martedì 20 gennaio 2015

Uno straordinario Gregorio Nardi : Percorsi nel recital. Visioni oltre il repertorio. Vol. 2 - CD + DVD - LIMEN



Erano tanti anni comunque che non sentivo parlare di nuove incisioni di Gregorio Nardi. Per cui mi ha stupito trovare, un po’ prima di Natale, un cofanetto, CD + DVD, della Limen - una etichetta di cui francamente non sapevo nulla - con un titolo molto allusivo: Percorsi nel recital. Visioni oltre il repertorio. Vol. 2
Perché allusivo? Perché Percorsi nel recital. Visioni oltre il repertorio. Vol. 1 io non l’ho proprio trovato. Sembrava non esistere. Ma poi, qualche giorno fa, sono entrato in contatto con l’entourage di Nardi e così ho saputo alcune cose: 
innanzitutto che il primo CD +DVD interpretati  da Nardi per Limen, cioè Cherubini (Capriccio) e  Haydn (Capriccio Hob. XVII/1, Sonata in Fa minore Hob. XVII/6 , Variationen uber die Hymne “Gott erhalte” ), “sarà il vol. 1 quando verrà ristampato ... presto, immagino, perché la prima tiratura è quasi esaurita:  era stato più o meno di prova, per vedere se Nardi e Limen andavano d'accordo. E siccome l'accordo c'è stato (eccome!), hanno deciso di avventurarsi in un lungo percorso”.

Poi, che parecchi saranno i CD ( + DVD) che usciranno:  si parla di cinque CD già registrati + altri quattro da registrare entro l’anno!  E che “le registrazioni hanno luogo ogni volta che un nuovo programma è pronto, rodato in pubblico, poeticamente soddisfacente. E in questa prima fase vanno velocemente, perché sono in gran parte brani da lungo tempo presenti nel suo repertorio.”
Mi hanno anche precisato che “ il titolo Percorsi/Visioni (ecc.) è quello dell'intero progetto. Tutti i cd porteranno quella dicitura. In effetti il progetto corre su due binari. Un binario - quello delle visioni - presenta programmi "musicologici", unitari. Sono programmi che intenderebbero (sognerebbero) di ampliare il repertorio pianistico, ormai ridotto ai soliti autori, ai soliti pezzi. Il secondo binario si attenta su percorsi inusitati del recital. Sono proprio i programmi che Gregorio esegue in pubblico, accostando brani talora famosissimi a rarità o inediti; oppure tentando idee interpretative inconsuete. Vengono così presentate composizioni che dialogano tra loro, o magari contrastano, o forse altro ... secondo un criterio poetico personale” .
Se i Cd precedentemente incisi da Gregorio Nardi mi erano sembrati, in virtù anche del ricchissimo materiale critico dei booklet, quasi delle lezioni concerto, (da ricordare è che Nardi oltre che essere concertista e docente, è anche musicologo), l’edizione LIMEN di cui oggi parlo mi sembra nient’altro che la trasposizione di un recital, per come è organizzata la materia musicale.
Si tratta di una bellissima incisione, che mi ha lasciato letteralmente senza parole. In effetti è un recital, e tali dovrebbero essere anche gli altri appuntamenti, un recital che unisce in se stesso una serie di brani che parrebbero a prima vista scollegati, ma che invece rivelano insospettabili motivi di convergenza.
Rattalino lo diceva, me ne ricordo bene, che il recital perfetto dovrebbe contenere dei brani che siano fra loro uniti, a definire un’idea portante comune. Qui abbiamo: 2 opere di Liszt (Fantasie und Fuga uber das Thema B-A-C-H; “Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen”, Praeludium nach Bach), 2 di Chopin (Ballade n.1 e Prélude op.45), 1 di Schumann (Variationen ubere in Thema von Ignaz Ferdinand von Fricken), 2 di Beethoven (Praeludium WoO 55, Sonata n.31 op.110).
Quale elementi sono in comune?
Innanzitutto, il preludio: tre brani sono legati tra loro da questa similarità (il secondo di Liszt, il secondo di Chopin e il primo di Beethoven). Da considerare è che a Nardi evidentemente piacciono molto le trascrizioni bachiane e BACH stesso: già nel suo CD d’esordio, quello della Dynamic con Reminiscences des Puritani, era presente la Fantasie und Fuga uber das Thema B-A-C-H. Lì c’erano anche le Variationen uber Weinen Klagen Sorgen Zagen, mentre qui al loro posto c’è il Praeludium.
Sempre a Bach si riferiscono il primo e l’ultimo brano, che è come se creassero la struttura del serpente che mangia la sua coda, la visione concentrica e unitaria di Liszt, collegando la fine al principio e viceversa: la Sonata op.110 di Beethoven, in cui Nardi trova (e lo esplica tangibilmente nell’arco delle sue due conversazioni finali accluse in appendice al DVD) rispondenze di Beethoven alla Passione di San Giovanni di Bach, nella fattispecie ai cori, e ovviamente La Fantasie und Fuga di Liszt. Nell’ambito di questo trait-d-union, un altro legame mi sembra dato dalla stessa figura della Fuga, presente all’interno della Sonata di Beethoven  e nella composizione di Liszt.
Il recital mi sembra quindi validamente creato.
Ma se non manca l’intelligenza di fondo a creare una visione unitaria per il CD, l’interpretazione mi sembra magnifica oltre che lucidissima nell’aderenza agli intenti programmatici: è evidente che i brani proposti sono tutti molto molto cerebrali, e quindi è un CD impegnativo da sentire. Il DVD non replica solo il CD, ma dà qualcosa in più.
Innanzitutto dal punto di vista scenico: predomina il nero come colore, e le uniche macchie che risaltano son date dal pianoforte, coi suoi tasti bianchi e neri, e dai visi di Nardi e della donna alla sua sinistra che gli volta le pagine degli spartiti. Potrebbe essere questa una soluzione puramente scenica, come suggeriva Rattalino anni fa ponendo l’occhio sul lume presente sul pianoforte del Richter anziano che suonava Haendel ? Non lo so. Non credo. Ma Nardi non vede mai lo spartito, se non solo nel caso del Praeludium di Beethoven.
Tuttavia, se tutti gli elementi del recital non mi paiono casuali, ancor meno lo è il brano centrale, che è presentato in prima registrazione mondiale. Ipotizzavo altrove, avendo capito più o meno quale sia il modo di pensare di Nardi, che questo brano sarebbe stato visto non come una composizione a parte, ma come il primo capitolo, la prima versione degli Studi Sinfonici op.13, che riporta il tema del barone Von Fricken (padre di una innamorata di Schumann), seguito da 8 variazioni. Non a caso secondo me, è posto al centro del CD, perché ne è il cuore e intorno a d esso gira tutto il resto: infatti, ad esser pignoli o quanto meno osservatori, mentre di Chopin, di Liszt e di Beethoven sono presentati due brani ciascuno, di Schumann guarda caso è interpretato solo uno.  Sia Nardi che la donna che gli gira le pagine degli spartiti sono vestiti di nero (o di scuro comunque) e secondo me rispondono sicuramente ad un ideale scenografico, che è anche programmatico. Infatti, il recital non è certo allegro,  ed elemento caratterizzante è il Tema su cui sono costruite le otto variazioni, che è in sostanza una Marcia Funebre, intorno a cui ruotano gli altri brani, tutti fortemente drammatici o melanconici. E’ come se i due soggetti interpretassero una tragedia, una rappresentazione.
Nardi spiega in maniera illuminata la Storia degli Studi Sinfonici (cui ho fatto accenno nell’articolo che ho scritto sulla figura di Nardi stesso), casomai l’ascoltatore di turno si fosse perso il resto delle incisioni. Se però prima era una nostra ipotesi, ora pare confermato (almeno io capisco questo) che prima o poi Gregorio Nardi ci consegnerà anche le altre versioni sconosciute, da manoscritto, degli Studi Sinfonici. Nell’ambito della composizione, eseguita in maniera sontuosa, quasi che l’esecutore fosse in estasi, quasi che avesse una facilità suprema nel gestire la materia schumanniana (che sappiamo essere invece estremamente difficile nella scrittura, ricordando che Schumann stesso, almeno fino all’infortunio del dito, sarebbe voluto essere quello che parecchi erano a quel tempo, cioè compositore-pianista virtuoso-concertista), le mani si rincorrono, scivolano sui tasti in maniera così spontanea, generando l’interrogativo nello spettatore-ascoltatore: ma davvero è così difficile? Eppure Nardi suda, più ci pare per la concentrazione nervosa che per il resto. E lo spettatore partecipa all’estasi e al rapimento dell’interprete, cosa che si ripete con la 110.
Qui si attua il secondo momento, la seconda scelta programmatica di Nardi: l’adozione di un ritmo più veloce, nell’esecuzione della 110. Nardi in sostanza svincola la sonata dalla prassi esecutiva consolidata che vuole i singoli movimenti suonati, con un tempo placido, solenne, non statico ma quasi. Che vuole l’arioso dolente eseguito con un tempo lento. Nardi rifugge da tutto ciò che è prassi consolidata. Lo diceva altrove, non ricordo dove, ma sicuramente nel booklet di uno dei CD dedicati a Schumann per la Phoenix, che non perché le Variazioni postume son state da Cortot viste in un determinato modo è che lo debbano da altri interpreti; e faceva il verso anche Mikuli per quanto riguarda l'esecuzione di opere di Chopin. 
In altre parole Nardi, esprime l’approccio filologico più coerente, e come tale consiglia per Beethoven di ricorrere a tempi di metronomo rapidi. E lui stesso adotta un tempo di metronomo più rapido, nell’Arioso, e  anche in altri movimenti della sonata, rifacendosi alla tradizione che più specificamente si ricollegava a Beethoven stesso, cioè quella dei suoi due più illustri allievi: Carl Czerny e Ignaz Moscheles, che ci hanno lasciato le edizioni delle sue sonate tutte metronomizzate (laddove Beethoven aveva lasciato indicazioni di metronomo, di pugno suo, solo per una sola sonata: l’Hammerklavier). Mi pare evidente,  pur nell’assenza di indicazioni beethoveniane, che se tutte le sonate vengono indicate con un tempo di metronomo più rapido di quello che ci si aspetterebbe, e comunque con un tempo di metronomo che non esiste indicato nelle sonate così come le ha consegnate Beethoven, ma che c’è nell’edizione delle sonate curata da Czerny e Moscheles, per il fatto che i due son stati i suoi due più influenti allievi, tra l’altro grandissimi pianisti e compositori, vien spontaneo pensare che evidentemente Beethoven voleva che i suoi allievi le suonassero in un certo modo. E quindi è cose se avesse lasciato un testamento.

Altro ragionamento invece è quello sulla scelta di quale metronomo sia più giusto adottare.
Nardi in uno dei due approcci critici che sono acclusi in appendice al DVD, esamina il problema dei tempi di metronomo in Beethoven, concludendo che la rapidità degli stessi non è figlia di un errore ma che invece Beethoven voleva in effetti adottare dei tempi di metronomo rapidi, molto rapidi. Tuttavia qui, io avrei posto un’altro problema che non è stato affrontato da Nardi e che mi piacerebbe lo fosse: i tempi di metronomo rapidi, molto rapidi bisognerebbe vederli in relazione alla meccanica dei pianoforti usati da Beethoven. Sappiamo che  Beethoven utilizzò vari fortepiani : un Conrad Graf che utilizzò per gli ultimi due-tre anni della sua vita, e sappiamo che Broadwood, a meccanica inglese, gli aveva prestato un suo esemplare. A quel tempo gli strumenti erano accordati ad un diapason con un LA da 430 Hertz; la meccanica di un fortepiano a meccanica inglese (Broadwood e Pleyel dopo) era diversa: la dimensione dei martelli era diversa, il materiale pure (rivestiti di pelle invece che di feltro com’è oggi), la tavola armonica era più sottile, le corde non erano di acciaio ma di ferro (o di ottone). Pure i Conrad Graf non è che fossero diversi: la testa dei martelletti in proporzione era pari quasi alla metà di quelli odierni e ogni tasto aveva tre corde; quello che fu costruito per Beethoven e che Beethoven ebbe negli ultimi anni della sua vita, ne aveva quattro di corde per gli acuti. Ne deriva che anche l’approccio era diverso, il suono era diverso, e così pure il timbro. Ovviamente erano anche più piccoli in dimensioni: Beethoven richiedeva fortepiani da sei ottave e mezzo, mentre ora i pianoforti hanno sette ottave e una terza minore (88 tasti, senza parlare di quelli della Bosendorfer a 97 tasti); e anche il numero delle corde era molto minore in passato delle 243 corde attuali.
E allora bisognerebbe semmai affrontare (e mi sarebbe piaciuto porre questa domanda a Nardi) il problema se sia giusto suonare Beethoven su un pianoforte contemporaneo: posto che suonare Beethoven su uno Steinway o su un Fazioli è un falso storico, oggi come oggi, è possibile suonare Beethoven, al metronomo richiesto da Beethoven nell’Hammerklavier e a quelli indicati dai suoi allievi, per le altre sonate di Beethoven? Beh, Nardi risponde con una sua interpretazione della 110, che ce la presenta più frizzante, meno drammatica, priva della polvere del tempo. Però la 110 non è l’Hammerklavier.
Il mio amico Francesco Libetta ha suonato in pubblico anni fa l’Hammerklavier al tempo di metronomo di Beethoven (e io l’ho ascoltata in privato) e l’ha pure incisa: è qualcosa di inconcepibile, di totalmente diverso, da come siamo abituati ad ascoltarla. Francesco credo sia stato l’unico pianista ad aver inciso l’Hammerklavier a 138 alla minima, il tempo richiesto da Beethoven. Anzi, lui è andato oltre: si è attestato a 140 alla minima. L’Hammerklavier che incise per la VAI durava trentacinque minuti. Era un’interpretazione estremamente più palpitante: su questo Nardi ha ragione da vendere. Ma è anche vera un’altra risultante: chi mai sarebbe capace di affrontarla? A quel tempo di metronomo, è una fatica immane suonarla su uno Steinway o su un Fazioli o su un Bosendorfer. Và da sé che o la si dovrebbe eseguire su fortepiano oppure, nel caso la si eseguisse su pianoforte, non tutti sarebbero capaci di affrontarla con lo stesso piglio.
Basti pensare che nell’ambito dei pianisti storici o di quelli di un certo peso attuali, solo Schnabel andò vicino, con 131 alla minima ; Gieseking  126,3 ; Pollini del 1977, 108,6 ; Richter del 1975, 105,2 etc…fino a Gould che addirittura segnava 80 alla minima
Il discorso sui metronomi ci sta portando lontano. Ma la risultanza è che questo cofanetto, al di là dell’interpretazione sontuosa di Nardi, è cerebralmente estremamente stimolante.
Insomma, uno straordinario evento, che ci auguriamo si ripeta in tutti gli altri appuntamenti che Nardi affiderà alla serie che ha iniziato.
Presto, mi hanno detto, verrà rieditato - ed è questo il vol.1 - il cofanetto CD + DVD, dedicato a Cherubini (Capriccio) e a Haydn (Capriccio Hob. XVII/1, Sonata in Fa minore Hob. XVII/6 , Variationen uber die Hymne “Gott erhalte” )  .
Io, alla fine della sonata op.110, devo confessare che ho applaudito, come se mi trovassi lì, e Nardi avesse suonato per me, nel miglior modo possibile, sentendo la musica e trasmettendomela. E’ una cosa che mi è capitata di rado, applaudire alla fine di un CD o di un DVD, come se non fossi a casa mia, ma in una sala da concerto : mi è capitato con Gregorio Nardi, questa volta.
Vorrei tanto ascoltarlo proprio nell’Hammerklavier eseguita al tempo di  metronomo di Beethoven.
Chissà…

Pietro De Palma

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