sabato 21 febbraio 2015

Argerich (+ Gitlis) : Beethoven, Haydn; Schumann; Franck,Debussy - Artistes Repertoires - 2 CD RCA France

Tempo fa fu varata una nuova serie della RCA, prima che diventasse SONY, quand'era ancora BMG, Artistes Répertoires, varata da RCA France: volumetti, di due CD l'uno, che presentassero  il meglio del repertorio (anche inusuale e non tanto conosciuto) di singoli interpreti. Ne ho qualcuno di questi  volumetti: Richter, Argerich, Lowenthal.
Oggi parlo di quello della Argerich, che è molto succulento: Concerto in Si bem. di Beethoven e Concerto in Re magg. di Haydn (Martha Argerich è qui nell'inusuale veste non solo di pianista ma anche di direttore, della London Sinfonietta, in una registrazione che è del 1980); poi due brani solistici di Schumann: Fantasia in Do min op.17 e Phantasiestucke op.12; infine due brani per violino e pianoforte di aria francofona: la Sonata di Debussy e quella di Franck.
Un disco mirabile per realizzazione e per intelligente scelta dei brani.
La scelta di presentare il secondo concerto di Beethoven e quello di Haydn assieme, mi sembra che fosse alquanto azzeccata, essendo il secondo concerto, come sanno i più, anteriore come composizione al primo, ma successivamente poi ultimato: è quindi molto vicino, stilisticamente ai concerti haydniani.
Quello in Re Magg. è il più famoso di tutti i concerti haydniani per via del Rondò all'Ongarese. Fu concettuamente creato per clavicembalo, da un Haydn che fu più che pianista, sinfonista. Il Concerto è quindi dedicato ai dilettanti, che lo suonarono nel settecento e ottocento su clavicembalo. E quindi, musicalmente, è certamente nella sua versione originaria più semplice, di quanto non appaia oggi, tempo in cui siamo abituati a sentirlo suonare in una sorta di rielaborazione per pianoforte moderno.
Alla sezione dedicata ai due concerti, segue la Sonata per violino e pianoforte di Cesar Franck, per la cui esecuzione, a Martha Argerich si affiancò Ivry Gitlis (registrazione del 1977). In quegli anni Gitlis era sulla cresta dell'onda: come non ricordare un famoso disco della Philips con i due concerti di Wienawski (1969) o le sueregistrazionii dedicate a Sibelius, Bazzini, Kreisler, Paganini, Brahms, Saint-Saens? L'incisione della Sonata di Franck, per quanto estremamente virtuosistica, è suonata con piglio rapsodico, che concede molto all'improvvisazione, più che sulla cavata profonda e meditativa (com'è per esempio enll'interpretazione di Oistrach e Richter). Ne esce una strana commistione di generi, come se fosse una composizione contemporanea quasi. Mi ha lasciato basito.Non sembra un brano francese di seconda metà del secolo diciannovesimo ma uno ungherese. Il Gitlis che suonava musica contemporanea e soprattutto Paganini, e Wienawski, ha esteriorizzato molto in chiave virtuosistica il primo movimento. Il secondo pare rientrare nell'ottica più consona e così pure il terzo, che a mio modo di sentire pare il più azzeccato dei tre.
IL CD n. 2 si apre con la terza sezione dedicata solo a opere pianistiche, in questo caso due composizioni di Schumann: la Fantasia in Do op.17 e i Fantasiestucke op.12. Le due incisioni, per quanto abbia ricavato, non sono originalmente RCA, ma sono qui approdate attraverso l'acquisizione da parte della BMG del lascito Ricordi: infatti sia la Fantasia op.17 che i Fantasiestucke furono inseriti in un disco Ricordi.
Si tratta forse, assieme all'incisione del secondo Concerto di Beethoven, delle più belle cose del disco. Argerich, qui al suo massimo, sa donare brillantezza e profondità, quando non accelerare, donare passione e impetuosità. Schumann è da sempre si sa, uno dei suoi compositori preferiti (la sua incisione del Concerto è una dei must in assoluto) e qui troviamo uno dei migliori Schumann mai interpretati, nella fattispecie delle opere presentate.
A completare il secondo CD è la Sonata di Debussy per violino e pianoforte (sempre con Gitlis, al violino). Nell'esecuzione della Sonata di Debussy, che nell'originaria incisione era stata accoppiata a Franck, troviamo forse la chiave per risalire all'interpretazione della sonata del belga: probabilmente, io credo, Franck venne in certo modo postdatato, interpretandolo al modo della sonata di Debussy che appartiene ad una temperie successiva, di piena decadenza, se non altro già.
Non so in quale modo, non so perchè e per come, ma per quanto io abbia sentito della Argerich, che è culturalmente molto brillante, estremamente eclettica e recettiva di tutto ciò che è pianismo, ella predilige soprattutto il repertorio romantico e tardoromantico. Non ho mai sentito la pianista argentina suonare brani di musica di genere oltre che questi. Rispetto a Gitlis, è come se scomparisse, se fosse assorbita dall'approccio molto contemporaneo di Gitlis, come se sentisse l'influenza di una personalità molto più matura della sua (al tempo in cui l'incisione fu realizzata) e vi si uniformasse perdendo la sua natura. Diverso è stato in tempi più vicini a noi con Maisky al violoncello o quello con Nelson Freire, a formare un Duo pianistico storico, forse il suo partner migliore.
Un Doppio CD sicuramente interessante, molto frizzante dal punto di vista intellettuale, nella scelta di tre tipi di repertori, splendidamente concepito e realizzato, e che purtuttavia rivela un infelice approccio di due interpreti (forse più della Argerich che Gitlis) al repertorio cameristico di aerea francofona (la Argerich per me è più vicina al repertorio romantico, a Schumann: vedere per esempio le splendide incisioni delle sonate nn.1 op.105 e n.2 op.121, assieme a Gidon Kremer ).

P.D.P.

giovedì 19 febbraio 2015

Piero Rattalino - Il Concerto per Pianoforte ed Orchestra. Da Haydn a Gershwin - Ricordi/Giunti, 1988 - pagg. 380

Ho già introdotto alcuni dei testi di Piero Rattalino e se ne parlo tanto - mi vorranno scusare i miei lettori, è perchè, come tanti altri miei amici e conoscenti, e come tanta gente della mia età che ha gli stessi miei gusti - è perchè sui suoi testi ho formato in parte le mie conoscenze e quando non le ho formate, di essi mi sono servito per trovare rispondenze.
Oggi parlo del terzo dei tre testi formanti quella che io consideo la sua trilogia : Il Concerto per Pianoforte ed Orchestra. Da Haydn a Gershwin.
Si tratta di un volume essenziale per la musica per pianoforte ed orchestra, in quanto parla del genere, come al solito in forma succosa, succinta e al tempo stesso dotta, partendo in sostanza da Johann Sebastian Bach coi suoi concerti per clavicembalo e finendo con Maderna, ripercorrendo una storia del concerto solistico, attraverso le mille traversie dei vari periodi.
Si può dire sostanzialmente che il volume sia diviso in due parti ben distinte: la prima, formata da una serie di capitoli, attraverso cui  Rattalino ripercorre la storia delle composizioni per pianoforte e orchestra, nei vari periodi storici, sciorinando date, nominativi e composizioni ad un ritmo impressionante, e imbastendo, di par suo, coin fare affabulatorio e ammiccante, una sua storia della composizione, che, meglio di ogni altra fonte, perchè in sostanza di tutte le varie fonti essa è la sintesi, riesce a indirizzare il consultante e fornirgli le informazioni di cui egli è alla ricerca; una seconda parte, formata da una serie di piccole monografie sintetiche, una specie di schede  illustranti la data di composizione, una ministoria e la struttura del pezzo, in riferimento ai capisaldi della storia del Concerto per Pianoforte ed Orchestra , da Haydn appunto (Concerto in Re magg.) a Gershwin (Rapsody In Blue e Variazioni su "I got Rhythm").
In questo secondo caso, ovviamente, sono inquadrari i maggiori compositori (almeno quelli che lo siano secondo Rattalino) e le loro maggiori composizioni. Avremo cioè, oltre il Concerto in Re Maggiore di Haydn; tutti i Concerti, 2 Rondos e Concerto per 2 pianoforti, di Mozart; i 5 Concerti di Beerthoven (in realtà sono 6: il WoO 4 ha la parte pianistica finita, mentre di quella orchestrale sono date le indicazioni, cosicchè in un secondo tempo è stata ricostruita) e la Fantasia; i 2 Concerti  e il Konzertstuck di Weber; i 2 Concerti di Chopin,  Andante Spianato e Grande Polacca Brillante (mancano le altre composizoni: Variazioni su Là ci darem la mano, Krakoviak, Fantasia su arie polacche); 2 Concerti e Totentanz ( ma mancano tutti gli altri brani di Liszt); Variazioni Sinfoniche di Cesar Franck; 2 Concerti di Mendelssohn (mancano il Capriccio brillante, il Rondò Serioso, Serenata e Allegro giocoso, i 2 Concerti per 2 pianoforti, Concerto per Archi e Pf.), 2 Concerti di Brahms, Concerto di Schumann, Concerto di Grieg, 2 Concerti di Tchaikowsky (manca la Fantasia da Concerto), Burleske di R.Strauss, Concerti nn.2-4-5 di Saint-Saens (mancano l'1 e 3), Concerto per pianoforte principale, fiati, percussioni e coro maschile, di Busoni, 5 Concerti e Variazioni su un tema di Paganini di Rachmaninov, Concerto di Schoenberg, 2 Concerti di Ravel, Notte nei giardini di Spagna di De Falla, Concerto e Capriccio di Stravinsky, 3 Concerti di Bartok, 5 Concerti di Prokofiev, Rhapsody in Blue e Variazioni su "I got Rhythm" di Gershwin.
Seguono poi una Cronologia dei Concerti, una Nota bibliografica ed una discografica.
E' sicuramente uno dei volumi più importanti ed interessanti che lui abbia scritto: direi che per importanza sta alla pari de La Storia del Pianoforte e forse più importante di da Clementi a Pollini, perchè questo è un testo che si rivolge ad un pubblico meno selezionato, diciamo l'utenza che non sa nulla, che vuole essere indirizzata pertanto ad una conoscenza di base, da cui fare un salto per quella più approfondita; Da Clementi a Pollini, pur essendo un testo di importanza straordinaria, si rivolge purtuttavia ad un pubblico più selezionato, a chi abbia già una conoscenza più che approfondita della musica e voglia accrescere quella concernente i solisti.
Tuttavia quella che possiedo io è una storia del concerto pianistico non aggiornata con le ultime scoperte: così per esempio non viene riportato il Terzo concerto di Liszt nè la prima versione della Totentanz : De Profundis. Psaume Instrumental,  nè ovviamente si parla della scoperta (avvenuta due anni fa) dei 2 Concerti per pianoforte di Andrea Luchesi (maestro di pianoforte di Beethoven) e della cadenza originale sconosciuta di Mozart scritta per uno di questi concerti.
Purtuttavia, per chi non possieda il testo aggiornato di Maurice Hinson che ritengo sia ua sorta di Bibbia del genere, ma che purtuttavia è destinato ad un pubblico ultraspecialista (un giorno ne parlerò), è imprescindibile che chi voglia districarsi nell'ambito del Concerto per pianoforte ed orchestra e non voglia perdere tempo a crearsi una propria storia del genre, debba riferirsi al lavoro di Rattalino che è quanto di più completo (eccetto i casi da me riferiti) esista in Italia.
E' vero che alcune cose gli sono sfuggite (tipo i 2 Concerti di von Flotow o i 5 Concerti di Selim Palmgren e qualcos'altro), ma è comunque un niente del tutto che viene citato.
A parer mio è il testo di riferimento.
Ma più che un volume da leggere, è un testo da consultare, da utilizzare per ricercare brani da suonare o da sentire. E' quindi utilissimo al semplice neofita, ma anche all'appassionato erudito, e al musicista  vero e proprio.


Pietro De Palma

mercoledì 18 febbraio 2015

The Pleyel Double Grand Piano in Concert - Duo Egri & Pertis - DVD Hungaroton HDVD 32446

L'unica cosa di questo DVD che non mi sia piaciuta, è la selezione dei brani: non ho capito le finalità della selezione. Lo avessero spiegato....
Perchè poi brani così diversi? Perchè proprio le Variazioni di Brahms  su un tema di Haydn, e non invece la trascrizione del Quintetto per pianoforte e archi, molto più d'effetto? Non è dato saperlo. Così come non è dato sapere il perchè sia stato scelto Dohnanyi : compositore ungherese? Forse. Ma allora perchè le Variazioni su un tema di Beethoven di Saint- Saens o alcune Romanze senza parole di Mendelssohn (trascrizione dell'autore)? o addirittura Lindaraja di Debussy?
Sembrerebbe che  fossero i brani preferiti dei due pianisti. Oppure il risultato della volontà di offrire un panorama variegato di lertteratura musicale per due pianoforti.
Sembrerebbe. Perchè poi ci sono delle cose che sembrano delle forzature: per es. il Duo di Pleyel,  che a me sembra messo lì più per il fatto che fosse stato composto da chi aveva messo su la fabbrica di pianoforti omonima, che non per qualità del pezzo in se stesso, a dire la verità  piuttosto anonimo.

Il duo Egri & Pertis è abbastanza noto. Duo ungherese formato da due pianisti, Monika Egri & Attila Pertis, conosciutisi nella stessa classe del Conservatorio Bartok di Budapest, città nella quale entrambi sono nati. Cresciuti assieme, hanno deciso ad un certo punto di formare un Duo che esplorasse la letteratura pianistica per Duo o Pianoforte a quattro mani, vincendo importanti concorsi internazionali dedicati a questa singolare formazione, e infine, a coronazione del loro percorso formativo, sposandosi assieme.

I due suonano con perfetto affiatamento, cosa che si nota subito nella Symphonic Valse di Dohnanyi, che comincia il programma del concerto tenuto nel Castello Reale di Gödöllő, il più grande palazzo in stile barocco d'Ungheria con una delle tenute più grandi d'Europa, seconda solo a quella della reggia di Versailles. Il Castello è noto per esser stata la reggia favorita della principessa Sissi, che vi pose la sua residenza, assieme al Kaiser Francesco Giuseppe a partire dal 1867.

Il Castello, bellissimo, e sfarzoso nelle sue sale magnifiche, è la sede ideale per un concerto in tema, potremmo dire.

Un DVD tutto sommato piacevole, che "non tocca intimamente le corde dell'anima", perchè è lo stesso programma che propone, una riunione all'insegna della piacevolezza e del bel ricordo, una sorta di Schubertiade, un "hongroise divertissement". E in quanto divertissement, il concerto, cominciato con un pezzo ungherese, finisce non con un simil pezzo ma con uno che rievoca i bei tempi della monarchia austro ungarica, una sorta di omaggio alla principessa Sissi, la Parafrasi sul Walzer dal bel Danubio Blu di Strauss, che è tra i pezzi più famosi di Chasins.
Anche i bis furono registrati: una Norvegian dance di Grieg, il Waltz in La bem. Magg. di Brahms e sempre di Brahms la Danza Ungherse n.6.

Completa il DVD, un "Besides the scene", un estratto che introduce il castello, e soprattutto il pianoforte di Pleyel, un  usato per il concerto, che fu al tempo in cui fu effettuata la registrazione, la vera anima della manifestazione. Infatti si tratta di un manufatto, si può dire quasi unico, giacchè nel mondo ne esistono solo altri pochissini esemplari: un pianoforte, di forma rettangolare, lungo circa 2 metri e mezzo e con un peso di quasi seicentochili, che riunisce due pianoforti gran coda in uno solo, avente due tastiere contrapposte ed una cassa armonica risultato dalla fusione di due. Il pianoforte è del 1902, e diversamente da tanti altri pezzi similari distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale (in origine uscirono una cinquantina di esemplari dalla fabbriche Pleyel a Parigi), è riuscito a rimanere integro e in eccellenti condizioni, perchè sin dall'origine conservato in Svizzera.

DVD molto interessante e piacevole.


P.D.P.

sabato 14 febbraio 2015

Sonatas with Richter: Mozart,Haydn, Brahms - Sviatoslav Richter/Oleg Kagan - CD Alto ALC 1010



Il  CD Alto, Etichetta di Low-Entry (di basso costo), in un suo CD intitolato “Sonatas with Richter”, propone un programma molto allettante, e di gusto sette-ottocentesco: Mozart, Haydn, Brahms., con due sonate per violino e pianoforte (Mozart:  KV 378 in Si bem.; Brahms: Regensonate op.78 in Sol) separate da una per pianoforte solo (Haydn: (Hob XVI:24) n.39 in Re.  L’etichetta, ha come suo scopo precipuo, quello di ripresentare interpretazioni di particolare valore che altrimenti sarebbero perse, o perché risalenti a concerti, e quindi registrazioni live, di particolare interesse storico-artistico o perché presentate in primis da etichette scomparse col tempo. Il Cd alto ha il merito di riproporre due momenti ben distinti: la Sonata di Mozart, che appartiene agli anni 1779-1781 e che fu presentata in un gruppo di sei sonate, per tastiera e con accompagnamento di violino, fu eseguita da Richter e Kagan nel 1982 al Puskin Fine Arts Museum, ed è Live.
Nell’ambito delle sonate di Mozart presentate a Vienna, la Sonata in Si bem. KV.378/317d, segue un andamento simile a quello delle Sonate scritte a Parigi: si rivolge ad un pubblico di dilettanti amatori (i ricchi borghesi e i nobili) perché potesse farsi conoscere, appena arrivato in città. Tuttavia rispetto alle sonate parigine, qui c’è un modo di trattare la materia sonora del violino che è del tutto nuovo: c’è la volontà di accostare il violino al pianoforte, di trattarlo non come strumento ad libitum, come era stato fino ad allora, ma come strumento partner alla pari del pianoforte: infatti i due strumentisti suonano con pari partecipazione ed ardore, come si sente nell’Allegro moderato iniziale che propone non solo un ricco carniere tematico ma anche un incontro continuo tra i due strumenti. Questa diversa visione del violino come strumento di pari importanza rispetto al pianoforte era stata colta peraltro dalla critica specializzata del tempo di Mozart (Cramers Magazin der Musik, 4 aprile 1783) : “Queste Sonate sono uniche nel loro genere… L'accompagnamento del violino è così artisticamente combinato con la parte pianistica, che i due strumenti appaiono trattati con pari attenzione”.
Bellissima anche la sonatina di Haydn per pianoforte solo, molto graziosa, che propone un tour de force nel primo tempo “Allegro” in cui si nota un uso degli abbellimenti che rimanda a C.P.E. Bach, e un meraviglioso adagio. La sonata, che risale al 1773, entrò nel 1984 nel repertorio delle sonate haydniane di Richter (19), venendo ripresentata in concerto 36 volte. Su Youtube esiste una di queste altre volte, con una durata superiore di un minuto, durante un tour giapponese, mentre l’interpretazione della sonata presente sul CD della Alto, assieme a quella dell’altra sonata per violino e pianoforte, quella di Brahms, risale ad un concerto a Friburgo in Germania, del maggio 1985. Anche esse, sono incisioni Live.
La sonata di Brahms, la prima delle tre pubblicate, ma non la prima anagraficamente parlando, in quanto esistono in forma di schizzi varie altre sonate incominciate ma non portate a termine, è del 1879: fu composta perché fosse suonata non solo da lui ma anche dal suo amico Joseph Joachim. E’ una sonata piena di lirismo e di slanci appassionati, creata rielaborando del materiale tematico già presente in un suo Lied, da  8 Lieder und Gesänge op. 59 n. 3: il  Regenlied (Il Canto della pioggia) su testo di Klaus Groth. Non a caso la sonata venne poi chiamata “Regensonate”. Brahms era rimasto così attaccato al tema da lui creato, da utilizzarlo anche per il suo Quartetto in Do minore op. 60/3. Già richiamato e sviluppato interamente nel terzo tempo della sonata, l’ “Allegro molto moderato”, il tema del Lied è presente anche negli altri due movimenti, in accenni: per esempio l’attacco del tema è uguale a quello del Lied originale, nel primo movimento, “Vivace ma non troppo”.
Bellissimo disco, vive soprattutto nelle interpretazioni molto affiatate di Richter e Kagan. In particolare, nella sonata di Mozart, l’intesa è perfetta. In Brahms, c’è slancio e passione, ma nell’Adagio, pur bellissimo, io preferisco l’interpretazione di Gioconda De Vito/Edwin Fischer, incantata, come sospesa, leggiadra. Suono diverso, probabilmente anche una conseguenza del meraviglioso strumento che la De Vito suonava, ma anche una concezione diversa: mentre in Richter/Kagan ci troviamo immersi in un romanticismo russo, in De Vito/Fischer l’approccio mi sembra più neo-classico.  
Oleg Kagan (da non confondersi con Leonid Kogan, grandissimo violinista sovietico, il maggiore assieme a Oistrach) fu il principale partner di Richter, a partire dal 1969, dopo che era arrivato tra i primi cinque, ai concorsi internazionali Enescu e Tchaikowsky, e aveva vinto il Sibelius e le Bach-Competitions. Con Richter mise su, un affiatatissimo Duo, che divenne anche Trio, con sua moglie, la grandissima violoncellista Natalia Gutman. I tre hanno consegnato alla storia dell’interpretazione per esempio lo straordinario Trio di Tchaikowsky e l’ancor più straordinario, seppure assai poco conosciuto, Trio Concertant n.1 in Fa diesis minore op.1 di Cèsar Franck.

P.D.P.




domenica 8 febbraio 2015

Corrado Roselli : Gioconda De Vito, un mito dimenticato - Papageno Edizioni, Milano, 2007



Corrado Roselli è Docente di Violino al Conservatorio di Bari.
Lo conosco da molti anni, come tant’altra gente. Devo dire, in tutta sincerità, che però la conoscenza è aumentata da quando l’ho conosciuto anche sotto l’altra sua veste: Corrado infatti è un medico, e come tale, molte volte, ha ricoperto il ruolo e le funzioni di Guardia Medica, diventando collega di mia moglie.
Anni fa scrisse un libro, un appassionato e soprattutto importante contributo alla conoscenza di una grandissima violinista italiana, sconosciuta ai più: "Gioconda De Vito, un mito dimenticato"
Io, il libro l’avevo già acquistato presso un negozio che non esiste più da qualche anno, quando Corrado, non sapendolo, manifestò la volontà di regalarmelo: il libro era stato collocato in vetrina, tra le novità, ma non credo siano stati molti ad averlo acquistato, anche se ha avuto una certa eco la sua pubblicazione. Perché? Perché anche se Gioconda De Vito è stata la più grande violinista italiana della prima metà del XX secolo, pochi la ricordano: indubbiamente a ciò ha contribuito la scarsità delle fonti registrate. E' un po' in campo violinistico, quello che son stati in quello pianistico, Agosti, Aprea o ancor più Zecchi. Poco rimane di inciso, e soprattutto non furono incisi i suoi cavalli di battaglia: per esempio, non esiste alcuna registrazione ufficiale, degna del suo nome, del Concerto per violino di Beethoven, di cui fu Gioconda De Vito, al suo tempo, forse la maggiore interprete internazionale, tranne alcune registrazioni live radiofoniche, in occasione di memorabili concerti.
Alla violinista, pugliese per di più (Gioconda nacque a Martina Franca), Roselli è legato attraverso la sua insegnante di violino, scomparsa qualche anno fa, la violinista russa Ludmilla Kuznetsoff ( moglie del M°Michele  Marvulli), che ne fu l’allieva prediletta.
Gioconda De Vito ebbe i primi insegnamenti da un Maestro di banda e da uno zio, ma essenzialmente fu un’eccezionale autodidatta: fà impressione il fatto che, iscritta a Pesaro, di primo acchito, dopo averla sentita, fu iscritta nella classe del nono anno, del famoso violinista Remy Principe, con cui studiò un anno, continuando il decimo e diplomandosi con Attilio Crepax ( zio del fumettista Guido Crepax figlio del fratello di Attilio, Gilberto ) che a avrebbe formato col fratello Gilberto e con Agosti prima e Calace poi, dei famosi Trii cameristici per pianoforte violino e violoncello. Ma era destino che Gioconda continuasse i suoi studi con Remy Principe, perché dopo il diploma a Pesaro, pur continuando massimamente gli studi da sola, in quanto autodidatta, sempre a Principe, che era approdato a Santa Cecilia, si rifaceva, e da lui si può dire fu introdotta al giro concertistico che conta.
Può essere una coincidenza , ma lei che si era diplomata neanche a quattordici anni (!!!!) e che bambina aveva imparato da autodidatta ed eseguito il nono concerto di De Beriot, quello in La minore ( che presenta tre tempi senza soluzione di continuità), aveva cominciato a strimpellare su un mandolino, cosa che la accomunava a Paganini; del resto oltre a suonare il nono concerto di De Beriot, non ancora iscritta a Pesaro, suonava la Fantasia di Sivori, che come si sa fu l’unico allievo di Paganini. Si può dire quindi che a indirizzare la non ancora diplomata De Vito, fossero stati gli amori di Paganini e De Beriot.
Nel 1925 divenne a diciotto anni Docente di Violino nell’ Istituto Musicale N.Piccinni (poi Conservatorio di Bari): aveva già al suo attivo una avviata carriera concertistica, pur essendo molto giovane. Ma il salto a livello internazionale lo fece nel 1932 con la vittoria ex aequo col violinista ungherese Szenas(s)y (???) del Primo Concorso Internazionale di Violino di Vienna, la cui giuria era formata dai più bei  nomi del tempo, nell’ambito della musica  internazionale (Kubelik, Enescu, Prihoda,Koussevitzky, Hubay, Nordio, Nilius, Kontor, etc.. Addirittura presidente di giuria era Clemens Krauss). Divenne richiestissima a livello internazionale, diventando nel campo violinistico, il fiore all’occhiello dell’Italia fascista.
Continuò anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’attività concertistica e quella in sala di incisione, anche se rispetto alla fama, le incisioni sono alquanto risicate. Tuttavia collaborò con molti grandi pianisti del tempo, da Tito Aprea a Edwin Fischer. La scarsità delle incisioni cozza con il matrimonio che la De Vito aveva contratto con David James Bicknell, importantissimo ingegnere del suono e produttore discografico della HMV poi EMI , perché proprio da una tale unione, ci si sarebbe aspettata una enorme quantità di incisioni: probabilmente era dovuto ciò al grande rigore di interprete, ma anche ad un altro motivo, parimenti importante: il ritiro dalle scene, al massimo della carriera, a 54 anni. Così va a finire che le incisioni che ne testimoniano il fulgore della gioventù siano poche e monofoniche. 
Il libro di Corrado Roselli è snello e di facile lettura, corredato da un imponente corredo fotografico e biografico, frutto di ricerche e di contatti dell’autore, con chi ebbe rapporti con la De Vito, primi fra tutti i Marvulli. Secondo me, il principale vanto della scorrevolezza del volume è dato da un inquadramento giornalistico delle varie parti: ciascun capitolo è breve, ma succoso, e attraverso una sintesi intelligente, propone al lettore tutti i vari momenti della vita dell’artista, compresa un’articolata e completa e quanto mai esauriente discografia.
Avrei voluto leggere di più sulla tecnica della violinista martinese, magari con gli occhi non solo dell'appassionato ma anche del musicista: quale influenza tecnica per esempio avesse riportato dall'insegnamento di Remy Principe. Ma ebbe anche Attilio Crepax, con cui, è bene dirlo, si diplomò. Ma (e questo il libro non lo dice) siccome entrambi, si badi bene, erano stati allievi di Guarnieri, e questi a sua volta di Frontali e quindi di Verardi, e siccome Verardi era stato uno dei tantissimi allievi di Giorgietti, e questi di Giuliani, a sua volta di Tartini e Veracini; e siccome da un altro allievo di Tartini, cioè Pollani, deriva Baillot, e poi Beriot,  e da questo Sauret, Vieuxtemps e Monasterio, si può dire che in sostanza tutti costoro si siano rifatti alla scuola toscana. Ma è bene ricordare che Verardi, da quando si insediò a Bologna, formò la cosiddetta Scuola violinistica bolognese, di cui ultima grande rappresentante tramite appunto Principe è stata la De Vito (v. Arnaldo Bonaventura: Storia del Violino e dei Violinisti - Hoepli Editore, 1933). 
In ultima analisi, quali sarebbero quindi le caratteristiche che distinguono la scuola violinistica bolognese da altre? A questo il libro non accenna. Del resto, io credo, questo lavoro è stato pensato come un omaggio, come una sorta di introduzione a Gioconda De Vito, in attesa di qualche testo più specifico che voglia analizzare la sua tecnica e la sua opera sulla base delle registrazioni discografiche. 
L’appassionato lavoro storico biografico di Roselli (erede o uno degli eredi della scuola di Gioconda De Vito, e quindi anche di Remy Principe e della scuola bolognese) è sicuramente spiegabile col fatto che egli, attraverso la Kuznetsoff, è diventato uno degli eredi morali della violinista martinese, che fu allieva a sua volta, di Remy Principe, e pertanto ha sentito imprescindibile la propria volontà di rendere giustizia alla memoria della De Vito, attraverso l’attaccamento ad essa della sua insegnante di Violino. Parlerei quasi di un legame carnale ed intellettuale, per quello che lega l’allievo al suo maestro: è un po’ come il rapporto filiale, solo che il cordone ombelicale è sostituito dallo strumento.
Corrado Roselli apporta il proprio contributo con  il proprio spirito e la propria passionalità, consegnandoci un ritratto a tutto tondo della grande violinista martinese, vivido e mai tedioso, anche in virtù di una scrittura briosa, ricca di aneddoti e di notizie assolutamente originali, che sanano la cronica deficienza di notizie a riguardo di un’artista che fu grande al suo tempo ma che poi è stata ingiustamente dimenticata.

Per esempio, leggendo questo libro ho potuto capire che il concerto che ella fece alla presenza di Sua Santità Pio XII nel 1953 con Wilhelm Furtwaengler, non fu un concerto sinfonico (il nome del direttore l'avrebbe autenticato) ma l'esecuzione di una Sonata di Brahms, anzi due, perchè due furono le occasioni in cui Gioconda De Vito suonò davanti al Santo Pontefice: in sostanza,Wilhelm Furtwaengler (che stava dirigendo Il Ring in Italia), pregò la violinista di poterla accompagnare al pianoforte, giacchè aveva sentito dal marito di lei, che avrebbe suonato per il Papa (pagg. 42-43): infatti, come Mitropoulos, Furtwaengler era anche un fine pianista. 
Furtwaengler ritratto assieme al grandissimo Edwin Fischer, anche lui partner della De Vito

A detta di Roselli fu Papa Pio XII che era innamorato di Brahms e che stimava moltissimo come violinista la De Vito (Pio XII suonava il violino), a chiederle di rinviare la fine della sua carriera: infatti De Vito voleva ritirarsi dalle scene al massimo della sua carriera, a 50 anni, ma la richiesta del papa fece sì che rimandasse la sua uscita dalle scene di quattro anni. 
Saggio molto interessante. 

P.D.P.

venerdì 6 febbraio 2015

Gyorgy Cziffra : Cannoni e Fiori. Memorie - trad. Luigi Russo e Aldo Lotito - Florestano Edizioni, Bari, 2012




Un libro di memorie è una raccolta di tutto quello che si vorrebbe gli altri leggessero per capire quale vita si sia vissuta, cosa sia accaduto in passato che possa spiegare il presente, quali siano state le gioie e i dolori di una persona. Beh, proprio questo è Cannoni e Fiori, le Memorie di Gyorgy Czyffra.
Normalmente però, quando si legge però un libro di memorie di qualcuno che abbia una qualche dimestichezza con la musica, che sia direttore d’orchestra o pianista o violinista o quant’altro, si trovano sempre esempi musicali, perché la musica è una sorta di codice che anche se aperto a tutti, finisce per riunire solo chi possieda le chiavi per decrittarne i segreti significati. Questo libro di memorie, invece, pur essendo scritto da un pianista (e che pianista è stato Gyorgy Cziffra!!!) non ha neanche un esempio musicale, perché vuol essere un libro dell’anima, aperto a tutti coloro che vogliono veramente capire chi sia stato Czyffra, quale sia stato il vissuto in virtù del quale egli abbia potuto appropriarsi della possibilità di suonare in quel modo suo particolare, e, insomma, se la sua vita sia stata tutta rose e fiori, come nel caso di alcuni grandi concertisti del passato, oppure se invece la musica sia stata anche la via per affrancarsi da una vita di dolori.
Come si è arrivato alla pubblicazione da parte per di più di una piccola casa editrice barese? Parte l’ho saputa da Aldo Lotito, un caro amico di cui spesso parlo in questo blog, perché condivide parecchi dei miei interessi anche e soprattutto quelli musicali; e una piccola parte è un aneddoto personale.
Parecchi anni fa, Aldo mi disse, che lui ed un amico del padre, avevano tradotto il libro di memorie di Czyffra: l’amico del padre (il Prof. Russo) aveva tradotto il libro, mentre lui aveva svolto il lavoro di correggi bozze, occupandosi anche della discografia.
Di questo libro sapevo che in Italia non era mai stato pubblicato, ma che ne esisteva una edizione francese: Des canons et des fleurs, “Cannoni e fiori”. Come sapranno alcuni, Schumann, riferendosi alle opere di Chopin, aveva detto: “Le opere di Chopin sono cannoni sepolti sotto i fiori”. Qui non si parla però di Chopin, ma di Czyffra, per cui a me sembrerebbe oltre che un giudizio applicato all’arte del pianista ungherese (i cannoni sotto i fiori potrebbe essere la potenza e il virtuosismo in opere in cui nessuno si aspetta tali doti), soprattutto una metafora della sua vita: come scampò alla guerra (cannoni) e di come purtuttavia dal suo animo seppe far uscire tutto ciò che di bello poteva esserci (fiori).
Aldo, innamorato viscerale di tutto ciò che è virtuosismo puro (anch’io sono così), di tutti coloro che hanno sfidato componendo e di coloro che sfidano se stessi e il mondo circostante suonando, ovviamente è innamorato anche di Czyffra. Mi disse che in Francia aveva contattato la vedova e che da lei aveva ricevuto l’autorizzazione a tradurre e pubblicare l’opera senza volere nulla in cambio, tranne gioire della possibilità che qualcuno potesse leggere quello che aveva scritto il marito. Questo escursus è peraltro accennato nello stesso volume. Tuttavia dopo aver preso accordi, e dopo aver tradotto l’opera, un po’ per pigrizia, un po’ perché per vari impegni, sempre diversi, non vi aveva più pensato.
Ecco che la cosa arriva a me.
Capitò quattro-cinque anni fa, che stessi girando, assieme a mia moglie, un sabato mattina, nell’Expo-Levante: giravamo a zonzo, comprando una cosa da lì, assaggiando altro, curiosando insomma. Così capitai per caso negli stand dedicati alle case editrici: pochi. Non è che ci tenessi davvero: ho talmente tanti libri a casa, che oramai non compro quasi più nulla, tranne quando trovo davvero qualcosa che mi interessi (oramai solo letteratura poliziesca e musicale). Tra i vari stand, uno attrasse la mia attenzione: era di una piccola  Casa Editrice barese, “Florestano Edizioni”, di cui mi aveva parlato talvolta proprio Aldo e nella cui sede, una volta, ero andato ad acquistare un testo. C’era una graziosa giovane, con i capelli neri e gli occhiali. Parlando così, del più e del meno, lei capì che io e Aldo eravamo amici, e così mi disse di ricordare ad Aldo, quando l’avessi visto, di contattarla per dare un seguito alla pubblicazione del libro di memorie di Czyffra. Cosa che io feci puntualmente di lì a una decina di giorni, anche perchè Czyffra è uno dei pianisti che amo di più in assoluto (assieme a Berman), sfortunato come non pochi, ma un dio in terra.
Per del tempo non seppi nulla. Poi inaspettatamente, seppi, tre anni fa, che il libro era stato pubblicato e sarebbe stato presentato alla Fiera del Libro di Torino : per l’occasione, Aldo aveva chiesto a Silvia Limongelli, in forza dei suoi trascorsi di critico musicale, di introdurre il testo.

Il volume è diviso in vari capitoli e parla della vita di Czyffra dalla sua nascita alla sua affermazione: di come suo padre fosse stato violinista e avesse  vissuto inizialmente in Francia, per poi essere espulso assieme alla madre (perdendo tutti i beni) e rimpatriato in patria, alla dichiarazione di guerra,  Prima Guerra Mondiale, perché appartenente ad una nazione nemica della Francia (l’Ungheria apparteneva all’Impero Austro-Ungarico); di come i suoi primi anni di vita fossero stati di assoluta miseria; di come egli avesse vissuto in una bidonville, fra malattie, topi e pantani; di come purtuttavia la loro numerosa famiglia fosse molto unita; di come una sua sorella fosse stata assunta in una cucina come lavapiatti e di come ogni giorno portasse alla famiglia gli avanzi della cucina, di cui beneficiavano tutti i membri della famiglia; di come questa stessa sorella, in virtù della sua intelligenza, fosse passata ad altri incarichi nella ditta, guadagnando anche di più; e di come un bel giorno essa avesse voluto dare sfogo ad un suo vecchio desiderio: suonare il pianoforte. Così aveva affittato un pianoforte, che era stato trasportato in quell’accampamento di accattoni. Ben presto la sorella però aveva smesso di suonare, dopo aver capito che non era cosa per lei e soprattutto dopo aver esperito come invece il fratellino, senza avere alcuna lezione, riuscisse in forza di un qualcosa che aveva ereditato geneticamente, a improvvisare su vari temi, creando delle performances strabilianti.  A quel punto il volume parla: di come il bambino si fosse appassionato a tal punto su quello strumento, nonostante la sua natura malaticcia e debole, da essere notato da un saltimbanco che era capitato nella baraccopoli; di come egli fosse stato assunto, per le sue qualità di esecuzione circense, proprio da un Circo, ma anche come, avesse sopravvalutato le proprie forze (era pur sempre un bambino di cinque anni) ammalandosi di nuovo; di come un bel giorno, tempo dopo, l’avesse notato un vagabondo, che l’aveva segnalato (diceva lui) al direttore del Conservatorio di Budapest, Dohnanyi, e di come una mattina a lui, Czyffra, dovesse presentarvisi; di come non avesse un vestitino adatto eccetto i suoi stracci, e di come sempre quella sorella che gli voleva molto bene, avesse impegnato tutti i suoi risparmi per comprargli un abitino; di come accompagnato dalla madre fosse andato a Budapest, di come avesse capito di esser stato al centro di uno scherzo (ma neanche poi tanto) e di come dopo averlo ascoltato, Dohnanyi, l’avesse immediatamente iscritto al Conservatorio, per di più inserendolo non in classi normali ma addirittura in Masterclasses. E poi come, un bel giorno, quando già pensava di essersi gettato alle spalle le sofferenze  e le miserie, e sperava di poter avere anche lui delle opportunità di affermarsi, fosse scoppiata la guerra (il secondo conflitto mondiale) e lui fosse stato arruolato e mandato a combattere contro i russi; di come avesse perso di nuovo familiarità con la musica del pianoforte e si fosse abituato invece a quella delle urla di morte, degli obici, mortai e cannoni; di come un fortunato recital eseguito per un gruppo di gerarchi nazisti, tra cui un generale di corpo d’armata, anche lui diplomato in pianoforte a Berlino avrebbe potuto trasformarsi in un autentico colpo di fortuna, solo se lui non avesse avuto sangue gitano nelle vene, e non avesse anche una moglie egiziana ed un figlio nato da lei (niente che potesse essere visto come “razza ariana”; di come, in virtù di ciò avesse deciso, invece che seguire il gerarca a Berlino, di impadronirsi di una locomotiva e di cercare la fuga, finendo in mano ai partigiani, e poi, scappando da questi, nelle mani dei russi, da cui era stato internato in un campo di concentramento, per poi essere reintegrato nelle forze militari congiunte, russo-ungheresi, invece che germano-ungheresi, come precedentemente; di come a guerra finita, avesse cercato di sbarcare il lunario, facendo il pianista nelle bettole, non avendo i soldi per comparsi un frac e poter suonare in locali più scic (tra cui uno in cui l’avevano cercato di impiegare, in cui si faceva sesso di gruppo e non, una specie dei locali privé  di oggi); di come ( avendogli fatto intravvedere i pochi personaggi, che venivano da stati esteri, la possibilità di fare carriera in occidente) lui avesse cercato di espatriare clandestinamente, assieme a moglie e figlio ma fossero stati acciuffati, percossi, e internati in campi di concentramento come nemici del popolo e condannati ai lavori forzati, e come infine, dopo tutti questi travagli, con i muscoli induriti, le articolazioni allungate ma nello stesso tempo dolenti, costretto ad un periodo di rieducazione motoria, ma con l’animo fiaccato sì  ma non ancora vinto, avesse ricominciato a suonare, in locali di terz’ordine, facendo sempre le sue improvvisazioni, suonando jazz e melodie popolari ungheresi e infarcendole di riferimenti classici; e infine come dei membri dell’Ufficio Politico del Governo Ungherese, gli avessero offerto di cominciare una nuova vita, scusandosi di non aver prima di allora riconosciuto il suo genio e di averlo fatto solo perché continuavano a giungere segnalazioni di come un pianista che sbarcava il lunario nei locali di terzo e quant’ordine potesse invece ambire ad essere il fiore all’occhiello della cultura musicale ungherese, visto che nessuno in patria suonava quanto lui il pianoforte.
Insomma, con i primi mesi del 1956, si chiude il volume di memorie: il suo genio è stato riconosciuto, ma perchè possa affermarsi, è necessario che nuovamente convinca qualcuno; e così  gli viene chiesto di esibirsi per le autorità. E’ una opportunità che deve sfruttare, che non può perdere, e allora comincia la sua rinascita: “Senza la fede, ogni creazione, e per di più ogni ricreazione artistica, appare incompleta e sembra fluttuare perché non è garantita da quelle ragioni del cuore che la ragione non conosce. E' il cordone ombelicale che collega il musicista alla musica, l'intimo legame che unisce il campanaro alla sua chiesa.. vera chiave di lettura che permette la pura effusione dei suoi sogni nella vita reale e che fa di lui un ricettacolo privilegiato di una verità eterna ritrovata per un istante. Per fortuna, rimanevano ancora nel più profondo di me stesso alcuni atomi di questa forza viva per imbracare di nuovo la mia coscienza che si serviva di questa energia solo per far dimenticare ai mio spirito, deluso dall'esistenza, il carattere sacro della mia missione. Il ruolo dell'interprete nella società è come quello di un guardiano che veglia sulle emozioni della gente per evitare che vengano portate via da una quotidianità che distrugge l'anima. A poco a poco, risalivo alla sorgente. Finalmente il mio virtuosismo non era più l'albero che nasconde la foresta, ma affilava lo strumento indispensabile di una nuova acutezza estetica al servizio autentico della sostanza e della forma delle regole immutabili che governano i molteplici generi musicali....era un bel lavoro, di gran mole...mi fecero fare altri concerti, poi delle registrazioni, che credo cominciavano ad essere di qualità. Però, stranamente, la maggior parte dei dischi non fu mai pubblicata in Ungheria. Arrivò l’anno 1956. In alto loco, si discuteva se mandarmi entro breve tempo in Unione Sovietica ed eventualmente verso la fine dell’anno, perfino a…Parigi. Purtroppo, dopo vari tentennamenti, Parigi fu accantonata…prima dovevo superare (o superare di nuovo) la prova del fuoco”(pagg. 316-317). Essa era il II Concerto di Bartok, che già era stato rifiutato per la sua complessità da due pianisti famosi, uno ungherese ed uno cinese. Affidato a lui, e fattogli capire che dalla sua riuscita, in occasioni dei festeggiamenti per la Rivoluzione d’ Ottobre, sarebbe derivata la sua fortuna, Czyffra vi si accinse e fu un trionfo. Il concerto, a detta di Czyffra , fu tanto trionfale da aver provocato la sollevazione del popolo (questa è un’esagerazione) e la fuga dei dirigenti del partito. Di questo fuggi fuggi generale approfittò anche lui, sua moglie e suo figlio, prima che l’insurrezione venisse repressa e le frontiere venissero di nuovo blindate. Dieci giorni dopo la fuga in Occidente, Czyffra tenne il suo primo concerto trionfale a Vienna, e poi in seguito a Parigi ( Czyffra divenne in seguito, dal 1968,  cittadino francese). Qui si chiudono le sue memorie, ma ancora un capitolo resta: quello che egli fece, non immemore delle sue sofferenze, dei suoi sogni infranti, della sua enorme energia interiore, per i giovani artisti, soprattutto per coloro che non avessero sufficienti mezzi per affermarsi: la creazione della Fondazione Czyffra.

E’ secondo me l’apoteosi  del libro: come con tutte le sue sostanze, Czyffra, sempre assistito e anzi incitato dalla moglie, profondo uomo di fede cristiana, si impegnasse a salvare dalla rovina completa, la cappella reale di Saint-Fraimbourg, e ne facesse l’auditorium della sua Fondazione, dove venissero eseguite musiche di Liszt, adoperandosi perché i giovani artisti non soffrissero come lui, per affermare le proprie capacità, ma anzi venissero attraverso la Fondazione supportati: insomma un’ente di carità che si occupasse di musica.
Il libro si conclude con la nascita della Fondazione, nel 1977.
In realtà, molto accadde ancora. E Czyffra morì nel 1994 (lo stesso anno della morte della mia nonna paterna, morta a 100 anni) non prima di aver visto morire il suo unico figlio: un padre non dovrebbe mai piangere la morte di suo figlio. Questo lo portò a diradare i suoi concerti, e a rifiutarsi di incidere o suonare in concerto con orchestre, fino alla sua fine.

Un volume di memorie estremamente arricchente, di cui consiglio espressamente la lettura: 379 pagine, comprensive di una guida discografica curata da Aldo, estremamente curata (nonostante egli modestamente non lo riconosca), che si leggono assai facilmente, ma che fanno riflettere come poco oggigiorno. 
Vien quasi da dire: ma tutto a lui è accaduto? Una vita incredibilmente avventurosa, ma anche profondamente vera.
La storia di un uomo che credette sempre in Dio, nei suoi cari, nei propri sogni - nonostante fosse stato più volte perseguitato - e poi finì per realizzarli.
Bellissimo.

Pietro De Palma