non sono così facili da trovare, come lo erano quindici - vent'anni fa. E quindi, a meno che non si vogliano spendere soldini per ricercarlo - e vale oro sonante quell'interpretazione - non resta che affidarsi ad altre molto più facili accessibili.

P. De Palma




martedì 8 dicembre 2015

Gregorio Nardi si aggiudica il XXXIII Premio Firenze per la Saggistica

Il volume di Gregorio Nardi, "Con Liszt a Firenze" - Vol. I : Il soggiorno di Franz Liszt e Marie d’Agoult negli anni 1838/1839, di LoGisma Editore, analizzato su questo Blog alla fine di luglio, ha fruttato all'autore, l'ambitissimo Premio Firenze 2015.
Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, Gregorio Nardi ha vinto strameritatamente il XXXIII Premio Firenze - il Fiorino d'argento - nella sezione dedicata alla saggistica, con la seguente motivazione "Il saggio di Gregorio Nardi è particolarmente notevole perché descrive la figura del geniale musicista rievocandone gli anni giovanili con ricchezza di notizie, qualità di osservazioni, che consentono una conoscenza nuova di aspetti significativi dell'uomo, dell'artista e delle persone intorno a lui. Il libro ha inoltre il lodevole merito di illuminare la vita e gli ambienti di una Firenze ottocentesca spiritualmente ricca e viva, animata di personalità straordinarie, delle quali tutte l'autore, con acutezza di analisi, mette in evidenza le doti artistiche-musicali e la vasta, brillante cultura".

Segnalo l'occasione della vittoria al Premio Firenze perchè Gregorio Nardi, che ho conosciuto personalmente tempo fa, è davvero una persona unica nel suo genere: oltre che valente pianista, intelligente e acuto critico, è anche persona umanamente e culturalmente ricca!
E perchè il suo volume, che recensii qui, è un saggio veramente notevole: che mi ricordi uno dei più interessanti su Liszt, ed uno dei saggi migliori usciti negli ultimi anni.

P.D.P.

mercoledì 2 dicembre 2015

Malcolm Frager plays Chopin

Chi si ricorda di Frager?
Quando avevo vent'anni, era un certo nome del panorama musicale di quegli anni. Poi...
Una ragione c'è: Malcolm Frager è scomparso nel 1991 per un tumore maligno. Ma, comunque la stranezza è che, essendo un nome della scena internazionale, il suo ricordo sarebbe dovuto rimanere, almeno per i suoi dischi. Invece...
Malcolm aveva vinto il Leventritt (un concorso per pianoforte che era molto importante nel passato) nel 1959 dopo essersi classificato al secondo posto nel 1955,1956, e 1957. Ma si era classificato anche secondo al Concorso Internazionale di Ginevra del 1955. E aveva vinto nel 1960 il Regina Elisabetta di Bruxelles. La vittoria gli aveva consentito di incidere con la RCA. Eppure...la sala d'incsione non lo allettava. Frager incise pochissimo, perchè non riteneva che fosse necessario alla sua carriera incidere molto, e quindi quel poco che abbiamo di suo testimonia le cose in cui credeva profondamente.
Insomma un pianista controcorrente, e se non controcorrente, almeno parecchio singolare.
Una grande carriera internazionale, molti concerti in giro per il mondo, ma una discografia veramente risicata. E il risultato è che a venticinque anni dalla morte, pochi si ricordano di Frager.
Eppure era un pianista della stagione di John Browning, di Van Cliburn, di Leon Fleischer. Ma questi sono pianisti che incisero parecchio; lui no.
Le fonti sul web tracciano la sua discografia che parrebbe davvero essere striminzita: qualche disco, nulla più. Se andiamo a fare una ricerca sistematica, tuttavia ne troviamo degli altri. Nonostane ciò, sono però pochi, pochi soprattutto per delineare con chiarezza una figura.
Oggi parliamo di uno di questi pochi album incisi: Malcolm Frager plays Chopin. 

Una miscellanea; e non potrebbe essere diversamente.
Visto che Frager non incideva sistematicamente, volendo incidere Chopin, volendo dare un'immagine a 360°, non avrebbe potuto che realizzare una miscellanea: che senso avrebbe avuto incidere le 3 sonate e tralasciare il resto?
Certo è però che la scelta interpretativa di Frager si conferma abbastanza singolare: propone la Polacca in La bemolle, L'Andante Spianato e Grande Polacca, Le Variazioni brillanti sul Ludovic di Halévy, le 4 Mazurke dell'op.6, la Contraddanza in Sol bemolle maggiore e la Tarantella in La bemolle. Basta. Nient'altro.
Singolare è dire poco.
Niente sonate, niente studi, niente preludi, niente improvvisi, niente scherzi, niente ballate. E nessun notturno.
A Frager interessa far conoscere un certo repertorio di Chopin, quello che a lui interessava: e per questo mira a presentare lavori noti e meno noti: tra i meno noti la Contraddanza, la Tarantella e le Variazioni brillanti.
Qui entriamo in un terreno minato: questi sono lavori davvero desueti! Che ci rimandano allo Chopin del periodo Biedermeier. Tutto qui è Biedermeier. E per di più un Biedermeier assai poco conosciuto.
Avrebbe potuto proporre le Variazioni op.2 famosissime, o i Notturni op.9. Invece la Contraddanza. La Tarantella. Le Variazioni Brillanti.
La contraddanza non si sa neanche se sia di Chopin: nonostante alcuni stilemi ci ricordano Chopin, i maggiori specialisti chopiniani neanche si pongono il problema se sia o no spuria. Belotti ne parla così nel suo Chopin (Gastone Belotti, Chopin, EDT, Torino 1984, pp. 468-9):
Della Contraddanza in sol bemolle maggiore di Chopin tutto ciò che si può dire è che non abbiamo alcun elemento per ritenerla autentica.
Ritrovata tra i documenti degli eredi di Tytus Woyciechowski, senza data, senza dedica, senza firma, era insieme con un altro foglio, di diversa qualità, sul quare era un titolo di Variazioni, firmato e datato “4 gennaio – 4 marzo 1827”, le date dell’onomastico e del compleanno di Tytus.
Con tutta probabilità il foglio si riferiva alle Variazioni op. 2, dedicate, appunto, al Woyciechowski, e in nessun modo si riferiva alla Contraddanza, che tuttavia fu pubblicata nel 1934 a Cracovia in facsimile dal supplemento di un quotidiano locale. Uscì in edizione clandestina nel 1943, durante l’occupazione nazista, a cura di Michał Idzikowski. Il manoscritto andò perduto nel corso della seconda guerra mondiale, il facsimile non è di buona qualità, ma la calligrafia non sembra quella di Chopin.
Jan Ekier, nel suo articolo sull’autenticità di alcune opere chopiniane, la ritiene spuria. Jan Prosnak, in un articolo sull’influenza di canzoni villerecce francesi e del folklore ucraino su alcune composizioni di Chopin, non si pone nemmeno il problema, ma trova che alcuni spunti di natura pianistica, di ritmica e qualche cellula melodica sono anticipi della Ballata op. 38.
Qui non si affronterà un problema di questo tipo, ci si limiterà ad osservare che la Contraddanza, sia o non sia opera di Chopin (ma gli elementi stilistici a lui riferibili sono numerosi), è opera di scarsissimo interesse artistico, ed è costruita in modo molto ovvio: in 6/8, tripartita del tipo ABA o ABA’ (non è chiaro se la Ripresa riguardi il primo tema o l’intera prima parte), la prima sezione è in ciclo ternario del tipo a b a, con due motivi di otto misure (il primo è di quattro ripetute). 

La Tarantella è invece un lavoro dell'inizio degli anni '40, scritto in 6/8 ma pensato in 12/8 (Chopin mutò l'originale ritmo da 12/8 in 6/8). Ciò potrebbe far pensare che originariamente non avesse pensato alla Tarantella, e del resto questa danza popolare in quegli anni non gli era cara come tutto ciò che fosse italiano visto che con la cultura nostra non aveva alcun collegamento. Probabilmente aveva pensato che intitolando il pezzo Tarantella e concependolo nel tempo usato da Rossini per la Sua Tarantella (6/8), avrebbe potuto ben piazzarlo. In realtà il pezzo non fu mai popolare.
Per non parlare delle quattro Variazioni su un tema di Halévy (& Herold) op.12 , precedute da un'introduzione, ed in stile brillante e salottiero.
Gli altri tre pezzi sono molto noti invece, e sono tutti e tre delle danze.
Innanzitutto l'Andante Spianato e Grande Polacca in Mi bem nagg. op.22 e la Polacca Eroica op.53, che sono tra i pezzi più conosciuti in assoluto di Chopin: delle molte Polacche, La Polacca op.53 è quella più conosciuta, tanto che potrebbe definirsi quasi "la Polacca di Chopin".Moltissime le interpretazioni. Molto spesso viene enfatizzato il suo tono guerresco, e quindi spettacolarmente virtuosistico. E viene anche suonata con un ritmo marcato e veloce, dimenticando che la Polacca è in 3/4, ed era inizialmente una Danza cerimoniale, e quindi lenta, maestosa. Non a caso Chopin indica  "Maestoso" che non cambia il tempo in 3/4 neanche nel Trio. Quindi in sostanza dovrebbe essere non molto veloce; ed invece Charles Halle amico di Chopin dice di averlo visto triste una volta perchè aveva visto suonare la sua polacca velocemente. E anche Gutmann, allievo di Chopin ricorda come Chopin iniziasse il Trio non con strepito e come le ottave che iniziava fossero in pianissimo senza aumentare il suono, come invece taluni fanno.
L'interpretazione di Frager è nella norma, nè troppo veloce nè troppo lento. E per noi questo non è motivo d'interesse. Francamente io sposo l'idea di Chopin: la Polacca è una danza lenta, non veloce; ed è maestosa, non epica. Per cui mi trovo anche molto vicino a come la concepisce Francesco Libetta che la suona molto lenta.
L'Andante Spianato e Grande Polacca, che è più veloce di quanto lo si senta suonare in giro, è il più bel brano del disco. Per strano che possa sembrare, questo brano chopiniano che una volta era molto conosciuto attualmente non trova spesso posto nelle proposizioni chopiniane. Ed è un peccato.Devo dire che ad un ascolto più attento, è una gran bella interpretazione di Frager. A cui la profondità d'espressione dei bassi del Bösendorfer Imperial fornisce una nota di colore non indifferente.
Noto tra l'altro che esistono due pubblicazioni diverse Telarc: una del 1978 (in LP, poi trasferita in CD) che è quella qui analizzata, ed una del 2003 in cui in aggiunta a tutti i brani sino a qui presentati, c'è la Sonata in Si minore (probabilmente ritengo che la sonata non fu inclusa nella prima registrazione, e lo fu successivamente, quando già Frager era deceduto..
Resta il rammarico per una vita finita così preso (55 anni).E una incisione in cui ci sono anche delle cose difficili a trovarsi. Suonate da un grande pianista che stava maturando ancora. Sull'imperatore dei pianoforti: il Bösendorfer Imperial a 97 tasti.


Pietro De Palma

lunedì 23 novembre 2015

Peter Maag & Lazar Berman. Liszt: Piano Concerto N.1 (+ Mephisto Waltz e Héroïde funèbre) - CD ARTS (medio prezzo)

Sembrerebbe che il disco che sto presentando sia un'altra dedica a quell'orribile carneficina perpetrata  giorni or sono a Parigi, ed invece l'avevo già in serbo.
Il CD di medio prezzo della ARTS svizzera presenta tutto un programma dedicato a Liszt, eseguito dall'Orchestra della RAI di Torino, e diretto dal compianto Peter Maag: tre brani, di cui uno per pianoforte ed orchestra, il Primo concerto, con al pianoforte addirittura Lazar Berman; e due brani orchestrali: il Mephisto Waltz n.1 trascritto per orchestra, e il Poema Sinfonico n.8 Héroïde funèbre.
E' facile presumere che proprio il brano per pianoforte ed orchestra costituisca il motivo principale per cui l'acquirente dovrebbe acquistare il CD. Si tratta infatti di un'occasione ghiotta di sentire una versione live del Primo Concerto di Liszt suonato da Lazar Berman, visto che l'unica versione in CD al momento è quella dell'incisione con Carlo Maria Giulini, che, per quanto raffinata, ci restituisce un Berman un po' imbrigliato dalla direzione ferma ma ieratica di Giulini: del resto, in un concerto che dura venti minuti, un minuto, il tempo che dura in più l'edizione Giulini rispetto a quella Maag, è parecchio. 

Certo Maag non è Giulini, e soprattutto l'Orchestra RAI di Torino non è quella dei Wiener Philarmoniker, e quindi talora c'è della imprecisione qua e là. Però, il ritmo è maggiore e il concerto acquista parecchio. In questo  del 1976, c'è la poesia che contraddistingue sempre le esibizioni di Berman ( raffinatezza e sensibilità) e il finale è scattante ed infuocato, come uno si aspetterebbe dal Berman degli studi trascendentali. Purtroppo la resa sonora della registrazione non è delle migliori e neanche la rimasterizzazione a 24 bit è riuscita a donare dell'appeal a quella sensazione di crepitio che affligge i  registri alti del pianoforte inficiandone la resa soprattutto nei passaggi di sensibilità.
Il Mephisto Waltz orchestrato non mi sembra aggiungere qualcosa alla versione pianistica, semmai la toglie: il pezzo, concepito originariamente per pianoforte, è perfetto di per sè: perchè allora cercare di presentarlo in una versione alternativa,  e per di più orfana? Tanto valeva, presentare anche l'altro brano, il No. 2: Der Tanz in der Dorfschenk!
L'unico brano orchestrale di Liszt che mi sembri interessante è Héroïde funèbre. Si tratta di una vera e propria marcia funebre, estesa nella durata, che per dimensioni dell'orchestra possa ricordare Bruckner o il Cesar Franck della Sinfonia in Re minore. 
Lunga circa venticinque minuti, non offre tanto, sorprendenti giochi della compagine orchestrale perchè il motivo che è alla base non è dinamico nelle sue inflessioni, e quindi Liszt gioca sulla sua capacità di variare. si tratta di una sorta di omaggio  ai rivoluzionari e martiri del 1848, anche se il pezzo ha origini più anctiche: infatti Liszt cominciò a comporlo nel luglio 1830, quando aveva in mente una Sinfonia rivoluzionaria. Invero le difficoltà sopraggiunte per la realizzazione e il completamento dell'opera, lo indussero ad un lungo travaglio.

I tre brani sono alquanto interessanti, in quanto al momento sono alcuni dei rari pezzi di Liszt, di cui si abbia menzione, che Maag abbia diretto (il Mephisto Waltz e l'Héroïde funèbre, provengono però da altro concerto live di Maag, del 1978).

Inoltre Berman è catturato in un raro momento live (e ci si può solo rammaricare del fatto che la registrazione non sia perfetta  perchè è tuttavia un'ottima prova di Berman, che sarebbe stata invero più valorizzata da una incisione con meno asciuttezza e meno fruscii).
L'unica cosa che mi sia dispiaciuta è che , trattandosi di un live, probabilmente registrato con mezzi di fortuna o proveniente da archivi della radio, avrebbe ancor più contribuito al valore del documento, l'eventuale o eventuali bis che Berman avesse proposto quella sera. Io propenderei per la prima ipotesi, cioè che si tratti di una registrazione fatta con mezzi di fortuna in condizioni non confacenti, e che chi lo registrò (a meno ovviamente che non sia così ) non aspettandosi il bis, avesse spento il registratore.
Mi sembra tuttavia che il prezzo proposto, il programma e il fatto che, almeno il Concerto, sia una registrazione live, legittimino il procurarsi il CD.


Pietro De Palma



 

martedì 10 novembre 2015

La rivelazione di un talento. Vincenzo Maltempo interpreta Liszt - CD Gramola, 2009



Tanti anni fa un mio caro amico – era il periodo natalizio, mi pare intorno al 3 gennaio – mi invitò ad andare con lui, a Benevento: “Vieni con me, ti faccio conoscere un mio amico, un grande talento italiano”, disse. Io che una mezza idea di andarci l’avevo, non potetti più farlo non mi ricordo per quale motivo. Ma non vi feci un dramma. Perché Aldo me l’ha detto non so quale volte: “Questo è un talento”. Ma poi, effettivamente pochi hanno dato effettivo corso alle aspettative.
Quella volta invece, persi un’occasione di conoscere quel talento, perché poi esplose in una nova, ed è attualmente uno dei pianisti italiani più richiesti, anche se ora Vincenzo sente sempre più il bisogno di appoggiarsi ad un repertorio più variegato e non solo ed esclusivamente virtuosistico. Ma va da sé che quando ti sei fatto conoscere per un certo modo di suonare e di interpretare il repertorio romantico, se fai il nome Vincenzo Maltempo, la gente pensa a Liszt o ad Alkan.
IL CD Gramola, non è altro che la dimostrazione dell’affermazione di quell’exploit.
Interamente dedicato a Liszt, il CD percorre vari momenti della carriera compositiva lisztiana: Les Jeux d’Eaux à la Villa d’Este (da Années de Pelerinage, III) con i suoi effetti cromatici; e poi dei monstres pianistici, che sono non incisi frequentemente. Innanzitutto questo è un discorso valido per le parafrasi di brani operistici, perchè oltre che difficili da interpretare, abbisognano della capacità da parte dell'interprete di saper cantare, sentire il brano che vibra dentro. E questo è quello che accade quando ascolti l’interpretazione di Maltempo che suona Reminiscence de Norma: suono pulitissimo, note sgranate una ad una, come un rosario, cura maniacale per il bel suono, fraseggio squisito. Ed il canto che si snoda, e che ti prende. E quando senti “Guerra, Guerra”, che è un po’ il culmine del pezzo, interpretato alla grande, la soddisfazione è tanta. Anche perché aspetti di sentire cosa ci sia dopo.
Ecco la rara e bellissima Polonaise Mèlancolique in Do minore, che dovrebbe essere maggiormente ascoltata e diffusa. Maltempo la domina con nonchalance, forse anche troppa. Per es. un uso del pedale troppo presente. Però è da dire che che un pianista che suona così un pezzo ostico fa impressione! E quest’incisione è del 2008, quando Maltempo aveva ventitre anni, mentre la ripresa della Polonaise che chiunque può vedere e ascoltare su Youtube è del 2011, è al tempo della sua partecipazione al Liszt di Utrecht. Quello che c’è qui è un’esaltazione della gioventù, di un modo di suonare che è una rivelazione, un’esplosione di vitalità, che non tiene conto del passato. Manca al giovane Maltempo, quello che il Maltempo odierno possiede già: una sorta di storicizzazione del brano. Ed una caratterizzazione maggiore.
Lo si nota ancor più nella Tarantella di Bravura. Già. 
Quando uno comunemente parla della Tarantella di Liszt, intende quelle da Les Années de Pelerinage, dimenticando che esiste soprattutto questa, la Tarantella di Bravura su la Muta di Portici da Auber, un’opera comica, allora parecchio famosa (oggi praticamente dimenticata, anche dalla discografia, eccetto un’edizione della EMI di tanti anni fa). Pezzo di una difficoltà pazzesca, volutamente ignorato da tanti che non vogliono misurarsi, perché hanno paura, col genio funambolico del Liszt degli anni ’30, è un brano meraviglioso, che quando ti entra nel cervello, poi tarda ad uscire. Capita che mentre stia passeggiando, mi rammenti la melodia e cominci a canticchiare qualcuna delle variazioni.
Pochi pianisti l’hanno incisa, e questo testimonia ancora una volta la spavalderia di un giovanissimo interprete, che sembra ignorare le difficoltà celate nel brano, e che non ha paura di sedersi allo stesso tavolo dove pranzano Lamond (allievo di Liszt), Czyffra, Wild, Libetta. Manca, però, in questo brano qualcosa, che però si trova nell’incisione su Youtube: una consapevolezza maggiore dei propri mezzi. E’ come frenata da qualcosa, come se al tempo non fosse ancora padrone assoluto del pezzo, oppure lo studio discografico lo inducesse ad un maggior autocontrollo di quello esistente in una esecuzione live.
O forse manca il fascino “volgare” o “sfrontato” di un Czyffra o di un Wild che rischiamo il collo adottando delle velocità al limite, e donano al pezzo quel qualcosa in più che manca in altre incisioni storiche oramai (ovviamente al Lamond sessantenne, ma anche al trentenne Libetta, innamorato della raffinatezza), in un brano che raffinatezze non  le ha ma solo la richiesta di una dimostrazione assoluta di virtuosismo parossistico. In altre parole qui non ci si può frenare: devi suonare come se fossi in discesa su un’auto che non abbia i freni, cercando di non andare fuoristrada o nel burrone, ma mantenendo sempre un’andatura vertiginosa. Questa sensazione a me sembra mancare nella Tarantella incisa sul CD Gramola, mentre è presente in quella live su Youtube, pur di quel tempo. 

Talvolta è il live che dona quel qualcosa in più, talvolta lo toglie. Mi ricordo di una volta che Francesco Libetta la eseguì sul suo pianoforte di casa, davanti al sottoscritto, a Nardò, e l’esecuzione mi piacque al massimo grado, mentre quella in disco non mi piacque alla stessa maniera, perché sembrava meno istintiva e più costruita. Un altro che avrebbe potuto al tempo incidere la Tarantella al massimo delle sue potenzialità era Pasquale Iannone, di cui possiedo la registrazione video live del solito Aldo Lotito, in una esibizione a Bari di tanti anni fa.
Tra i tanti, quella che a me piace di più è quella di Czyffra: sì, finisce in fortissimo, è spavaldo, può sembrare anche cafone nel suo virtuosismo di marca circense (e del resto Czyffra molto giovane davvero si era esibito come fenomeno in un circo, quando era povero in canna), ma la dimensione che ha lui, non ce l’ha nessuno: è come se dica in ogni battuta, in ogni accordo, “io sono il più bravo!”. E lo dimostri sopra tutto e sopra tutti. La Tarantella perfetta. Ma anche qui c’è sempre la dimensione fortemente disincantata della storia di Czyffra, del più grande virtuoso lisztiano del novecento, che però non ha avuto una vita felice, come la ebbero Rubinstein o Horowitz . La sua vita è stata dominata dal dolore e dalla sofferenza, e il suo Liszt anche quando sembra essere il Liszt della rabbia, è il Liszt della tristezza, dei bei tempi andati che non ritorneranno più. E’ un Liszt memore di se stesso, fortemente storicizzato, che narra con disincanto la storia. 

Questo Maltempo non aveva questa dimensione, quando incise questo CD. Ecco perché è un gran bel CD che testimonia l’esordio di un pianista destinato ad una luminosa carriera, ma a cui mancano dei caratteri evidenti.
Del resto è un pezzo che tra le sue difficoltà ha soprattutto quella di non essere un brano che abbia una sua storia discografica: e quindi bisogna interpretarlo autonomamente. Il giovane pianista che ha bisogno di riferimenti, cosa trova dinanzi? Czyffra e Wild. E si scoraggia. Almeno Maltempo non si è scoraggiato e ha tentato al tempo una sua strada, che pur non del tutto riuscita ha dalla sua il merito di averla tentata.
Soirée de Vienne n.6 è diverso, radicalmente diverso, perché forse è uno dei brani lisztiani più conosciuti in assoluto, perché anche, come i studi trascendentali e qualche altra cosa, data la sua brevità, è stato inciso prima sui Rulli di pianoforte, poi sui78 giri, poi sugli LP e infine sui CD,  di tanti pianisti della storia: Paderewski, Backhaus, Horowitz, Lhevinne,Wild, Kissin, Eisenberger.
E’ anche questo un Liszt che parla di un tempo che non esiste più, di una Vienna, che già al suo tempo non era quella di Schubert, figurarsi ora! Qui, dove ha anche una storia con cui misurarsi, il Liszt di Maltempo, è un bel pezzo, molto misurato, molto romantico, molto musicale, ma in cui manca del tutto l’aura del bel tempo che fu: gioca tutto sulla bellezza del suono, del brano in sé e non del brano che attraverso sé diventa qualcos’altro. Ma ascoltando Soirée de Vienne, nell’esecuzione Youtube, sette anni dopo, c’è molto di più. C’è la consapevolezza dei propri mezzi ma anche una maturità maggiore, in cui l’espressività si fonde nella trasfigurazione del pezzo: non è da poco direi, nell’economia di un brano che comunemente dura sei minuti, anche e venti, farlo durare cinque minuti e cinquanta, come Lhevinne. Certo il Ciccolini del 1959 è lontanissimo, ma quello è per così dire il cavallo di battaglia, una esecuzione di riferimento. 

L’esecuzione di Maltempo, su Youtube, del 2015 (del Miami Piano Festival) è una esecuzione riveduta e corretta di un brano che lui aveva già inciso (sul Gramola) e che ha in repertorio da parecchio tempo, ma che ha soprattutto già in sé un recupero della capacità di vedere la dimensione di un brano, attraverso il racconto di una storia che è storia di per sé ma che racconta anche altre storie.

E anche la Totentanz di Maltempo, quella suonata nello scorso Aprile 2015 parla di una concezione del brano molto diversa da quella incisa dal Maltempo ventitreenne, come se il Maltempo trentenne fosse profondamente diverso da quello che esplose in quegli anni: sicuramente un virtuoso già affermato e riconosciuto, al massimo delle sue potenzialità: basta vedere cosa siano i suoi Studi nei toni minori di Alkan! E cosa sia l’esecuzione di Osaka, fortunatamente su Youtube (Dio benedica chi l’ha creato!). 
Del resto, ma non basterebbe questo, l’esecuzione Gramola è 15’11” mentre la registrazione 2015 è 14’15”, cioè un minuto in meno, che non è poco! C’è soprattutto un senso del colore e del timbro che nel Cd erano già enunciati ma come in un abbozzo formato ma non pienamente espresso. Del resto il pianoforte in questo brano non viene utilizzato tanto per fare un’esibizione (anche quella ovviamente) ma per fare qualcosa che vada oltre il mero virtuosismo: una decorazione che attraverso la consueta esplosione di trilli, scale e arpeggi non solo sublimi la capacità del pianoforte di evidenziare le caratteristiche tecniche dell’esecutore, ma anche ricerchi una grande varietà ritmica e un colore timbrico raggiunto con la percussione (quanto è innanzi ai tempi Liszt!) e la ricerca di sonorità estrema dei gravi e degli acuti.

Chiude il CD la Parafrasi dal Tristan und Isotte, Isolde Liebestod
Forse proprio un brano come questo, che deve ricreare in musica l'aria Mild und leise wie er lächelt, non cercando l'effetto pianistico legato ad un virtuosismoche che pianisticamente deve rendere il virtuosismo vocale dell'opera tardo settecentesca inizio ottocentesca, sublimata nell'Era del Bel Canto italiano, secondo me testimonia la qualità di questo interprete e la sua maturità, di cui questo cd rappresenta il primo passo. 
Pur in un primo rosseggiare, in attesa dell'alba della sua maturità di interprete, il Liebestod, la morte d'amore, invocata da Isotta, grazie alla quale potrà consumare il suo amore, morendo e legandosi per sempre a Tristano, mi pare il miglior brano opponibile da Maltempo a Les Jeux d'Eaux à la Villa d'Este: entrambi infatti presuppongono un nuovo modo di intendere la musica, in cui la musica non è solo un modo per eccitare i sensi ma anche per calmarli, e in cui la musica si lega alla volontà di descrivere la realtà: la musica, in virtù di un virtuosismo che non è più fine a se stesso ma che diventa il tramite per esprimere qualcosa, che si fa descrizione, con suoni ed effetti facilmente assimilabili alla realtà (i giochi d'acqua diventano qui il punto d'inizio di tutta una musica di Debussy e Ravel); ma anche musica che rompe la melodia non sottostando più a leggi di armonia classica  e reggendosi su una scrittura puramente accordale. Così se il primo è un brano di cromatismo pianistico, il secondo prelude alla dodecafonia: due aspetti di un nuovo modo di intendere la musica, per certi versi opposti: nei Giochi d'acqua, la musica si spoglia della sua densità rarefacendosi e riducendosi alla ricreazione di un effetto reale, quello dell'acqua; nel Liebestod, assistiamo all'opposto: la musica invece di esplodere in un effetto irradiante, implode, facendosi densità, materia. E in questo racchiudersi, va al concetto stesso di musica materica, accordale, senza armonia, dodecafonica, puro pigiare di tasti. Ma i due brani, esprimono una stessa idea base: quella che la musica, sia rarefacendosi sia addensandosi, può portare alla contemplazione. Infatti sia Giochi d'acqua che la Morte d'amore, sono due momenti opposti in Liszt: l'acqua della Vita, l'amore nella Morte, espressioni di pura spiritualità.
Tutta codesta rara unità d'intenti, la ritroviamo nell'opera prima di un pianista ventitreenne. Nonostante ciò, ci saremmo aspettati un maggior interesse a questo disco. Che pur sempre aveva i suoi limiti.
Nel Maltempo di oggi, invece, il percorso ideale lascia il passo alla consapevolezza di essere un grande interprete, pur nell’umiltà di perfezionarsi e di migliorare costantemente la propria espressività, per giungere a risultati ancora più soddisfacenti.
Pietro De Palma