domenica 8 febbraio 2015

Corrado Roselli : Gioconda De Vito, un mito dimenticato - Papageno Edizioni, Milano, 2007



Corrado Roselli è Docente di Violino al Conservatorio di Bari.
Lo conosco da molti anni, come tant’altra gente. Devo dire, in tutta sincerità, che però la conoscenza è aumentata da quando l’ho conosciuto anche sotto l’altra sua veste: Corrado infatti è un medico, e come tale, molte volte, ha ricoperto il ruolo e le funzioni di Guardia Medica, diventando collega di mia moglie.
Anni fa scrisse un libro, un appassionato e soprattutto importante contributo alla conoscenza di una grandissima violinista italiana, sconosciuta ai più: "Gioconda De Vito, un mito dimenticato"
Io, il libro l’avevo già acquistato presso un negozio che non esiste più da qualche anno, quando Corrado, non sapendolo, manifestò la volontà di regalarmelo: il libro era stato collocato in vetrina, tra le novità, ma non credo siano stati molti ad averlo acquistato, anche se ha avuto una certa eco la sua pubblicazione. Perché? Perché anche se Gioconda De Vito è stata la più grande violinista italiana della prima metà del XX secolo, pochi la ricordano: indubbiamente a ciò ha contribuito la scarsità delle fonti registrate. E' un po' in campo violinistico, quello che son stati in quello pianistico, Agosti, Aprea o ancor più Zecchi. Poco rimane di inciso, e soprattutto non furono incisi i suoi cavalli di battaglia: per esempio, non esiste alcuna registrazione ufficiale, degna del suo nome, del Concerto per violino di Beethoven, di cui fu Gioconda De Vito, al suo tempo, forse la maggiore interprete internazionale, tranne alcune registrazioni live radiofoniche, in occasione di memorabili concerti.
Alla violinista, pugliese per di più (Gioconda nacque a Martina Franca), Roselli è legato attraverso la sua insegnante di violino, scomparsa qualche anno fa, la violinista russa Ludmilla Kuznetsoff ( moglie del M°Michele  Marvulli), che ne fu l’allieva prediletta.
Gioconda De Vito ebbe i primi insegnamenti da un Maestro di banda e da uno zio, ma essenzialmente fu un’eccezionale autodidatta: fà impressione il fatto che, iscritta a Pesaro, di primo acchito, dopo averla sentita, fu iscritta nella classe del nono anno, del famoso violinista Remy Principe, con cui studiò un anno, continuando il decimo e diplomandosi con Attilio Crepax ( zio del fumettista Guido Crepax figlio del fratello di Attilio, Gilberto ) che a avrebbe formato col fratello Gilberto e con Agosti prima e Calace poi, dei famosi Trii cameristici per pianoforte violino e violoncello. Ma era destino che Gioconda continuasse i suoi studi con Remy Principe, perché dopo il diploma a Pesaro, pur continuando massimamente gli studi da sola, in quanto autodidatta, sempre a Principe, che era approdato a Santa Cecilia, si rifaceva, e da lui si può dire fu introdotta al giro concertistico che conta.
Può essere una coincidenza , ma lei che si era diplomata neanche a quattordici anni (!!!!) e che bambina aveva imparato da autodidatta ed eseguito il nono concerto di De Beriot, quello in La minore ( che presenta tre tempi senza soluzione di continuità), aveva cominciato a strimpellare su un mandolino, cosa che la accomunava a Paganini; del resto oltre a suonare il nono concerto di De Beriot, non ancora iscritta a Pesaro, suonava la Fantasia di Sivori, che come si sa fu l’unico allievo di Paganini. Si può dire quindi che a indirizzare la non ancora diplomata De Vito, fossero stati gli amori di Paganini e De Beriot.
Nel 1925 divenne a diciotto anni Docente di Violino nell’ Istituto Musicale N.Piccinni (poi Conservatorio di Bari): aveva già al suo attivo una avviata carriera concertistica, pur essendo molto giovane. Ma il salto a livello internazionale lo fece nel 1932 con la vittoria ex aequo col violinista ungherese Szenas(s)y (???) del Primo Concorso Internazionale di Violino di Vienna, la cui giuria era formata dai più bei  nomi del tempo, nell’ambito della musica  internazionale (Kubelik, Enescu, Prihoda,Koussevitzky, Hubay, Nordio, Nilius, Kontor, etc.. Addirittura presidente di giuria era Clemens Krauss). Divenne richiestissima a livello internazionale, diventando nel campo violinistico, il fiore all’occhiello dell’Italia fascista.
Continuò anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’attività concertistica e quella in sala di incisione, anche se rispetto alla fama, le incisioni sono alquanto risicate. Tuttavia collaborò con molti grandi pianisti del tempo, da Tito Aprea a Edwin Fischer. La scarsità delle incisioni cozza con il matrimonio che la De Vito aveva contratto con David James Bicknell, importantissimo ingegnere del suono e produttore discografico della HMV poi EMI , perché proprio da una tale unione, ci si sarebbe aspettata una enorme quantità di incisioni: probabilmente era dovuto ciò al grande rigore di interprete, ma anche ad un altro motivo, parimenti importante: il ritiro dalle scene, al massimo della carriera, a 54 anni. Così va a finire che le incisioni che ne testimoniano il fulgore della gioventù siano poche e monofoniche. 
Il libro di Corrado Roselli è snello e di facile lettura, corredato da un imponente corredo fotografico e biografico, frutto di ricerche e di contatti dell’autore, con chi ebbe rapporti con la De Vito, primi fra tutti i Marvulli. Secondo me, il principale vanto della scorrevolezza del volume è dato da un inquadramento giornalistico delle varie parti: ciascun capitolo è breve, ma succoso, e attraverso una sintesi intelligente, propone al lettore tutti i vari momenti della vita dell’artista, compresa un’articolata e completa e quanto mai esauriente discografia.
Avrei voluto leggere di più sulla tecnica della violinista martinese, magari con gli occhi non solo dell'appassionato ma anche del musicista: quale influenza tecnica per esempio avesse riportato dall'insegnamento di Remy Principe. Ma ebbe anche Attilio Crepax, con cui, è bene dirlo, si diplomò. Ma (e questo il libro non lo dice) siccome entrambi, si badi bene, erano stati allievi di Guarnieri, e questi a sua volta di Frontali e quindi di Verardi, e siccome Verardi era stato uno dei tantissimi allievi di Giorgietti, e questi di Giuliani, a sua volta di Tartini e Veracini; e siccome da un altro allievo di Tartini, cioè Pollani, deriva Baillot, e poi Beriot,  e da questo Sauret, Vieuxtemps e Monasterio, si può dire che in sostanza tutti costoro si siano rifatti alla scuola toscana. Ma è bene ricordare che Verardi, da quando si insediò a Bologna, formò la cosiddetta Scuola violinistica bolognese, di cui ultima grande rappresentante tramite appunto Principe è stata la De Vito (v. Arnaldo Bonaventura: Storia del Violino e dei Violinisti - Hoepli Editore, 1933). 
In ultima analisi, quali sarebbero quindi le caratteristiche che distinguono la scuola violinistica bolognese da altre? A questo il libro non accenna. Del resto, io credo, questo lavoro è stato pensato come un omaggio, come una sorta di introduzione a Gioconda De Vito, in attesa di qualche testo più specifico che voglia analizzare la sua tecnica e la sua opera sulla base delle registrazioni discografiche. 
L’appassionato lavoro storico biografico di Roselli (erede o uno degli eredi della scuola di Gioconda De Vito, e quindi anche di Remy Principe e della scuola bolognese) è sicuramente spiegabile col fatto che egli, attraverso la Kuznetsoff, è diventato uno degli eredi morali della violinista martinese, che fu allieva a sua volta, di Remy Principe, e pertanto ha sentito imprescindibile la propria volontà di rendere giustizia alla memoria della De Vito, attraverso l’attaccamento ad essa della sua insegnante di Violino. Parlerei quasi di un legame carnale ed intellettuale, per quello che lega l’allievo al suo maestro: è un po’ come il rapporto filiale, solo che il cordone ombelicale è sostituito dallo strumento.
Corrado Roselli apporta il proprio contributo con  il proprio spirito e la propria passionalità, consegnandoci un ritratto a tutto tondo della grande violinista martinese, vivido e mai tedioso, anche in virtù di una scrittura briosa, ricca di aneddoti e di notizie assolutamente originali, che sanano la cronica deficienza di notizie a riguardo di un’artista che fu grande al suo tempo ma che poi è stata ingiustamente dimenticata.

Per esempio, leggendo questo libro ho potuto capire che il concerto che ella fece alla presenza di Sua Santità Pio XII nel 1953 con Wilhelm Furtwaengler, non fu un concerto sinfonico (il nome del direttore l'avrebbe autenticato) ma l'esecuzione di una Sonata di Brahms, anzi due, perchè due furono le occasioni in cui Gioconda De Vito suonò davanti al Santo Pontefice: in sostanza,Wilhelm Furtwaengler (che stava dirigendo Il Ring in Italia), pregò la violinista di poterla accompagnare al pianoforte, giacchè aveva sentito dal marito di lei, che avrebbe suonato per il Papa (pagg. 42-43): infatti, come Mitropoulos, Furtwaengler era anche un fine pianista. 
Furtwaengler ritratto assieme al grandissimo Edwin Fischer, anche lui partner della De Vito

A detta di Roselli fu Papa Pio XII che era innamorato di Brahms e che stimava moltissimo come violinista la De Vito (Pio XII suonava il violino), a chiederle di rinviare la fine della sua carriera: infatti De Vito voleva ritirarsi dalle scene al massimo della sua carriera, a 50 anni, ma la richiesta del papa fece sì che rimandasse la sua uscita dalle scene di quattro anni. 
Saggio molto interessante. 

P.D.P.

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