sabato 21 marzo 2015

Rostropovich-Oistrach-Richter-Karajan-Orchestra Filamonica di Berlino: Triplo Concerto di Beethoven - EMI

Composto nello stesso periodo più o meno della Terza Sinfonia, del Quarto Concerto in Sol op.58 e dell'Appassionata op.57, tra il 1803 e il 1804, Il Tripel Konzert fu composto per la prima volta in questa accezione strumentale, che testimonia come dovesse essere destinato in origine ad esecutori dilettanti, e pubblicato solo tre anni più tardi nerl 1807 come op.56. In quanto destinato in origine alla esecuzione di dilettanti, si pensò di dedicarlo all'Arciduca Rodolfo che si dilettava al fortepiano, che lo eseguì infatti nel 1805. Tuttavia nell'accezione finale, l'opera fu dedicata al Principe Joseph von Lobkowitz, come altre, d'altronde.
Si potrebbe pensare che fosse un'opera che desse ai tre strumenti pari opportunità di esprimersi : in realtà, tra i tre, è il violoncello, quello che ha la parte più impegnativa, e necessita quindi di chi non sia proprio un dilettante, cosa che del resto avvenne nell'esecuzione privata con l'Arciduca, in quanto al violoncello stava il grande Anton Kraft, uno dei più grandi violoncellisti del suo tempo, per di più amico personale di Beethoven (era per lui che Beethoven aveva composto il concerto).
L'opera è un unicum anche perchè in essa il compositore rinuncia all'elaborazione del materiale sinfonico fino ad allora seguito, soprattutto lo sviluppo, preferendo un semplice alternarsi di temi, puntando sull'effetto, sulla pura bellezza della melodia, ritornando ad un tipo di genere, quello concertante, che era sintomo di eleganza, ma anche di ritorno al passato. Qui non ci sono le drammatiche contrapposizioni fra tutti e solo che sono una delle caratteristiche del concerto tipicamente ottocentesco, e nello stesso sviluppo sono assenti le tensioni drammatiche tipiche del Beethoven che conosciamo. Però, nonostante tutto ciò, e nonostante la parte principale strumentale concertistica è svolta dal violoncello, negli ultimi anni c'è stata una ripresa di questo concerto e delle sue esecuzioni, per troppo tempo invece ignorato dagli strumentisti di valore, proprio per le parti troppo semplici svolte dagli strumenti che quindi non danno possibilità agli esecutori di mettersi in mostra.
Già alla fine degli anni '60 si deve forse la più grande incisione del secolo,  una EDIZIONE STRAORDINARIA, affidata a forse quattro dei più grandi strumentisti della loro generazione, per singolo strumento, tre russi ed un tedesco: M.Rostropovich al violoncello, D. Oistrach al violino e S. Richter al pianoforte, mentre a dirigere l' Orchestra Filarmonica di Berlino fu H. von Karajan, che la EMI mise a punto, consegnandoci senza dubbio, l'edizione di riferimento: l'afflato e la collaborazione cameristica dei tre russi, la loro reciproca conoscenza e il voler fare musica sono a livelli altissimi, e lo si sente continuamente, sintetizzata e assorbita nell'enfasi della compagine orchestrale dal Karajan più grande in assoluto, perfetto nel modellare e rimodellare continuamente la materia sonora.
Quasi a riaffermare nell'ascoltattore che sta ascoltando Beethoven, talora enfatizza la resa sonora di un'orchestra che non è enorme (l'organico previsto è  formato oltre che da pianoforte, violoncello e violino, anche da flauto, 2 clarinetti, 2 oboi, 2 corni, 2 fagotti, 2 trombe, timpani e archi).
In un certo senso, siccome Karajan e le sue orchestre, partecipavano alle partiture quasi come se fossero un tutt'uno, qui l'orchestra non è solo il grembo materno che accoglie gli strumentisti e dialoga con loro, ma è come se fosse un solista opposto agli altri. E quindi, anche se l'opera, nella sua idea portante non sarebbe voluta essere concepita come un concerto per strumento solista ed orchestra, qui, in questa edizione di lusso, è come se lo diventi, e non è tanto una Sinfonia concertante, quanto invece un vero e proprio concerto solistico in cui i tre strumenti (soprattutto il violoncello tra i tre) e lo strumento orchestra, dialogano, ribattono, si isolano, per poi ritornare a fare musica all'unisono. In un'esperienza sonora che non esito a definire memorabile, trascinante e unica.
Le edizioni rinvenibili sono diverse: oltre quella originale in LP
ce n'è una in CD (quella che ho io), di qualche anno fa, che  è una sorta di monumento a Richter, riunendo nello stesso CD, il Triplo e La Tempesta, Sonata op.31/2 per pianoforte, di Beethoven;
ma ve n'è un'altra anche che riunisce al Triplo, anche il Doppio concerto per violoncello e violino, e il Concerto per violino e orchestra di Brahms (Cleveland Orchestra e George Szell sul podio direttoriale): in questo caso ad essere onorato è il violinista David Oistrach.


Su Youtube si trova un estratto del Concerto, pari al secondo e al terzo movimento, eseguito da questa insolita ma straordinaria formazione, anche se suona al Conservatorio di Mosca e a dirigerli non c'è Karajan ma Kondrashin, che era direttore per certi versi più vicino e più di casa. Se quindi c'è un'atmosfera più cameristica, più di famiglia, manca il piglio karajaniano dell'esecuzione, nonostante Kondrashin sia stato anche lui un grandissimo direttore.




Pietro De Palma

lunedì 16 marzo 2015

Francesco Libetta in Concerto: Beethoven, Mercadante/Liszt, Chopin, Liszt, Beethoven (+ bis: Moszkowski, d'Avalos) - Bari, Teatro Petruzzelli, 15 marzo 2015



Stamattina annunciato concerto matinée al Teatro Petruzzelli di Bari, del pianista leccese Francesco Libetta.

Francesco Libetta, biondo, bella presenza. Non lo sentivo da molti anni dal vivo, qualche anno dopo che ebbi mio figlio: più o meno dieci anni. Prima di allora, invece, l’avevo sentito parecchie volte dal vivo. Devo dire in tutta sincerità che, sembrava quasi oggi che il tempo si fosse fermato: Francesco l’anno scorso ha avuto seri problemi di salute, e molti lo davano già finito come pianista: doppio distacco della retina, da ambedue gli occhi, lunghi periodi di inattività. Gli avevo promesso che sarei andato a trovarlo l’estate scorsa, ma quando era libero lui io non lo ero e viceversa. Era proprio destino che ci si vedesse qui! Del resto, mi son sentito molto in colpa per non essere andato a trovarlo: mi ha fatto da testimone di nozze 15 anni fa. E del periodo fino al 2000, ho molti concerti registrati, tra cui quello al Politeama di Lecce, del 1997, in cui presentò uno dei brani che ha oggi suonato, anche se come bis.
Anch’io ero dubbioso, devo confessare, su una sua ripresa, ma il concerto di stamattina ha confutato qualsiasi cattivo presagio, qualsiasi dubbio serio: ha suonato da Dio! Poche volte ho sentito delle note ribattute come quelle che ho sentito stamattina: sembrava tornato alla metà degli anni ’90, quando tutti  facevano a gara in Italia per averlo alle loro stagioni concertistiche, quando cominciò a diffondersi il suo nome oltre oceano, grazie ai fortunatissimi 2 recitals milanesi in cui suonò tutto Chopin/Godowsky; poi arrivò il Diapason d’Or e Choc du Mond de la Musique, i due massimi riconoscimenti transalpini per il DVD della Naive con Mosaingeon, per non parlare delle sue fortunate tournées in America e Giappone.
Il recital era un vero miracolo in se stesso e poteva essere letto in due modi differenti: due brani dedicati a trascrizioni da brani vocali italiani di Beethoven e Liszt , 2 opere di Chopin, 2 opere  rispettivamente di Liszt e Beethoven; oppure un recital strutturato secondo uno schema a clessidra di tipo ABCCBA, in cui dello stesso autore sono i 2 brani estremi opposti, primo e sesto (Beethoven), il secondo ed il quinto (Liszt), il terzo ed il quarto (Chopin). Probabilmente, se non fosse stato un concert matinèe, Francesco avrebbe conservato intatta la struttura del programma da concerto, che sta portando in giro nella stagione 2014-2015, prevedendo in aggiunta ai due brani di Chopin, un terzo: lo Scherzo in Do diesis minore op.39 che avrebbe fatto da contraltare all’altro brano in Do diesis minore cioè il Notturno op.27/2.

Deliziose le sei variazioni di Beethoven sul tema tratto da “Nel cor più non mi sento”, da La Molinara di Piasiello, WoO 70. Francesco, sempre attento a non lasciar trapelare nulla di quello che prova (ma è un pregio o una pecca?), attentissimo a quello che fà, ha legato ma poi neanche tanto, avvicinandosi di molto alla lezione di Kempff: bellissime la terza variazione con i veloci arpeggi e la quarta con il cambiamento melodico che diventa melanconico. Espressività al massimo.
Come secondo brano, è stata scelta una trascrizione poco nota di Liszt da Mercadante:  La Serenata del Marinaro da Soires italiennes / Six amusement sur de motif de Mercadante, S. 411 n.4. Francesco usa molto queste rivisitazioni nel repertorio poco noto: Trabaci, Gesualdo, Paisiello. I Six amusement sur de motif de Mercadante, S. 411 furono scritti nel 1838 e dedicati all’Arciduchessa Elisabetta d’Austria e appartengono al periodo d’oro della carriera compositiva di Liszt: sono degli arrangiamenti per piano da un lavoro di ugual nome di Mercadante, le “Serate Italiane”, in origine di 8 ariette e 4 duo per voce e pianoforte, su versi di Crescini e Piepoli: il n.4, quello che ha suonato Francesco è il più irruente, con una scrittura fortemente evocativa e d’effetto, una sorta di tempesta. Del resto Francesco, che di nome completo fa Francesco Giuseppe (mi disse che il suo bisavolo per parte di padre era austriaco), era destino che suonasse un brano simile: infatti l’imperatrice Elisabetta d’Austria era la moglie di Francesco Giuseppe, la famosa “Sissy”.
Al di là di queste mere considerazioni e divagazioni, dobbiamo riconoscere che il brano, anche se d’effetto è poca cosa, rispetto a Chopin, ai 3 Valzer brillanti dell’op.34, suonati stupendamente. Dei tre, suonati lo ripeto “stupendamente”, il secondo è stato veramente magnifico, quello in la minore con le sue tessiture traslucide, giocate sul suono perlaceo, diafano, con un gioco di tocchi estremamente soft, leggeri. Resa straordinaria, pulita, estremamente nitida. Francesco usa in modo assai parco il pedale, e le sue sonorità cono sempre molto scarlattiane. Qui, la resa pianistica è stata di un nitore veramente unico. Altro brano reso in maniera - a mio modo di vedere - sensazionale, il Notturno op.27/2, suo cavallo di battaglia, inserito nell’Antologia dell’etichetta Marston A Century of Romantic Chopin (2010). Per un brano così famoso, sarebbe stato facile adagiarsi: l’interpretazione del pianista leccese ha qui raggiunto uno dei massimi del concerto. Attacco improvviso, dopo la fine del terzo dei valzer brillanti, come fatto da chi questo brano l’abbia suonato molte volte, poi ecco la maestria di chi conosce le asperità del brano e le sviluppa con un senso delle proporzioni e della qualità del suono, unico: si sa, questo notturno non segue l’andamento consueto tripartito ABA, ma ripete incessantemente il motivo del tema iniziale sviluppandosi sempre in nuovi momenti improvvisatori. E’ come se partendo dal tema creasse delle variazioni unita una all’altra a formare un’unica melodia, ma che vari espedienti fanno esplodere di luce; espedienti quali mordenti, trilli, acciaccature, discese di quinte spezzate etc.. La scrittura di Chopin è quella oltre che di un poeta, soprattutto di un grande compositore che conosceva i segreti del pianoforte: Francesco ne ha messo in luce il carattere virtuosistico, ritmico, turbolento, rapsodico mi verrebbe da dire se non sapessi di dire un’esagerazione, sempre però non perdendo di vista la forma, sempre non eccedendo, raggiungendo mi verrebbe da dire la sintesi perfetta della sua arte: l’apollineo ed il dionisiaco. Dico una cosa, una mia impressione: era un'interpretazione elegante, mi verrebbe da dire molto vicina a quella di Askenase (che chi mi ha letto già, sa che rintengo uno dei migliori esecutori in assoluto di Chopin). Ho detto tutto!
Altro memorabile momento del concerto barese è stato il Mephisto Waltz, con la sua scrittura turbolenta (un motivo che comincia semplice alla mano sinistra e che poi mano a mano si amplia, in un movimento vorticoso e fortemente ritmato con frequenti passaggi della mano sinistra sulla destra) ma anche erotica (c’è un valzer) e infernale. Una scrittura che ha dei momenti di assoluto valore iper-virtuosistico unito però ad una cantabilità sempre molto distesa: chiaramente un’opera programmatica. Francesco qui raggiunge il suo massimo: non lo vedevo in questa forma da anni! Il Mephistowaltz è la prima volta che lo sento da lui, ma mi sembra come se l’avesse suonato infinite volte: la padronanza del mezzo espressivo è assoluta, il nitore e la precisione pure, il virtuosismo non è mai fine a se stesso ma messo al servizio dell’opera, sempre però di livello assoluto. Da tener presente che il pianoforte su cui suonava era un Yamaha: ho netta la sensazione che se fosse stato messo a disposizione dell'interprete un pianoforte diverso, ad esempio uno Steinway o un Fazioli o magari un Bosendorfer, strumenti più raffinati, l’esecuzione sarebbe stata ancora migliore.
Il concerto è finito con Beethoven, con l’op. 110. Francamente sapevo che Francesco stava portando in giro questa sonata e aveva riscosso un buon successo in Giappone. E devo anche dire che delle tre ultime sonate, questa è la più libettiana. Perché? Beh, perché fare la 109 rispetto alla 110 o la 111, è come dire: chi può suonare la 110 se non Libetta? Tutti suonano la 110 e parecchi la 111 ma tra le tre sonate la prima è la meno (si fa per dire!) eseguita: è la più breve e quella più ricca di verve; e presenta come le altre due un fugato nell’ultimo tempo. Francesco l’ha eseguita (secondo lui e secondo altri) alla maniera di Kempff: legato e cantabile. Anche come velocità ci siamo più o meno: l’esecuzione di Francesco è su circa diciotto minuti e mezzo più o meno, Kempff degli anni ’60 poco meno (ma quella del 1936 durava quasi quindici minuti!). Ora a me è piaciuto l’approccio, e dico di più: mi è piaciuto il suo modo di esteriorizzare il virtuosismo dell’opera, un modo in certo modo provocatorio. Non so se fosse suo intendimento, non so se sia io che abbia visto una cosa che non voleva esserci: ma la cosa mi sembra interessante da segnalare. E’ interessante anche la predisposizione del pianista a porre la composizione nel novero di quelle sonate da eseguire con un tempo più veloce di quanto si faceva una volta. Si tenga a mente che Francesco sta portando in giro questa sonata da poco tempo relativamente: vorrei risentirla tra qualche anno! C’è una scuola di pensiero secondo cui le sonate di Beethoven dovrebbero essere suonate ad una velocità metronomica maggiore: si sa che l’unica sonata di cui lasciò indicazioni metronomiche e che per questo a tutt’oggi riprodurre fedelmente sembra un fare titanico, è la 106; però è anche vero che due allievi di Beethoven, Czerny e Moscheles lasciarono rigorosamente appuntate le velocità di scansione delle sonate beethoveniane, certamente una derivazione del modo come Beethoven stesso voleva che fossero eseguite. Questo anche in relazione ai fortepiani dell’epoca che possedevano una meccanica certamente differente e più leggera di quelli attuali. Orbene, a me pare che Libetta si inserisca in questa compagine di pianisti che tendono a suonare la 110 un po’ più veloce : del resto, se si esegue una composizione ad una velocità tendenzialmente maggiore, si hanno maggiori possibilità di scandagliare l’opera senza cristallizzarla in una posa granitica.
Applausi da una platea gremita.
Sono stati eseguiti due bis: il secondo, di d’Avalos, bello, d’atmosfera, quasi un saluto; il primo, lo attendevo: l’avevo chiesto parecchio tempo fa. Francesco aveva eseguito il Caprice Espanol di Moszkowski già in un memorabile concerto che sentii a Lecce al Politeama, il 18 dicembre del 1997 (probabilmente l’ha eseguito anche altrove), e già allora fu una esecuzione memorabile. Ma stamattina abbiamo assistito ad un exploit: un’esecuzione da Dio! Un brano del genere che ha una raffinatezza e un piglio virtuosistico senza pari e che ci riporta in un’epoca memorabile del pianoforte, pochissimi oggigiorno sono in grado di eseguirla così: un tempo ci fu Josef Hofmann. La sua esecuzione, è rimasta alla storia: Hofmann eseguiva il brano di Moszkowski in 4 minuti e 29 secondi! Oggi Francesco è arrivato quasi a Hofmann, suonandolo in 5 minuti e 07 (ma so di esecuzioni in cui la velocità è stata ancora superiore!) Oggigiorno a parer mio ci sono solo due pianisti al mondo – dico al mondo – in grado di eseguire il Capriccio Spagnolo così: Francesco Libetta e Steven Hough (che lo suona in 5 minuti e 49). Da tener presente è che però, mentre Francesco si è formato sul gusto appreso dalle incisioni, Hough essendo allievo di Cherkassky a sua volta anche di Hofmann, deriva in qualche modo naturalmente la predisposizione a questo brano. E’ chiaro che quindi Francesco abbia fatto un cammino più impervio, ma che ha portato a risultati eccelsi solo per la sua naturale predisposizione all’esecuzione trascendentale minimizzando le asperità testuali e per la sua facilità di lettura quasi leggendaria.

Pietro De Palma

mercoledì 11 marzo 2015

Anton Rubinstein: Concerto n.4 per pianoforte e orchestra, in Re min. op.70: incisioni storiche e non a confronto



Anton Rubinstein fu una figura predominante nella vita musicale russa, e una delle figure più carismatiche musicali del 19 ° secolo.
La sua tecnica trascendentale, ne fecero nel corso della sua vita il più accreditato virtuoso dopo Liszt, che ne ammirò la tecnica. Paragonato molte volte a lui, e a Thalberg (massimi esecutori del tempo), Rubinstein seppe fondere nel suo approccio al pianoforte, l’eredità di Beethoven, Chopin, Liszt, Schumann, cioè in sostanza della scuola romantica e del maggior compositore allora riconosciuto, cioè Beethoven.
Importantissimo interprete dell’epoca, fondatore del Conservatorio di San Pietroburgo ( a differenza di quello di Mosca  fondato da suo fratello Nikolai), maestro di Ciaikovskj, osannato dalle masse (si ricorda la sua tournée in America dove eseguì duecentoquindici concerti in circa duecentocinquanta giorni: un record!!!), fu anche un importante compositore: dai suoi lavori pianistici, cameristici e sinfonici, però non ricavò tanto successo quale invece ottenne come virtuoso. Ed oggi le sue composizioni, tranne alcune, come la Sinfonia n.2 “Oceano”, la Sonata per violoncello e pianoforte, le sue quattro sonate (raramente eseguite ed incise ma almeno conosciute ), e tre dei suoi cinque concerti per pianoforte ed orchestra, sono praticamente ignorate. Un  gran peccato! Anche se bisogna dire che la monumentalità molto spesso cozza con l’effettiva bellezza: un esempio è il quinto concerto, molto osannato al tempo, ma molto meno godibile del quarto e del terzo, più snelli ma anche più d’effetto.
Tra questi, il quarto op.70, in Re minore, è quello in assoluto più famoso, ed è anche quello che ancor oggi viene saltuariamente riproposto. E’ un concerto titanico, in tre tempi (quindi struttura più che classica) in cui, soprattutto il primo ed il terzo tempo si segnalano per virtuosismo esasperato.
Nel primo, l’orchestra espone il tema principale,  mentre il pianoforte, dopo l’attacco, esordisce in una cadenza esplosiva, che poi porta ad una riesposizione del tema principale e ad uno sviluppo esclusivamente pianistico, molto ad effetto, con  accordi in fortissimo e l’utilizzo massiccio di ottave (doppie ottave anche) che ricordano molto il Primo Concerto di Ciajkovskij, composto una decina di anni più tardi ( il quarto di Rubinstein è del 1864, il primo di Ciajkovkij è del 1874-75). Ciajkovskij si sente molto nella ripresa del tema nella transizione e soprattutto in una vera e propria cadenza che introduce al finale orgiastico in cui orchestra e pianoforte riprendono assieme il tema, ed il piano esplode in una coda virtuosistica. Bellissimo anche il secondo tempo, un Andante , con una melodia incantevole e molto romantica. E poi il terzo tempo, un Allegro sfrenato in ritmo di danza (un Krakowiak come quello di Chopin) che porta ad un finale estremamente virtuosistico, ed ad una coda fenomenale, tipica dei concerti virtuosistici romantici, con ottave spezzate, doppie ottave, accordi in fortissimo, seste, estensioni, passaggi in cui la mano destra si incrocia sulla sinistra. Insomma una bellezza!
Anche discograficamente il quarto concerto è quello che è stato più inciso. In questa occasione, ricorderò quelle che a me sembrano le maggiori incisioni storiche, e quelle che al momento mi paiono meritorie di una segnalazione.
Innanzitutto due incisioni storiche lontane nel tempo:
il Concerto del Giubileo, in occasione del 50° anno dal debutto, al Metropolitan Opera House (November 28, 1937) di Josef Hofmann , e l’incisione dello stesso concerto affidata a Dimitri Mitropoulos e Oscar Levant, effettuata nel 1952. Non saprei dire quale delle due sia la migliore: se dessi la precedenza alla resa pianistica, e all’interpretazione (che si vede soprattutto nel secondo tempo più che nei tempi opposti, primo e terzo), direi Hofmann, che al tempo del Concerto (miracolosamente registrato ed ancor oggi disponibile) era già anzianotto, ma che ne dà una interpretazione superba, quasi di riferimento; se invece inserissi nel giudizio anche la resa orchestrale e quindi anche l’attacco virtuosistico degli strumenti e del pianoforte, e il dialogo tra essi, potrei dire l’altra, in cui Levant era più giovane
(Levant è ricordato ancor oggi oltre che per questa interpretazione, anche per quella del concerto di Khaciaturian, dedicato a Lev Oborin, per le interpretazioni del primo di Ciajkovskij e di Gershwin, di cui fu amico) ma Mitropoulos era già un "gigante" ( e Mitropoulos essendo anche un signor pianista, sapeva dare una collaborazione ad effetto) ; lo si vede anche recitare nel film di Vincent Minnelli, Un Americano a Parigi, assieme a Gene Kelly).
Si tratta di due incisioni praticamente sullo stesso piano, con un leggero vantaggio per quella di Hofman.
Immediatamente dopo metterei l’incisione senza una sbavatura, granitica e anche questa storica di Grigorj Ginzburg, grandissimo pianista sovietico, a cui l’etichetta Dante negli anni 90 dedicò una collana di incisioni storiche, alcune delle quali sono in mio possesso (tra cui quella del Concerto di Rubinstein).

Poi ancora direi quella di Ginzburg, un’incisione relativamente tarda, una delle ultime effettuate per la Decca, di Shura Cherkassky, allievo prediletto di Hofmann: grande tecnica ma stacchi rallentati rispetto alle altre incisioni. Si vede la vicinanza alla tecnica di Hofman. Ma direi che quella di Ginzburg è meglio.

Da segnalare assolutamente, direi che è sullo stesso piano di quella di Ginzburg, l’incisione effettuata per la Candide Turnabout all’inizio degli anni ’70, da parte del grandissimo Michael Ponti, una leggenda del pianoforte ancora vivente (settant’anni, ma uscito da un attacco di cuore molto grave che lo ha portato ad una emiparalisi, da cui si è ripreso anche se non incide più come un tempo): vincitore del Busoni, è ricordato per le sue numerosissime incisioni effettuate per Candide e Vox (integrali di Skrjabin e Rachmaninov pluripremiate, e incisioni di opere mai più incise allo stesso modo: 3° di Moscheles, Thalberg, 4° di Rubinstein, Divertissement di Czerny, 1° di Ciajkovskij, 2° di Scharwenka, Moszkowski, Goetz, Rachmaninov, Ljapunow, Balakirew, Rheinberger, 3° di Litolff , Clara Schumann, Schumann (opp.52, 92 & 134); e anche è ricordato per l’incisione di alcuni degli studi Alkan dell’op.39 e soprattutto per l’incisione del concerto di Henselt e degli Studi op.2 (bellissimo anche il Secondo Concerto di Melcer inciso per la Thorofon DMM). La sua incisione del concerto è magnifica: è da dire che quando incise Rubinstein, Ponti non aveva quarant’anni, e quindi era nel pieno vigore della forma e di una padronanza virtuosistica dello strumento assolutamente di primo piano.

In tempi più recenti c’è l’ottima incisione di Marc-André Hamelin per la british label  Hyperion, in cui è presentato anche il primo Concerto di Scharwenka, e su Youtube è presente anche una sua bellissima ripresa dal vivo, da un concerto in Russia: Hamelin suona assai bene, ma l'Orchestra non mi sembra il massimo in alcuni frangenti.

E direi anche una gran bella incisione di un giovane interprete tedesco, segnalatosi oltre che per non comuni doti di interprete anche per l’insolita proposizione di brani misconosciuti: Joseph Moog.
Del resto, direi di diffidare.
Sempre che non arrivi qualcuno dei grandi a ricordarsi del grande Rubinstein.

Pietro De Palma

sabato 7 marzo 2015

RUSSIAN PIANO SCHOOL : THE GREAT PIANISTS Volumes 1-10 (11 CD) - BMG /MELODIYA



Risale a metà degli anni ’90 un cofanetto (anche se mi pare riduttivo chiamarlo così: meglio sarebbe chiamarlo “super cofanetto”) della BMG – Melodiya, prima che la BMG acquisisse Ricordi.
E’ una delle poche cose di valore del tempo, che non abbia acquistato a Milano, in un famoso negozio di Via Nirone, e che abbia invece trovato a Bari. Fu nel negozio Ricordi di Bari, che lo trovai, prima che Ricordi diventasse Feltrinelli..
Un amico recentemente mi ha detto in confidenza:  tientelo ben caro!  Motivo? E’ ricercatissimo sul mercato del collezionismo. Di questa serie, The Great Pianists vol. 1-10, fu fatto anche altro cofanetto, che non ho. Dei due, tuttavia il primo è il più ricercato. Contiene  11 CD di pianisti russi.
L’unica cosa che mi lasciò un po’ basito, fu il fatto che accanto a Goldenweiser, Richter, Neuhaus, Yudina, Sofronitzky, Gilels, Berman, ci fossero Pletnew e Kissin (in quegli anni quest’ultimo ancora ragazzo). Mi sarei aspettato di trovare qualcosa di Ginzburg (che in quegli anni veniva venduto in una edizione riservata a lui solo, dalla DANTE), che invece mi dicono fu inserito nel cofanetto n.2 che non posseggo.
Come si vede, vi sono i capisaldi della scuola russa.
Vediamo più al microscopio i contenuti:

Richter:  Bach, Haydn, Beethoven, Chopin (1948,1960,1961,1963) – 1 CD
Neuhaus: Mozart, Debussy, Prokofiev (1946,48,50,56) – 1 CD
Sofronitsky:  Mozart, Schubert, Schumann, Chopin, Rachmaninov, Skrjabin, Prokofiev
                       (1946,1953,1960) – 2 CD
Feinberg : Bach, Mozart, Feinberg (1951,52,53,62) – 1 CD
Gilels : Bach, Beethoven, Weber, Liszt, Prokofiev –(1968) – 1 CD
Berman: Liszt  (1956-1959) – 1 CD
Goldenweiser: Tchaikowsky, Arensky, Borodin, Rachmaninov, Medtner, Goldenweiser,  
                           (1947,47,48,49,51,54,55) – 1 CD
Yudina: Stravinsky, Bartok, Hindemith, Berg, Krenek (1960,61,62,64) – 1 CD
Pletnew: Tchaikowsky, Shchedrin, Prokofiev, Mozart (1978,84)
Kissin: Rachmaninov, Skrjabin, Prokofiev, Kissin (1984,86).

A dirla così, si potrebbe rimanere perplessi, perchè non inserendo I contenuti, che sono molti, potrebbe essere tutto e potrebbe essere niente. E allora fornisco degli indizi su cui riflettere:
il Cd di Berman contiene la rarissima edizione degli Studi Trascendentali di Liszt, versione mono, del 1959;
in quello di Gilels c’è una storica incisione della Sonata n.2 di Weber.
Il programma della Yudina è volto interamente alla musica contemporanea a lei, del ‘900
Nel CD di Goldenweiser, c’è la Suite per 2 pianoforti di Arensky, che lui eseguiva assieme all’autore.
Il Cd di Feinberg è raro
Nel CD di Pletnew vi sono due trascrizioni sue.
Insomma , il cofanetto è interessantissimo. Chi lo possiede, se lo tenga ben stretto.

P.D.P.