lunedì 27 luglio 2015

SCHUBERT : Quartetti per archi D. 703 - 804 - 810 - 887 + Quintetto D.956 - Quartetto Emerson (+ M.Rostropovich) - 3 CD DGG



Il Cofanetto comprende 3 Cd con gli ultimi quartetti per archi di Schubert, eseguiti dal Quartetto Emerson. Diciamo subito che a me non è che siano proprio piaciute queste interpretazioni: gli stacchi sono troppo rapidi, manca la capacità di abbandonarsi e di saper cantare.
Per Schubert la melodia è tutto. Nelle sue composizioni, utilizza poche note, se si vede bene:  costruiva grandi castelli sonori con poche note, sfruttando tutto ciò che la notazione e il suo spirito gli mettevano a disposizione. 
Ecco perchè eseguire Schubert è difficile, maledettamente difficile; e pericoloso.
Se non ti sai abbandonare, non riesci a rendere Schubert al meglio. 
E l’Emerson non ci riesce: ha quasi fretta a eseguire il pezzo, come se non gli appartenesse, come se lo suonasse solo perché è diventato d’obbligo suonare Schubert, come prima lo era Beethoven o Mozart o Haydn.Riesce ad esprimersi meglio nei movimenti iniziali e in quelli finali e negli scherzi, dove ci vuole energia, coesione; ma nei movimenti centrali, in cui ci si deve abbandonare e bisogna cantare, lì si perdono. Io penso si tratti di una propensione anche verso un certo tipo di repertorio: sicuramente Beethoven e il repertorio contemporaneo è il loro pane, ma Schubert...beh, è un'altra storia.
Rispetto ai quartetti, l’incisione del Quintetto in Do magg. è migliore: non tanto per un cambiamento nella maniera di avvicinarsi al lavoro, quanto, direi, per l’influenza del vecchio Rostropovich. Ne esce una registrazione tutto sommato piacevole, senza voli pindarici ma neanche cadute rovinose: è un’esecuzione onesta, che ha qualche momento di interesse nel primo tempo (soprattutto il secondo violino vi da il suo contributo).
Vedrò di procurarmi il Quartetto di Rorem, perchè ho la sensazione che questo Quartetto si esprima in maniera migliore soprattutto nella musica del Novecento. 
Un po' come il Quartetto LaSalle.

Pietro De Palma

domenica 26 luglio 2015

Gregorio Nardi : CON LISZT A FIRENZE. Vol. I : Il soggiorno di Franz Liszt e Marie d’Agoult negli anni 1838/1839 - LoGisma Editore, Firenze, 2015, pagg. 368




Il 10 giugno scorso, a Firenze, in Palazzo Pitti, è stato presentato il libro recentissimo, di Gregorio Nardi:  CON LISZT A FIRENZE. Volume I - Il soggiorno di Franz Liszt e Marie d’Agoult negli anni 1838/1839, di  LoGisma editore.
Ero stato invitato, ma per impegni scolastici non son potuto andare, anche se mi sarebbe piaciuto moltissimo; il M° Nardi comunque, gentilissimo come sempre, ha fatto in modo che mi venisse recapitato il volume a casa mia.
E quindi mi sembra per lo meno doveroso parlarne.
Intanto sgombriamo il campo: si tratta di un’opera assolutamente sperimentale, che vuole togliere il velo ad un periodo, che non è solo quello di un legame affettivo e sentimentale, da cui nacquero 2 figli (Cosima e Daniel, nacquero in Italia; Blandine, in Svizzera), ma soprattutto un periodo fecondissimo per gli stimoli che Liszt recepì e trasformò in composizioni destinate ad essere i fondamenti della sua arte.
E sgombriamo il campo da un’altra falsa possibilità : il libro non è un saggio di analisi musicale, ma è essenzialmente un testo di Storia della Letteratura Musicale.
Come tanti altri, potrebbero dire alcuni…
No! Questa storia del soggiorno lisztiano in Italia e a Firenze in particolare, assieme a Marie d’Agoult è qualcosa di unico: infatti, a differenza di chi scrivendo un saggio su qualcuno o qualcosa, utilizza fonti già acclarate, qui le fonti vengono create ad hoc. E’ questa la particolarità del saggio: nasce da una ricerca personale, in archivi e altri testi, e crea per la prima volta un resoconto abbastanza rivelatore di quella che fu la discesa di Liszt in Italia. Grazie a Nardi, seguiamo Liszt e Marie nei vari concerti che lui effettuò a Firenze, in teatri ormai scomparsi (Teatro Standish in via Cavour; Cocomero,l'attuale Niccolini); lo seguiremo all'Imperiale e alla Reale Corte presso la Sala delle Colonne, al secondo piano di Palazzo Pitti; ci troveremo ad ammirarlo seguendo le tracce di programmi originali. Grazie ad una serie innumerevole di documenti (tra i quali anche contratti , ricevute dei pagamenti, liste di ospiti, lettere, articoli di giornali dell’epoca) ci sentiremo anche noi invitati assieme a lui presso le grandi famiglie nobiliari dell’epoca (i Martellini, i Poniatowski, gli Orloff, i Bonaparte),  e saremo invitati dalla Corte del granduca Leopoldo II; visiteremo con lui le case, gli alberghi, i musei, i monumenti, i caffè; conosceremo i suoi contatti (scrittori e artisti), tra i quali Hortense Allart, Gino Capponi, Lorenzo Bartolini, Adolf von Stürler.
Nardi è fiorentino doc (tra l’altro è anche il nipote per parte di madre, che ne è la figlia, di Piero Bargellini, il sindaco di Firenze durante il disastroso alluvione del 1966) e quindi ha ristretto la sua indagine al soggiorno fiorentino, importantissimo, perché a Firenze nacquero alcuni capolavori pianistici, tra cui Il Pensieroso e sette trascrizioni da Lieder dello Schwanengesang, e perché proprio negli anni 1837-38 nascono le opere pianistiche più deliranti di Liszt, espressioni di un virtuosismo che quasi supera le possibilità umane: a Firenze vennero rifiniti per esempio i Douze Grandes Etudes, prima della loro pubblicazione.
Il libro prende le mosse dall’indagine di Chiappari sul soggiorno fiorentino di Liszt e dalle lettere pubblicate della Marchesa Martellini, compendiandole con una serie di rilievi effettuati su archivi, carteggi, giornali d’epoca, fiorentini e non, su volumi, studi e saggi di altri compositori oltre che avvalendosi di spartiti e partiture che vengono sovente analizzati con semplicità di espressione, sì da farli comprendere a ogni lettore.
Lo studio di Nardi su Liszt può essere inteso come una sorta di omaggio al nonno Rio Nardi, allievo di Buonamici che aveva conosciuto personalmente Liszt, e che conduceva il fanciullo Gregorio per la città: l’autore riporta che una volta suo nonno si fermò davanti ad un palazzo, ed indicandolo al nipote, disse che lì era stato Liszt. L’attaccamento di Gregorio Nardi nei confronti dei nonni è palese, e lo mette continuamente in risalto quando ne parla: non c’è solo l’amore del nipote, ma anche la stima verso chi gli ha aperto un mondo dinanzi. C’è tuttavia anche una sorta di orgoglio cittadino, il sentirsi un figlio di Firenze e il voler omaggiare la città scoprendone le memorie nascoste.
Scorrendo le pagine si trovano centinaia di nomi conosciutissimi, conosciuti, meno conosciuti e assolutamente sconosciuti, ma di tutti Nardi dà notizie, fossero anche il sellaio o il barbiere, per amore di completezza: così troviamo nobili piccoli e grandi, i Martellini grandi mecenati della cultura del tempo, maggiordomi della vedova del Granduca di Toscana, Ferdinando III di Lorena (che ricordiamo era un Asburgo), al cui palazzo si tenevano grandi feste e salotti culturali di primissimo piano, oltre che concerti che accomunavano la cultura del tempo italiana povera di stimoli musicali d’oltralpe (come riconobbe lo stesso Liszt) alla grande cultura viennese, portando Firenze tra le grandi capitali musicali del tempo; compositori fiorentini (Giorgetti, Casamorata, Picchianti) e compositori riparati a Firenze (Leidesdorf, Doehler, Oginski, Schoberlechner); compositori di casa a Firenze (Rossini), e compositori in visita a Firenze (Pixis, Cramer); giudizi di compositori famosi  e di famosi critici (Schumann, Chopin, Heine, etc..), aneddoti, storie, ricordi, tutto in un’amalgama straordinariamente densa e nel tempo stesso fluida, scorrevole per chi legge, e approfondita per chi lo intenda consultare.
La sua estrema cura dei particolari lo ha portato talvolta a dedicare spazio a personaggi che francamente non è che siano stati elementi di spicco nella storia della musica: per es. quando parla della figlia adottiva di Pixis, tale Francilla Pixis, cantante lirica, citando aneddoti gustosi, come quello di uno Chopin giovane sospettato dal vecchio Pixis, seduttore della protetta, e giudizi mordaci, citandola in almeno tredici pagine ( non citando quelle in cui inserisce note che a lei si rifanno, ma in particolare a pagg. 186-192).
Il fine tuttavia se apparentemente sembra esser quello dichiarato, “Il soggiorno di Franz Liszt e Marie d’Agoult negli anni 1838-39”, in realtà è altro: Nardi usa il soggiorno lisztiano a Firenze come cavallo di Troia per inquadrare storicamente e soprattutto musicalmente la società del tempo, vorrei dire la Firenze di quegli anni, spingendosi a dare al lettore indizi anche sui luoghi. Il suo precipuo interesse, è soprattutto quello di parlare di quei compositori, assolutamente sconosciuti ai più, oggetto delle sue ricerche e da lui inseriti nei suoi programmi da concerto (e prossimamente anche dischi), di quella Firenze del tempo, che accolse il famosissimo compositore ungherese di cui mezza Europa parlava: vuol parlare innanzitutto di  Casamorata (autore delle 3 Romanze, con cui comincia secondo Nardi il romanticismo pianistico italiano, anticipandolo di 8 anni, giacchè prima che se ne occupasse lui, veniva assegnato normalmente come inizio al Notturno op.24 di Theodor Doehler), che abitò peraltro nello stesso palazzo in cui risiede Nardi e che è attualmente una delle Case della Memoria (appartenuto già ai Verrazzano, e acquistato a metà del XX secolo dal nonno materno Piero Bargellini), ma anche di Leidesdorf, di Schoberlechner e Doehler.
E’ un saggio, che – secondo me - ha una genesi lunga: non è un qualcosa nato per uno scherzo del destino, ma lungamente pensato, agognato vorrei dire. Che spiega anche certi percorsi artistici di Nardi. Mi spiego.
Qual è stato l’esordio discografico di Gregorio Nardi, tanti anni fa? Un Disco Dynamic con la prima incisione mondiale di Réminiscences des Puritains.
Io ho sempre pensato che la scelta fosse caduta su quest’opera, perché era inedita e perché probabilmente gli piaceva ( e penso che chiunque abbia riflettuto come me, prima di leggere questo libro, deve aver almeno pensato le cose ho pensato io). Invece no. Lo spiega il saggio: Rèminiscences des Puritains fu una delle cose che Liszt suonò ( assieme alla Trascrizione dell’Ouverture da Il Guglielmo Tell di Rossini, al Grand Galop Chromatique, e ad una “sua Fantasia composta sulla famosa Orgia di Rossini”) a Firenze nella sua prima Soirée fiorentina al Teatro Standish, una piccola sala privata, in un palazzo di Via San Leopoldo (ora Via Cavour), al numero civico 94, l’8 novembre 1838 (pag. 110 e seguenti).
Nardi identifica proprio Rèminiscences e non l’Hexameron, che era stato già suonato da lui in pubblico, perché Liszt, quando suonava composizioni di altri, per una forma di correttezza li citava sempre, ed invece, in questa occasione, non citò nessuno. Quindi.. Réminiscences! Ecco perché Gregorio Nardi, vincitore di un rinomato Concorso internazionale dedicato a Liszt (quello di Utrecht), innamorato di Liszt, e innamorato di Firenze, e molto legato al ricordo dei suoi nonni, a loro volta legati a Liszt da chi l’aveva conosciuto personalmente, le incise!
Spiega anche una cosa che pochi sanno: Liszt suonava le sue Fantasie non come ora si presentano e vengono proposte, ma distinte per sezioni. Nardi cita a pag. 178 l’esempio della Grande Fantasia sulla Lucia di Lammermoor, pubblicata da Liszt in due parti distinte. E non doveva essere prassi seguita da lui soltanto e del resto sappiamo che in molti casi, nell'Ottocento, nel caso di quei compositori famosi che avevano più editori, capitava che le stesse opere venissero pubblicate con titolazioni diverse. Gregorio Nardi rivela come anche Rèminiscences des Puritains fosse spesso suonata divise in due sezioni ( e spesso alternativamente Liszt presentava non necessariamente entrambe, ma l’una o l’altra), e di come questa pratica dovrebbe essere, per amore di filologia, recuperata
Moltissime altre cose figurano in questo straordinario pezzo di storia fiorentina, tra cui per es. la visita dello Zarevich Alexander,  futuro Zar Alessandro II di Russia al Granduca di Toscana, e i festeggiamenti (tra cui qualcosa anche suonato da Liszt); e persino l’impegno di  Liszt per l’erezione a Bonn, del monumento dedicato a Beethoven. E il fatto che Liszt avesse suonato assieme a Pixis un Duo sugli Ugonotti di Meyerbeer dello stesso Pixis.
Insomma, un volume che regala meraviglie di ogni genere e che aiuta a conoscere un po’ meglio un compositore fondamentale per l’evoluzione della musica ottocentesca, attraverso le famiglie nobili con cui lui ebbe rapporti (Bonaparte, Poniatowski, Martellini, Orloff), i pittori che lo ritrassero, Adolf von Stürler in primis, le fioraie che solevano attrarre l’interesse di Marie d’Agoult, le osterie e le caffetterie dove era possibile trovare la coppia, i vizi di Liszt (Bacco e tabacco) e le sua mania del vestire elegantemente. E ovviamente le personalità del mondo musicale e culturale con cui i due amanti vennero in contatto.

Pietro De Palma






mercoledì 15 luglio 2015

GEORGES ONSLOW - Franz Hünten : Klavierwerke Zu Vier Händen - Liu Xiao Ming/Horst Göbel - SIGNUM




A dispetto del  fatto che si chiamasse Onslow, non era inglese. Cioè lo era per metà.
Georges Onslow, per parte di padre inglese, nacque in Francia nel 1784, perché suo padre, Edward Onslow, di origini nobili, vi si era trasferito per sposare una nobildonna francese. La famigliola però non rimase vincolata alla Francia, perché allo scoppio della rivoluzione francese, Edward Onslow venne imprigionato e poi costretto all’esilio.

La condizione di disagio, conseguente all’esilio, per il giovane Georges-André-Louis,  fu compensata dal fatto di poter entrare a far parte e partecipare alla cultura cosmopolita che si respirava nelle corti d’Europa dove i nobili e i borghesi francesi erano riparati, costituendo delle enclaves di grande prestigio e ponendo le condizioni perché si creassero dei salotti culturali, in particolar modo musicali, se non delle scuole nazionali, in cui le nuove leve, venendo a contatto con grandi nomi del concertismo e della letteratura musicale dell’epoca, potevano veder incrementate le proprie possibilità di affermarsi nella vita musicale del tempo. Questo accadde a Georges Onslow che, riparato con i genitori ad Amburgo,  dove il padre aveva trovato asilo, prese lezioni dal grande compositore boemo Jan Ladislav Dussek, che era lì alla corte di Luigi Ferdinando di Prussia. Non contento della preparazione ricevuto, la accrebbe a Londra, prendendo lezioni da Johann Baptist Cramer.  Infine completò la sua preparazione tecnica, una volta ritornato in Francia durante il periodo napoleonico, con Rejcha uno dei grandi teorici della musica del tempo, che gli instillò l’amore per la forma.
Una preparazione tecnica di tutto rispetto, con alcune delle personalità più eminenti del suo tempo. Ma Onslow, non aveva solo questo; possedeva anche una inesauribile fantasia melodica, che ne fece il maggior compositore del suo tempo, tanto che qualcuno si spinse a definirlo “il Beethoven francese “: questo perché, non vi fu un genere musicale in cui non spaziò e in cui non abbe lasciato il segno. Soprattutto in campo cameristico, sfornando un numero impressionante di quartetti e quintetti per archi. Eppure…eppure per tanto tempo è stato dimenticato. Solo a partire dagli anni ’90 del XX secolo c’è stata una renaissance volta a riscoprirne l’opera ed il valore.
Probabilmente, complice fu anche la considerazione di illustri musicologi, tra cui William Newmann  e Walter Georgii.
Il disco proposto da me comprende due suoi lavori di grande fattura per cui Walter Georgii, un grande musicologo tedesco, si spinse a definirli i migliori lavori per pianoforte a quattro mani, assieme a quelli di Hummel, del tempo di Schubert (ovviamente tranne quelli dello stesso Schubert): le due Sonate per pf. a 4 mani in mi min. op.7 e in fa min. op.22.
Sono due sonate caratterizzate da una stupefacente vena melodica supportata da una pari freschezza. Opere già romantiche, sono melanconiche come suggerisce l’adozione di tonalità d’impianto in minore, senza però essere tristi.  Georgii aggiungeva, mettendo a confronto le opere di Onslow con quelle di Hummel (opp.52 & 92) che mentre le seconde erano più appariscenti e brillanti, quelle di Onslow “sorpassavano le sonate di Hummell  in serietà e profondità”.
Tuttavia i due lavori non appartengono allo stesso tempo, essendo infatti distanziate di dieci anni: mentre infatti la sonata in Mi min. è del 1810, quella in Fa min. fu pubblicata nel 1820. Le due sonate, pur distinguendosi dalla quasi totalità della produzione di Sonate concepite secondo la forma classica, per ricchezza tematica e per inaspettate modulazioni armoniche, sono diverse concettualmente tra di loro: la prima è infatti realizzata guardando ad un modello di sonata classica in 3 movimenti (2 movimenti estremi: Allegro espressivo e Agitato, ed un movimento centrale più lento: Romanza), la seconda si dimostra già più ardita, guardando all’evoluzione del concetto Sonata beethoveniano: è in quattro movimenti, di cui due estremi (Allegro),un Minuetto, ed un Largo, che curiosamente è molto ridotto nelle sue dimensioni, essendo molto più breve del precedente Minuetto.
Il Disco è completato dalle Variazioni di Franz Hunten, su Il barbiere di Siviglia di Rossini, op.17 per pf. a 4 mani.
Hunten fu un compositore tedesco di Musica da Salone: produsse una quantità impressionante di variazioni, fantasie, rondo, trascrizioni su temi d’opera, secondo le richieste della moda del tempo. Tuttavia, pur avendo vissuto un periodo effimero di popolarità in vita, ben presto, dopo la sua morte, fu dimenticato.
E’ un ambito completamente diverso rispetto alle due sonate di Onslow: se quelle contrastavano col repertorio da Salon Music, perché serie e profonde pur potendo essere suonate solo da pianisti virtuosi, le Variazioni di Hunten invece sono un vero e proprio lavoro da Salon Music: virtuosistiche, scintillanti, appariscenti, andavano nel verso della moda che voleva il compositore presentare delle trascrizioni su temi d’opera per essere accettato dai “salotti bene”. Si aprono  con una breve introduzione (Allegro moderato) che ha come sempre funzione di creare una certa tensione, dopo la quale c’è il Tema (Andante) seguito da 4 Variazioni, di cui le prime tre servono a mostrare la bravura dell’interprete, mentre la quarta, rallentando il ritmo, prepara il finale ad effetto dell’Allegretto.
Ottimi interpreti  i due pianisti: Horst Gobel fondatore dell’omonimo Trio, pianista tedesco poco conosciuto in Italia ma molto apprezzato nell’Europa Centrale (notevole interprete beethoveniano) e la sua allieva Liu Xiao Ming, cinese di origine, che ha all’attivo altre incisioni, tra cui Moscheles.
Un disco veramente interessante, che si segnala per originalità di repertorio e per fini esecuzioni.
Pietro De Palma

domenica 12 luglio 2015

Les Annales du Clavier: ouvres pour clavier écrites en Europe entre 1808 et 1812 (Boëly, Oginski, Lessel, Elsner, Szymanowska) - Pierre Bouyer - ARION - 3 LP

Il 3° LP ci sballotta geograficamente: passiamo infatti dalla Francia alla Polonia.
Inizialmente vengono proposte le due sonate dell'op.1 di Alexandre Pierre François Boëly: quella in mi min. op.1 n.1, e quella in Sol M. op.1 n.2.
Chi era Boely? Un grande compositore dell'epoca (parliamo della prima metà del XIX secolo, rispettato da Kalkbrenner, da Cramer, da Baillot) che pagò purtuttavia il suo mancato aggiornamento ai suoi tempi: mentre la situazione politica e culturale propendeva verso il romanticismo, lui decise di rimanere fedele alla Classicità rimanedone in Francia una sorta di custode. Per questo, nonostante le sue composizioni avessero talora il piglio dell'opera di genio, fu, una volta scomparso, del tutto dimenticato. Sono almeno tre i grandi compositori francesi dimenticati e Boely è uno di questi.
Boëly, che compose molta musica da camera e molto per organo, soprattutto fughe, nella fattispecie nostra, compose anche delle cose per pianoforte, sempre nell'ottica della classicità. Le due sue sonate per pianoforte sono emblematiche per la loro bellezza, eppur dimenticata: se la seconda è maggiormente formale, e in qualche maniera meno ardita (tre movimenti come la prima, due estremi con in mezzo un adagio, secondo un modello già consolidato) anche se l'ultimo movimento è estremanet pieno di energia, come la prima è chiaramente influenzata dal modello beethoveniano. Infatti una tale forza, espressività, energia, mancano nelle composizioni francesi del tempo, sia nell'allegro iniziale, sia nel Presto finale, tra cui si distende un meraviglioso Adagio.
Che io sappia, non molte sono le incisioni di queste sonate: ce n'è una recentissima della Phoenix Edition con una specialista della musica del periodo classico e barocco come Christine Schornsheim; e due meno recenti, entrambe edite da ARION : la presente, ed un'altra con Jacqueline Robin (questa rieditata in CD una quindicina d'anni fa. Non conosco l'edizione con Christine Schornsheim, ma questa con Pierre Bouyer è estremamente buona: una esecuzione scintillante, con facilità ad eseguire i frequenti passaggi virtuosistici e nello stesso tempo attenzione al fraseggio.
Da Boely ci si trasferisce nella Polonia del primissimo Ottocento con quattro compositori di cui vengono presentate poche composizioni, se non addirittura una, per ciascuno.
Cominciamo con il Principe Michal Kleofas Oginski, figura poliedrica del tempo: diplomatico, prima aderì a Napoleone quando vedeva in lui il salvatore della Polonia, poi se ne distaccò deluso quando capì le sue vere intenzioni, e si avvicinò allo Tzar Alessandro I che ne fece un senatore. Tuttavia non ebbe vita facile, non essendo riuscito a convincere lo Tzar a ricostruire la Polonia e per questo cominciò una vita errabonda all'estero che si concluse con la morte a Firenze (è sepolto in S.Croce).
Oginski, musicalmente, studiò con Koslovsky  e successivamente con Baillot e Viotti (era dotato anche in campo violinistico). Le sue Polacche possono definirsi l'archetipo del genere: ne scrisse parecchie che influenzarono, con la loro espressività marcata e con la melodia melanconica molto vicine ad un ideale romantico che anticipano, i compositori successivi, da Lessel a  Szymanowska, a Chopin, a Dobrzynski. In particolare il suo capolavoro tra di esse è la Polacca in La minore
Pożegnanie Ojczyzny (Addio alla Patria) composta dopo la repressione dell'insurrrezione di Kościuszko contro la Russia e la Prussia, a cui Oginski aderì 

Pierre Bouyer presenta invece l'altrettanto significativa e stupenda, Polonaise in re minore, e due mazurke in Sol M. e Re M. anch'essi modelli, molto semplici: in sostanza le mazurke sono danze popolari in ritmo ternario, a differenza delle Polonaises, più aristocratiche e lente in ritmo binario.
Dopo Oginski, le cui Polonaises fornirono l'esempio per quelle di Chopin (se si confrontano le primissime Polonaises di Chopin, le due del 1817 in Sol min. e Si bem. magg, con quelle di Oginski, praticamente non ci sono differenze stilistiche), viene presentato il primo set di Variazioni dell'op.15 di Franciszek Lessel.
Di padre cecoslovacco (pure compositore), trapiantato in Polonia, Lessel è senza dubbio il maggior compositore polacco prima di Chopin, non tanto per numero di opere (ne scrisse molte, ma a fronte di ciò, ne sono rimaste poche: si ipotizza che molte, la stragrande maggioranza, sia ancora conservata a Vienna in forma di manoscritti: per es. una fonte parla delle sonate op.11 che non risultano edite a stampa ma di cui si citano i manoscritti conservati a Vienna) quanto per la ricchezza melodica e armonica, per il tono ed il timbro (soprattutto nelle ultime che preludono al romanticismo), e per la tecnica sopraffina. Del resto Lessel fu allievo di Haydn a Vienna e le sue prime sonate testimoniano le supreme eleganza  e grazia viennesi. Invece, dopo il suo ritorno in Polonia, le composizioni assumono un tono più melanconico, soprattutto dopo la tragedia sentimentale che lo colpì: innamorato di una giovane che diventò la sua amante, scoprì assieme ad essa che erano fratellastri, figli della stessa madre. In sostanza, senza saperlo, avevano compiuto un incesto.
Questa tragedia esistenziale colpì duramente Lessel, le cui composizioni divennero particolarmente intense e melanconiche: vedasi la fantasia in Mi minore per es. Tuttavia, quest'aria così espressiva e triste è anche presente nelle Variazioni eseguite da Bouyer, su un tema famosissimo al tempo, in sostanza la canzone ukraina "Їхав козак за Дунай", conosciuta in Germania come "Schöne Minka, ich muß scheiden".

Il tema che è estremamente struggente (la partenza del soldato per la guerra contro Napoleone,  e l' addio alla sua donna) fu al tempo famosissimo, e fu variato da molti compositori nell'Ottocento, a partire da Beethoven (Variazioni per pianoforte e Flauto, op.107 n.7; e Lieder verschiedener Volker, WoO 158a n.16 ), Weber (Variazioni su Schöne Minka, op.40), Hummel (Trio "Schöne Minka" per pianoforte, violoncello e flauto, op.78), etc...
Nell' elaborazione, Lessel mantiene la struttura tipica del primissimo ottocento, presentando il Tema come Introduzione e poi sviluppando 8 Variazioni, che non sono trasmutazioni alla Beethoven, ma Variazioni che mantengono riconoscibilissima l'origine su cui sono realizzate. L'ultima variazione è sviluppata come una Coda, con taglio virtuosistico. Si tratta di un autentico capolavoro.
Dopo Lessel, Pierre Bouyer interpreta il bellissimo Rondo à la Krakowiak in Si bem. Magg., molto elementare, molto schematico di Josef Elsner. Interessante anche perchè Elsner fu il Maestro di Chopin al Conservatorio di Varsavia, e Chopin compose dopo il suo Krakowiak per pianoforte e orchestra op.14.
Infine, una Polonaise in Si minore di Maria Szymanowska, allieva di Lessel, Hummel, Field, brillante e sentimentale, tipica dell'epoca pre-Chopin.
Il cofanetto di 3 LP come si vede è veramente uno scrigno di tesori. 
I brani per di più non sono eseguiti su pianoforte moderno bensì, e questo accresce il valore della proposta, su vari fortepiani, a seconda degli anni in cui vennero composte: così Beethoven,  ed Elsner e Szymanowska vengono suonati su un Broadwood del 1818 (la prima sonata di Boely su un Broadwood diverso, sempre del 1818);  la prima sonata di Weber, la sonata di Dussek e le composizioni di Tomasek, sono eseguite su un Molitor del 1805 (fortepiano napoletano), mentre infine Oginski e Lessel sono interpretati su un Tomkinson del 1795.


Pietro De Palma





Les Annales du Clavier: ouvres pour clavier écrites en Europe entre 1808 et 1812 (Dussek,Tomášek) - Pierre Bouyer - ARION - 3 LP



Dalla Germania (Disco 1) si passa alla Boemia(Disco 2), inglobata al tempo nell'Impero Austro-ungarico, con Dussek e la sua sonata L'Invocation, l'ultima sua sonata e quindi il suo canto nel cigno in questo genere. E' la sua opera più straordinaria, ricchissima dal punto di vista melodico, piena , vorrei dire letteralmente zeppa di temi musicali che si amalgamano, si confondono, si compenetrano al resto, drammatica, struggente. Per altri riferimenti rimando ai miei articoli su Dussek pubblicati in questo blog (Dussek è uno dei miei compositori preferiti). In questo caso, essendo una sonata con un piglio volutamente declamatorio, come per es. La Didone abbandonata op.50 n.3 di Clementi, la concisione ed una eccessiva velocità nuocciono al tutto, come pure un'estrema lentezza. Direi che la migliore incisione in commercio sia quella di Hanuš Bartoň, pianista cecoslovacco che venti anni fa realizzò delle buone incisioni con una sconosciuta etichetta cecoslovacca, di difficile reperimento, la
Studio Matouš. Ancora meglio quella di Firkusny, ma solo su LP Tornabout di difficile reperimento (se non nei negozi specializzati). Tuttavia la migliore che io conosca e secondo me quella che si adatta meglio ad uno stile classico che è virtuosistico ma già preromantico, con influenze dirette su Beethoven, è quella del pianista Severin Von Eckardstein:



Nel Disco 2 sono riportate anche composizioni di un altro compositore boemo, molto meno noto: Václav Jan Křtitel Tomášek. Anche per questo, il cofanetto è prezioso: infatti, Tomášek è un compositore assai poco toccato da incisioni (ora e in passato), perchè assai poco noto. Le ragioni possono essere molteplici, anche se io ritengo che quella predominante che ha influenzato le altre, è che Tomášek sia stato al tempo, un insegnante di successo nelle famiglie aristocratiche, più che un virtuoso concertista: probabilmente, questo è da mettere in relazione col fatto che egli non avesse doti ginniche da gran virtuoso, e che non avesse studiato e non si fosse perfezionato con grandi maestri, ma che invero fosse un autodidatta. Nondimeno ebbe grandi allievi, primi fra tutti Jan Vaclav Vorisek, compositore biedermeier di cui parleremo un giorno, e Dreyschock, pianista grande virtuoso dell'epoca e compositore romantico. Questo perchè in sostanza lo stile e le opere di Tomášek, pur collocandosi in quel genere classico di fine settecento, vorrei dire arcadico, non è rigoroso nelle scelte e nel linguaggio armonico, per preferenza di tonalità di base minori anzichè maggiori, e quindi è già preromantico. Direi che assieme a Pinto, Dussek, Clementi e Vorisek, è un compositoreavanti coi tempi.
Tuttavia Tomášek a differenza di Lessel, che esamineremo prossimamente, che compose molto ma di cui è rimasto poco (ma è anche vero che molti manoscritti sono alla Biblioteca Musicale di Vienna), compose in vita poche opere per pianoforte: sei Sonate, Egloghe, Rapsodie, Dityrambi.
Nel disco di Bouyer sono eseguite 3 Egloghe: la n.1 in Si bemolle, la n.2 in Fa e la n.5 in mi minore: sono pezzi in cui si fà dello sperimentalismo, un po' come i frammenti di Beethoven.
La prima egloga è abbastanza bruttina ( e non so perchè sia stata scelta): è una ripetizione di accordi e ottave, che ha ritmo, ma nulla di più. Più belle la seconda e la terza, che accando a passaggi virtuosistici, presentano melodie caratteristiche (in particolare la terza, con un motivo che potremmo dire anticipatore di Mendelssohn, che ricorda il corno e il flauto).
Delle 6 composte sono presentate  5 Rapsodie, quindi quasi tutte: sono i pezzi maggiormente rappresentativi dello stile del compositore, e anticipano delle sonorità e delle espressioni che saranno proprie di compositori posteriori: la rapsodia in Do M. op.41/2 evoca per es. Schubert, la Rapsodia n.3 è uno studio sugli arpeggi, la n.5 in Si bem min. è uno studio in ottave, l'op. 41 n.6 è un'altra esplosione di melodie che anticipano Scubert, proponendo un motivo bellissimo in Si bem. Magg.
                  
                                                                                         2 - continua

Pietro De Palma