sabato 31 gennaio 2015

Ivo Pogorelich: Chopin, Haydn,Mozart, in Castello Reale di Racconigi - DVD - DGG, 1988


Devo confessare, in tutta semplicità, che in un primo tempo, ho sottovalutato la potenza espressiva di Ivo Pogorelich: il fatto è che, tendenzialmente, diffido di tutto ciò che è bombasticamente esaltato dai mass-media e soprattutto di chi, dall’oggi al domani, si ritrova d'emblée ad essere al centro dell’attenzione dei mass-media. Così nel passato ho similarmente diffidato di Kissin, salvo riconoscerne talora la potestà, ed ora adotto lo stesso metro nei confronti di Lang Lang.
Orbene, avevo sottovalutato Pogorelich.  Fu un’amica a farmelo riscoprire - conosciuta per tramite di Francesco Libetta - persona che purtroppo da parecchi anni non sento più. Ma la vita è così, e non dispero un giorno di poterla risentire perché persona davvero intelligente e acuta.
Barbara Sammarco aveva una collezione piccola ma di oculati capisaldi: mi ricordo la sua passione per Sinopoli e per il tardo romanticismo (Richard Strauss, Wagner, Mahler, Bruckner). Ma fu sempre lei, nella sua splendida dimora di Lecce ( un palazzotto antico, a metà tra XV-XVI secolo) a farmi sentire per la prima volta, dopo uno splendido pranzo (cucinava assai bene), un interprete che colpevolmente non avevo mai voluto sentire: Pogorelich. E di cui mi innamorai perdutamente.
Come non apprezzare la sua straordinaria sensibilità di piede (già di piede: entrava sul palco con quelle sue scarpette di raso, quasi delle pantofole, con cui riusciva a calibrare fino all’infinitesimo, l’intensità dei pedali) nei Preludi di Chopin, vero capolavoro da lui portato a vette inusitate ? O in Mozart, la sua capacità di sondare senza eccedere?
La discografia di Pogorelich negli anni fino alla morte di sua moglie, fu da capogiro: divenne in quegli anni uno degli assi portanti della DGG. Ma poi, la moglie morì, e lui fu colpito da una tale crisi che non volle più incidere, né esibirsi. Ora, grazie a Dio, da qualche anno, ha ricominciato a farlo. Non è più quella macchina travolgente che era, ma semmai ha acquistato ancora più profondità di quanto non possedesse ed esprimesse già.
Un ritratto straordinario della sua età felice, potrebbe essere un DVD della DGG, “Ivo Pogorelich in Castello Reale di Racconigi”, le cui riprese risalgono al 1988, in cui Pogorelich presenta un programma che comprende : Polonaise op.40/2, Nocturne op.55/2, Prélude op.45, Sonata n.3 op.58 di Chopin; Sonata Hob. XVI:46 di Haydn e infine Sonata KV 331 di Mozart.
Quando lo sentii per la prima volta non mi impressionò tanto per il bel suono – Pogorelich non è Kempff – quanto per la profondità, per la gamma timbrica, per quell’inconsueta – lo ripeto ancora una volta – padronanza delle sfumature, anche quelle di volume conseguenza del pedale di risonanza (in verità sono stato sempre molto riluttante ad accettarne il peso, troppo spesso impiegato male così da sporcare la resa del suono), cosa che si apprezza nei brani di Chopin, e ancor più particolarmente nel Largo della sua terza Sonata , in cui dopo gli accordi iniziali il tema è eseguito ad una tale lentezza da indurre ad uno stato quasi catatonico ma nel tempo stesso trasfigurato, di bellezza inusitata. 
Un'interpretazione romantica, di una bellezza sconvolgente, per me. Sullo stesso piano di quella di Kempff, del Kempff ultimo, quello targato Decca.
Haydn mette in mostra invece le qualità virtuosistiche di Pogorelich,  di polso, di sveltezza digitale, perché l’intenzione con cui attacca i tasti mi par essere quella di ottenere sonorità da fortepiano anziché da pianoforte. Haydn certamente non può mettersi di fronte a Chopin, né questa era l’intenzione, ma dinanzi a Mozart , che viene rappresentato dopo. Giacchè questo DVD, riunisce assieme due momenti ben separati, due riprese diverse nei modi e nelle scelte di regia, in cui lo stesso interprete , se per Chopin è ripreso con luci soffuse, e un abbigliamento molto scuro (a voler rappresentare con il colore la valenza triste dei brani), per Haydn e Mozart, invece è ripreso in piena luce e con addosso una camicia bianca, a voler rappresentare un clima più solare e disteso di quello precedente. Non a caso la sonata di Mozart che conclude il programma è quella con la celeberrima Marcia Turca.
Mozart ricco di sfumature, sin dall’attacco inziale del Tema dell’Andante Grazioso, fino alle briose variazioni. Ma qual profondità è mai quella che si sente fin nelle ossa? Dio mio, questo è quello che pensai quando sentii per la prima volta il CD DGG in cui era contenuta questa sonata!
Interpretazione straordinaria! Non è l’apollinea bellezza di Kempff, né l’intelligenza sfrontata di Gould che eseguiva Mozart con un uso dello Staccato troppo evidente e forzato, sì da far ricreare la sonorità clavicembalistica, ma una rivisitazione piena di poesia e di sensibilità. Un finale “alla turca” finalmente scevro da macchiettistiche interpretazioni: il riferimento  è a quella live che ne ha dato il pianista cinese Lang Lang in un recente concerto teletrasmesso a RAI 5, in cui a me l’interpretazione ha rammentato la musica che accompagnava le comiche di Ridolini. 
Oddio, potrebbe anche essere quella un'interpretazione tutto sommato accettabile, ma solo in un'ottica espressa (e forse o forse no, condivisa) : cioè, magari, facendo riferimento al teatro delle marionette meccaniche, degli automi che pure ai tempi di Mozart impazzavano nelle corti d'Europa. L'esecuzione di Lang Lang sembrerebbe richiamare quegli organetti da strada che si caricavano a manovella e che funzionavano sulla base di un rullo meccanico. E siccome non si poteva dare continuamente la stessa forza alla manovella (perchè anche ci si stancava) si finiva che il rullo fosse quasi azionato a scatti, generando quell'andamento musicale caratteristico.
Tutto però a me sembra alquanto forzato e teatrale, mentre l'interpretazione di Pogorelich di teatrale non ha proprio nulla, semmai è il contrario, è un'interpretazione molto intensa.

P.D.P.

venerdì 30 gennaio 2015

Piero Rattalino : Le Sonate per pianoforte di Beethoven



Piero Rattalino : Le Sonate per Pianoforte di Beethoven. Guida all'ascolto - Il Lavoro Editoriale, Ancona/Bologna 1989, pagg. 131




Quando Piero Rattalino, accompagnato da Silvia Limongelli, che si stava perfezionando con lui, venne a Bari il 6 maggio del 1992 per un doppio appuntamento che avrebbe dovuto tenere nell’ambito della stagione de “Il Coretto”, associazione musicale ancora in essere che in quegli anni , oltre alla stagione concertistica annuale, organizzava degli appuntamenti di approfondimento con noti musicologi,  venni a lui presentato da Emanuele Arciuli, che si era occupato di organizzare la venuta dei due. Durtante l'intervallo della seconda delle due lezioni-concerto, dedicata a Prokofiev, mentre la prima lo era stata a Mozart, gli chiesi di autografarmi tutta una serie di volumi che mi ero portato appresso: tra gli altri c’era appunto il suo “Le Sonate Per Pianoforte di Beethoven”, che avevo scovato in copia unica, qualche anno prima a Feltrinelli..
Circa un mese fa un amico mio carissimo, Aldo Lotito, avvocato e super collezionista di interpretazioni storiche (ha tradotto anche la biografia di Czyffra), mentre stavamo facendoci una pizza, mi ha detto che è riuscito a scovare per il rotto della cuffia, anche lui, una copia di questo libro, parecchio raro. Direi che è stato strafortunato, perché il libro da molti anni è esaurito.
Le Sonate per Pianoforte di Beethoven, uno dei saggi meno conosciuti di Rattalino, anche se uno dei migliori, è stata  la sua opera prima. Fu scritto nel 1970, da un Rattalino alle soglie dei quarant’anni , anche se l’edizione qui presentata, pubblicata dall’ Editrice Il Lavoro Editoriale, è del 1989. In sostanza si tratta di una edizione riveduta e corretta di una prima e di una seconda edizione di un libretto, che, come dice il sottotitolo, in origine fu una Guida all’ascolto (parecchio ponderosa, però).
Fu realizzata, come dice lo stesso autore, nel 1967, come programma di sala con annesse considerazioni relative all’interpretazione, tema che già da allora lo interessava, per l’esecuzione “live” diremmo ora  presso l’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma, delle 32 sonate di Beethoven eseguite da Wilhelm Kempff.  Tre anni dopo, nel 1970, questa stessa guida all’ascolto fu ripubblicata, in concomitanza dell’esecuzione della serie delle 32 sonate di Beethoven da parte di Alfred Brendel (presso la stessa Istituzione dei Concerti) e di quella di Dino Ciani a Torino. Già in quell’occasione l’opera fu una prima volta aggiornata. Nel 1989, l’autore avendo ritrovato la sua opera, in un primo tempo decise di ripubblicarlo con qualche aggiunta, decidendo invece successivamente di riscriverlo, aggiornando anche la discografia sulla quale si basa. Questa in pratica è la versione di cui parliamo.
Il volumetto di 131 pagine complessive (ma parecchie scritte con caratteri molto piccoli, soprattutto le interessantissime Note, la interessanti guide discografica e bibliografica) è strutturato sostanzialmente in cinque parti: il Postumo Preambolo, interessantissimo, in cui vi è sostanzialmente un’aggiunta di storia dell’interpretazione per autori di cui non si parlava nella originaria Guida all’ascolto, in quanto affermatisi in larga parte dopo; Beethoven pianista, in cui si parla dell’esperienza al pianoforte di Beethoven; Le Sonate di Beethoven nel repertorio concertistico del pianoforte, che è una storia estremamente sintetica del repertorio beethoveniano nei grandi interpreti storici già storicizzati (sex. XiX e inizio del XX); Le Sonate di Beethoven nella storia dell’interpretazione, estremante interessante; e infine la parte che attiene precipuamente all’introduzione delle 32 sonate, che è in pratica la guida all’ascolto, in quanto  programma di sala.
Avendo letto parecchi lavori di Rattalino, posso affermare che questo è uno dei lavori più interessanti in assoluto, oltre che un lavoro per specialisti. E’ un testo che chiaramente è rivolto, per il linguaggio che usa ( tecnico) e per i riferimenti, a lettori che mastichino la musica e l’interpretazione beethoveniana.  Non avrebbe senso, secondo me, infatti, leggere l’opera senza avere le basi di raffronto, cioè le tutte o almeno alcune tra le interpretazioni beethoveniane di cui parla l’autore: persino il sottoscritto, che pure si è formato sui testi di Rattalino e che sulla base degli stessi si è poi procurato (e continua a farlo) innumerevoli incisioni di interpreti, non ha tutte le incisioni a cui allude lo stesso : infatti gli manca nell’ambito delle integrali, quella di Robert Riefling (interprete norvegese scomparso quasi trent’anni fa, che incise Beethoven per Valois). Infatti, oltre alle singole innumerevoli incisioni di ciascuna sonata da parte di interpreti che lo stesso autore segnala (parecchie), bisognerebbe possedere almeno alcune della seguenti, di: Arrau, Backhaus,Barenboim, Brendel, Gulda, Kempff, Nat, Schnabel, Riefling .
L’unica esclusione importantissima è quella di Maria Grinberg [i], che posseggo pure, i cui dischi, pubblicati in URSS, sono stati rimasterizzati in CD solo negli ultimissimi anni, e quindi, nel momento in cui fu rielaborato questo primo scritto di Rattalino, non era ancora disponibile sul mercato.
Al di là di questi rilievi, il libro è un saggio interessantissimo, e ritengo sia, nel novero di quelli dedicati alle sonate di Beethoven, disponibili in Italia, se non il migliore, uno dei migliori.

Pietro De Palma



[i] Maria Grinberg è stata un’importantissima pianista russa, allieva di Blumenfeld prima e di Igumnov dopo, che fu stoppata per alcuni anni nella carriera in quanto padre e marito furono arrestati come “nemici del popolo” e giustiziati, sotto Stalin. Fu la prima tra i pianisti russi a incidere le 32 sonate di Beethoven. E’ stata paragonata in patria spesso a  Rubinstein e Horowitz)

martedì 27 gennaio 2015

Stefan Askenase: The Complete 1950s Chopin Recordings - DGG - 7 CD



Askenase chi è? Il pianista russo poi diventato anche direttore d‘ orchestra? No, quello è Ashkenazy.
Il primo impatto che si ha con Askenase, nel caso che uno sappia chi sia stato e abbia ascoltato i suoi dischi, è proprio questo: un errore dovuto ad un nome troppo simile con altro. Ma Askenase era altro, davvero altro.
Stefan, questo il suo nome, era nato a Leopoli nel 1896. Studiò dapprima con la madre, allieva di Karol Mikuli (l’allievo prediletto di Chopin) ereditando una prassi stilistica nell’esecuzione chopiniana che si potrebbe pensare derivasse da Chopin stesso. Studiò dopo con Ksawera Zacharyasiewicz (allieva di Franz Xaver Wolfgang Mozart) e successivamente prima con Emil von Sauer a Vienna, uno degli allievi di Liszt e infine con Joseph Marx (pianista, compositore e insegnante famosissimo all’epoca).
Girò il mondo come concertista e fu membro di giuria dello Chopin di Varsavia. Ebbe due famosissime allieve: Martha Argerich e Mitsuko Uchida.
Incise l’integrale di Chopin (assoluto riferimento) ed eseguì in concerto l’intero corpus delle sonate di Beethoven. 
Morì a Colonia nel 1985.

La DGG 10 anni fa gli ha dedicato un bellissimo cofanetto con tutte le sue incisioni degli anni ’50: 14 Waltzes, Sonate nn.2 &3, Integrale Notturni e Prelusi, 8 Polacche, i 2 Concerti per pianoforte, Rondo à la Krakowiak, Scherzo n.2, Berceuse, Barcorolle, Improvviso n.4, mazurke op.41 & op.50/3, Terza Ballata, di F. Chopin;  alcune romanze senza parole di Mendelssohn;  Liebestraum n.3 e Valse Oubliée n.1, di Liszt; Waltzes da D.365 & 779, Laendler da D.145, di Schubert; Sonata K.570, di Mozart; 4 Polke, di Smetana.
Come si vede autori prettamente ottocenteschi e opere molto classiche: è facile ricavare che si tratti di un interprete di vecchio stile.
Karol Mikuli
Del resto le frequentazioni da giovane lo avevano messo in relazione, attraverso la madre con la tradizione prettamente chopiniana, quella che si richiamava direttamente attraverso Mikuli a Chopin stesso; e attraverso la sua insegnante a Franz Xaver Amadeus Mozart, l’ultimo dei figli di Mozart, allievo a sua volta di Salieri e Hummel, e compositore Biedermeier, che compose poco ma quel compose, influenzato da Hummel, anticipò direttamente Chopin e Liszt; infine le lezioni con Sauer e Marx gli diedero la pienezza della tecnica. Si può dire che fosse completo, ma non si mosse mai nel repertorio novecentesco: rimase confinato, quasi una sorta di empireo alla tradizione ottocentesca.
Tra le cose più belle del cofanetto, i Notturni di Chopin (ritengo sia una delle più belle integrali assolute dei Notturni), ispirati per tocco, fraseggio ed eleganza. Ricorda per certi versi Arthur Rubinstein. Anzi, all’inizio della carriera,  i due furono paragonati, non tanto perché avessero somiglianze di interpretazione, quanto per la modernità con cui parevano suonare rispetto a quelli che li avevano preceduti, De Pachman per esempio.
Vladimir De Pachman
Se i Notturni rapiscono per bellezza di tocco e ricchezza di sfumature (aveva una dotatissima mano sinistra) e suprema eleganza, in cui si ravvisa la tradizione chopiniana attraverso Mikuli ma non tanto la tecnica lisztiana che pure gli era stata inculcata da Sauer, altri lavori chopiniani ci richiamano la sua sensibilità e le sfumature della sua passionalità polacca. Forse, abituati a pianisti dopo gli anni ’50 (queste incisioni chopiniane sono di quegli anni) che colgono in Chopin la complessità dei piani sonori, ampliando la dinamica delle sue composizioni, quasi che egli pur avendo composto solo per pianoforte (con l’esclusione di qualche lavoro per musica da camera) avesse purtuttavia trasceso le possibilità dello strumento quasi come Liszt, trattandolo come una sorta di orchestra in miniatura, potremmo rimanere con l’amaro in bocca.
Ma Askenase è un pianista di vecchio stampo, introdotto a interpretare Chopin alla vecchia maniera, quella dell’Ottocento. Potremmo dire che egli paragonato a Chopin è quello che fu Kempff rispetto a Beethoven o direi io Backhaus o Katchen rispetto a Brahms: un interprete di riferimento.
Ma notiamo anche un’altra cosa, e questo lo possiamo vedere nella selezione dei brani, attraverso i vari autori proposti: i brani non sono mai espressione di virtuosismo lisztiano o superlisztiano, né vi sono brani chopiniani di virtuosismo puro, per esempio gli Studi. E questa è una cosa che si nota, e che appare in tutta la sua importanza se si analizzano le altre incisioni di Askenase, anche di Chopin: mancano pezzi virtusosistici puri. Questo è forse l’effetto del fatto che Askenase aveva delle mani piccole: invitato più volte a incidere gli Studi di Chopin, declinò sempre l’invito (avendo paura a confrontarsi con un repertorio che non giudicava essere il suo). E risalta ancor di più se notiamo che la sua allieva più famosa, Martha Argerich, si può dire tutto tranne che non sia versata al repertorio virtuosistico. Quindi, per Askenase, il virtuosismo non fu di casa anche per ragioni fisiologiche. E’ comunque accertato che di Sauer non accennava mai, facendo comprendere come non avesse da lui appreso cose che lo facessero inorgoglire (tranne forse la gestualità). Invece adorava Ignaz Friedman e lo diceva, non perché lo avesse frequentato ma probabilmente solo per la suprema eleganza delle sue Mazurke, che egli aveva ascoltato, Mazurke che egli pure incise ma in maniera assai parca.
E’ rimasta la sua arte .
Si può dire che il suo testamento, almeno quello racchiuso in questo cofanetto, si può cogliere in una esecuzione, di una eleganza suprema e di bellezza e finezza trascendentali: il Notturno in Do diesis minore op. post. di Chopin. In cui fa cogliere gli accenni e i legami tematici con un'altra opera  dell’autore, il Concerto  op.21, e la tristezza infinita di un ricordo mai sopito.

P.D.P.

lunedì 26 gennaio 2015

William S. Newman. BEETHOVEN ON BEETHOVEN. Playing His Piano Music His Way



William S. Newman. BEETHOVEN ON BEETHOVEN. Playing His Piano Music His Way - New York - W. W.Norton, 1988. 336 pp.


Molti anni fa, spesso, quando volevo “cambiare aria” perché depresso, andavo a Milano, in concomitanza di qualche festività, oppure di qualche concerto di mio amico (Francesco Libetta), e giravo per chiese, musei, negozi di dischi (uno in particolare, quello in Via Nirone), giacchè avevo (ho) parenti e amici (Silvia Limongelli, che insegna al Conservatorio di Milano pianoforte principale; Carlo Palese - che insegna Pianoforte principale a Lucca - e la moglie, ora trasferiti a Livorno), che andavo a trovare.
Un bel giorno, mentre giravo dalle parti di Parco Sempione, di ritorno da una mia escursione alla Libreria del Giallo ( che non esiste più), capitai per caso davanti ad un negozio che mi parve essere una libreria in lingua inglese, “The English Bookshop” (esiste ancora). Entrai e parlando col personale, capii che ero capitato nel posto giusto: era parecchio tempo che avrei voluto acquistare dei libri di musica in inglese, e non sapevo come fare. Così, per provare, ne acquistai (cioè, ne ordinai uno, che poi mi sarebbe arrivato a casa via contrassegno).
Lo avevo visto a casa di una persona, tempo addietro. Mi incuriosiva, perché era di William S. Newman, un musicologo americano, uno dei più grandi del XX secolo, scomparso quindici anni fa, autore di un lavoro mastodontico e pluripremiato, History of the Sonata Idea, realizzato in tre fasi e in tre volumi distinti:  The Sonata in the Baroque Era, The Sonata in the Classical Era eThe Sonata Since Beethoven (di questi tre volumi, io posseggo il secondo).
Ma, il volume che ordinai, e che posseggo, era un altro studio, uno sull’opera pianistica beethoveniana: BEETHOVEN ON BEETHOVEN. Playing His Piano, Music His Way.
E’ un volume di 336 pagine (comprende l’appendice di tutte le opere per pianoforte di Beethoven), articolato in 10 capitoli: Orientations, Source Manuscripts and Editions;  Beethoven and The Piano: His Options, Preferences, Pianism, and Playing; Tempo: Rate and Flexibility; Articulation: The Demarcation and Characterization of Beethoven’s Musical Ideas;  The Incise and Phrase as Guides to Rhythmic Grouping and Dynamic Direction; Realizing Beethoven’s Ornamentation; Further Expressive Factors; Some Broad, Structural Considerations; Keyboard Techniques as Both Clues and Consequences.
Già l’enorme biografia (18 pagine!!!!) indica come il volume non sia stato approntato in poco tempo, ma invece abbia avuto una gestazione piuttosto lunga. Inoltre il volume, che sembrerebbe essere solo uno studio su Beethoven pianistico, è invece anche uno studio comparato con altri autori più conosciuti (Czerny, Ries, CPE Bach) e con alcuni meno (Türk). Comunque sia si nota subito l’enorme numero di esempi musicali e di materiale che viene discusso.
Il problema, è che si tratta di uno studio essenzialmente per specialisti, che lascia poco spazio alla trattazione sistematica e molto invece alla caratterizzazione tecnico-teorica, anche esorbitante, tanto che spesso diventa quasi fine a se stessa e tediosa. Tuttavia l’interesse e gli argomenti trattati sono notevoli.
Curiosamente si può notare che stranamente dall’appendice dell’elenco delle opere pianistiche beethoveniane mancano: l’intero corpus dei  70 Lieder (in cui vi è parte pianistica), 16 sets di variazioni per pianoforte con flauto ad libitum (opp.105 & 107), vari brevi pezzi per pianoforte tra cui le Bagatelle WoO 45, le Marce op.45 e altre danze per pianoforte e la quasi totalità degli arrangiamenti pianistici di Beethoven. Mancano cioè molti dei pezzi giovanili di Beethoven. Che non sono stati presi in esame.
Nonostante tutto, e nonostante vari problemi di interpretazione (e per il lettore medio anche di comprensione, perché c’è molta teoria e analisi musicale), e nonostante alcuni passi ambigui, laddove dice che Beethoven adorava soprattutto i fortepiani Stein e Streicher s,  poi dice che adorava il Broadwood e si rifiutava che fosse toccato da altri, e insomma non si capisce cosa veramente adorasse e se preferisse davvero gli Stein e gli Streicher al resto, il volume è un must.
Quello che si ricava è un’asserzione che sembrerebbe ovvia ma non lo è, cioè che se si vuole capire la musica di compositori dei tempi che furono (tra cui Beethoven) bisognerebbe farlo andando a studiare le trattazioni teoriche degli studiosi del passato, perché la musica fu costruita su quei trattati teorici ,e non su altri (quelli  del ‘900). In altre parole: bisogna analizzare la musica del passato con gli strumenti del passato e non con quelli attuali perché si potrebbe arrivare a conclusioni errate o quantomeno problematiche.
Per farlo, come detto, l’autore utilizza un enorme volume di raffronti e di esempi, anche con altre opere dello stesso Beethoven.
Interessantissimi sono i capitoli dedicati all’ornamentazione, all’uso dei pedali, del tocco pianistico e metronomi; ma veramente tutti i capitoli hanno una loro importanza.
Lo ribadisco: è un saggio per specialisti, ma…è un signor saggio.

P.D.P.