domenica 19 aprile 2015

Daniel Barenboim : Schubert Piano Sonatas - 5 CD

Ancora un altro cofanetto DGG : appena uscito quello delle Sonate di Schubert interpretate da Daniel Barenboim!

E', secondo quanto ci ricordiamo, la prima uscita importante firmata dal pianista e direttore israeliano dai tempi della sua integrale beethoveniana in DVD, e dai suoi recitals  alla Scala di Milano e a Varsavia.
L'intitolazione del cofanetto è quantomai giusta, anzi azzeccata:
FRANZ SCHUBERTS VOLLENDETE KLAVIERSONATEN (che in italiano significa: le Sonate per pianoforte perfette di Franz Schubert): nella dicitura sul cofanetto, il significato originario si è sfumato in quello meno selettivo "Piano Sonatas".
Cosa significa "Perfette" nell'ambito del panorama sonatistico di Schubert? Significa quelle sonate concepite dall'autore secondo una certa costruzione e poi realizzate compiutamente, sonate che non sono mancanti di movimenti (es. Sonata in Do magg. D. 840 "Reliquie", in due soli movimenti compiuti, e in abbozzi degli altri due) o ancor non  frammentarie (es. Sonata in fa diesis minore D. 571) o addirittura non relizzate secondo collages temerari quando non addirittura discutibili, veri solo nelle intenzioni degli assemblatori (ad es. la "Sonata" K.459 che a noi è giunta in due soli movimenti: siccome esistono 3 klavierstucke che sono numerati tutti e tre come D. 459A, ecco che qualcuno ha inteso riunire i cinque pezzi a formare una sonata, che potrebbe anche avere un senso, ma solo se Schubert avesse lasciato ai posteri altre Sonate in cinque movimenti. Questo unicum pertanto è diventato oggetto del contendere di chi l'ha accettato e di chi invece lo rigetta).
Ecco allora la scelta della DGG e di Barenboim: incidere solo quelle Sonate che sono giunte a noi complete. Tuttavia, dobbiamo aggiungere, che non capiamo l' esclusione della Sonata D. 567, che ci è giunta completa. Probabilmente ha giocato il fatto che la D. 568, presente nel cofanetto , è una revisione e completamento (nel senso che presenta un movimento in più, 4 invece di 3 movimenti) da parte di Schubert della sua giovanile Sonata D. 567, che per di più era stata concepita in una tonalità d'impianto, il Re bemolle maggiore, molto scomoda per un pianista, soprattuto se dilettante, per la posizione delle mani sulla tastiera, e per la presenza di 5 bemolli (invece dei tre, presenti in quella in Mi bemolle maggiore).
Diciamo subito che l'interpretazione di Barenboim è magnifica: Barenboim, che ancor giovane, incise una integrale sonatistica beethoveninana per la Emi, pur interessante, non aveva abbastanza statura e incisività personale da consegnare la sua fatica alla storia; e per parecchio tempo, pur segnalandosi come un ottimo pianista, non è riuscito ad entrare nell'Olimpo dei grandi pianisti. Il cambiamento di rotta, a nostro parere, si è verificato con la raggiunta maturità intellettuale e con la scoperta delle sensazioni del podio direttoriale, che hanno aggiunto quel quid in più che gli mancava per poter dire, con una certa autorità, la sua.
Ecco allora che il cofanetto DGG delle sonate di Schubert diventa un traguardo epocale per Barenboim: a parere nostro, una delle migliori integrali in assoluto. Perchè Barenboim, lucidamente, tenta una via propria, che gli riesce compiutamente. Non è l'interpretazione dei russi che suonano ed incidono Schubert, come per esempio Lazar Berman o Sviatoslav Richter, che legano all'interpretazione delle sonate schubertiane, il pessimismo cupo delle lande innevate russe; e neanche è l'interpretazione degli esecutori tedeschi che vedevano Schubert se non come un sottoprodotto beethoveniano almeno come un compositore inserito nell'alveo musicale beethoveniano (Schnabel, Zechlin e in certo modo anche Kempff, anche se Kempff riusciva a vedere l'apollineo in Schubert in una sintesi di bel suono e di poesia), o quella di altri pianisti di area germanica che lo hanno visto come un compositore a sè che partendo da Haydn, cercasse una via propria diversa da Beethoven, aprendo la strada a Schumann e Liszt (sostanzialmente Alfred Brendel). Brendel è austriaco, ma l'impostazione del suo Schubert è quella di un autore sostanzialmente pessimistico, più tedesco e meno austriaco, avvertita soprattutto nella seconda parte della sua carriera artistica. Barenboim, ci pare invece, si avvicini all'interpretazione di Walter Klien, molto più disincantata, molto più fresca (semmai Klien, può sembrare che inserisca Schubert nel filone mozartiano). E a quella di Michel Dalberto: insomma, molto più viennese. Su altra strada si muove poi Schiff: uno Schubert meditativo, talvolta anche religioso, e filosofico.
Al di là di tutto questo, si nota subito l'impostazione che Barenboim dà alle sue interpretazioni: molto meno drammatico e soprattutto uno Schubert  più galante, più biedermeier: secondo me, il pessimismo biedermeier austriaco, del 1820 non può esser caricato di un pessimismo schopenhaueriano che non gli è proprio, o addirittura di uno nietzchiano. Lo si nota (almeno io l'ho notato) nella prima sonata in la minore, la D. 537, quella di Michelangeli: si noti l'attacco drammatico di Michelangeli ( è come un suo marchio) dell'inizio dell' Allegro ma non troppo:

e lo si metta a confronto con quello meno enfatizzato e meno caricato di Sergio Forentino (e anche più stringato):

 o con quello di Kempff.
Beh, Barenboim si pone in questa scia: diciannove minuti (come Fiorentino) invece dei quasi 25 di Michelageli. Molto spesso, almeno quella scia di interpretazioni che vi si confà, si vede la parabola di vita di Schubert solo come quella di un essere triste, cupo, meditativo, melanconico (come se l'ultima parabola della sua vita, quella in cui era roso dalla sifilide, avesse invece marchiato tutta la sua esistenza): invece Schubert è anche spensierato, bohemien, insomma molto biedermeier. E nel momento in cui lo è, ecco che improvvisamente un'ombra scura vela il sole e piomba il tutto sotto l'impronta del Viandante, dell'essere solo ed imcompreso. Ma poi, la luce della spensieratezza si rifà strada, solo che questa volta non è più ingenua, ma è piena di sofferenza: è la reazione di chi vuole vivere la sua vita sapenso che sta per andar via, senza per questo stare a piangere continuamente. Questo è il modo di interpretare Schubert che io ritrovo in Barenboim, che sentii molto quando Walter Klien era ancora in vita (e che si risente nelle sue interpretazioni della Vox): per esempio, l'attacco e tutto il primo movimento della Sonata D.959, la penultima delle sonate di Schubert, un cavallo di battaglia di Klien (io la sentii a Bari, pochi mesi prima che Klien morisse):

Inoltre, Barenboim, è uno dei pochissimi pianisti che inserisca in una integrale La Sonata in Mi bemolle maggiore (colpevolmente ignorata per esempio da Richter): dei grandi pianisti viventi, l'unico altro grande che la propone in concerti pubblici, è Evgheni Kissin. Questo testimonia un grande coraggio e la capacità e l'autorevolezza di riuscire finalmente a sghettizzare una grande sonata schubertiana ed ad imporla al grande pubblico: non dimentichiamo che Barenboim non ha inciso solo le sue sonate beethoveniane ma le ha soprattutto portate in concerto (ricordiamo i quattro straordinari recitals tenuti a La Scala di Milano.
Direi che al di là delle altre incisioni (bellissima quella della seconda Sonata in la minore, vicina al primo Brendel), proprio l'aver inserito l'op.122 nella sua integrale delle opere perfette, è il suo più grande merito: è una delle più grandi creazioni del periodo di mezzo schubertiano, e in particolare del 1817. Citando Piero Rattalino, nelle note di un programma di sala di Santa Cecilia del 2007 a Roma, a riguardo dell'op.122: "Nel 1817, a vent'anni, Schubert compose Sonate per pianoforte con un ritmo intensissimo: in marzo la D 537, in maggio la D 557, in giugno la D 566, la D 567 e la D 568, in luglio la D 571, in agosto la D 575. Pur tenendo conto del fatto che la D 566 è forse incompiuta, che la D 571 è frammentaria e che la D 567 è semplicemente la prima versione (in tre tempi anziché in quattro e in re bemolle maggiore anziché in mi bemolle maggiore) della D 568, l'insieme che Schubert crea in sei mesi è imponente, tanto più perché non si limita alle Sonate per pianoforte: insieme con le opere pianistiche nascono molti Lieder e la Sonata D 574 per violino e pianoforte. Su alcune Sonate del 1817 appaiono delle numerazioni, e siccome la D 537 è indicata come Quinta Sonata, si suppone che Schubert intendesse dar vita addirittura ad un ciclo di sei Sonate da offrire ad un editore. La "nostra" Sonata, D 568, è indicata come Sonate II, mentre la D 567, lasciata incompiuta nell'ultima pagina, non ha numerazione. È evidente che qualcuno - un collega, un amico - doveva aver fatto notare a Schubert che nessun editore avrebbe accettato una Sonata in re bemolle maggiore, molto difficile da decifrare per il dilettante perché quella tonalità comporta cinque bemolli. Schubert trascrisse dunque in mi bemolle maggiore - tonalità con tre bemolli - ciò che aveva già composto (modificando soltanto qualche particolare), completò il Finale e aggiunse il Minuetto. Ma nel secondo decennio dell'Ottocento la raccolta di sei Sonate non andava più di moda, e neppure quella di tre (l'ultima raccolta di Beethoven, Tre Sonate op. 31, è del 1804, l'ultima di Dussek, Tre Sonate op.66, è del 1809). Così, la Sonata D 568 rimase inedita come le sue cinque sorelle e venne pubblicata solo nel 1829 con il numero d'opera 122, assegnatole dall'editore Pennauer di Vienna", mi viene tuttavia da rimarcare come ancor più interessante, e anche da un punto squisitamente musicologico, sarebbe stato affiancare la l'op.122 D. 568 alla D.567, che è pure una sonata compiuta. A me, personalmente, piace ancor più della 568, la sorella minore, la Sonata in Re bemolle maggiore D.567, che è più meditativa, più melanconica perchè c'è in essa un'alternanza di momenti puramente estatici ad altri più tristi, senza una qualche specie di attentuazione dei contrasti, che si ha nell'op.122  con l'invenzione dello splendido e molto viennese Minuetto (per esempio nel finale della Sonata invece del Si bemolle maggiore che ci si sarebbe aspettato nel secondo tema, arriva un Si bemolle minore; e nella riesposizione addirittura un mi bemolle minore). Al di là tuttavia di questa personalissima visione, mi pare che l'inserimento nella "sua" integrale schubertiana, da parte di Barenboim, di una sonata dimenticata come l'op.122 D. 568 in Mi bemolle maggiore, fornisca un'importantissimo contributo, quale quello di Kempff per esempio al suo tempo.

Pietro De Palma



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