domenica 30 agosto 2015

Severin Einsenberger : Chopin, Schumann, Brahms/Friedman. Brahms, Scarlatti/Tausig, Schubert/Liszt - CD OPAL

Among those prominent pianists who attained their artistic maturity under Theodor Leschetizky (1830-1915) one finds the name of Severin Eisenberger, a distant figure who once was among the commanding keyboard masters to perform throughout Central Europe and the United States.
Così cominciano le note di Allan Evans che firma il booklet dell'unico disco ad oggi che ricordi la figura di Severin Einsenberger, un maestro dimenticato.
Nato in un quartiere una voltra ebraico, nel sobborgo Padgorze di Cracovia, dove erano già nati Ignaz Friedman e Josef Hofmann  ( Piero Rattalino in "Da Clementi a Pollini" ricorda questa coincidenza, ma, non avendo trattato Eisenberger, non ne ha fatto menzione ), studiò in patria con Flora Grzywinska, un'insegnante di pianoforte molto stimata da Friedman; poi si perfezionò a Berlino con Heinrich Ehrlich che assieme a Leschetizky era stato allievo preferito di Czerny. Sebbene Czerny sia ora ricordato soprattutto per le sue raccolte di  studi, e per le Sonate e composizioni a quattro e sei mani, Czerny, in quanto allievo di Beethoven, possedeva informazioni di prima mano circa l'interpretazione delle opere pianistiche del compositore di Bonn:
"Quanto al mio modo di suonare di Beethoven, ho ragione di credere che suono opere del maestro bene e correttamente. Dovrei farlo, come dirò a voi. Ho un intenso sentimento nei loro confronti e le modalità della mia interpretazione, perché molte cose che li riguardano sono state tramandate a me in modo autoritario. Ehrlich fu allievo preferito di Czerny. . . Ci sono casi in cui so che anche i testi a stampa devono essere leggermente modificati. Perché? Perché mi ha detto Ehrlich quello che Czerny gli disse e Beethoven disse a sua volta a Czerny. Questo è vero circa il modo di utilizzare il pedale  e altri dettagli di interpretazione. "
Inizialmente Eisenberger avrebbe voluto fare il direttore d'orchestra; se invece fu pianista, lo si deve al fatto che fu, in una occasione così impressionato dall'aver sentito Ossip Gabrilowitsch, che ritornò con forza al pianoforte.
Eisenberger appartiene ad un mondo dimenticato: è uno di quei personaggi che erano già leggenda, ai tempi di Rosenthal o Lhevinne o Horowitz. Basti dire che Eisenberger sentì in più occasioni dal vivo suonare Brahms, Hans Von Bulow, Eugen d'Albert, Anton Rubinstein (quest'ultimo elogiò la tecnica della mano sinistra di Eisenberger). Suonò il Concerto di Grieg, con Grieg a dirigere l'orchestra (Pearl CD 9933).
Studiò anche con Leschetizky, di cui parlò sempre con riverenza. A casa di Leschetizky pare che avesse fatto conoscenza con Ossip Gabrilowitsch, che diventò  un suo amico carissimo .
Pur avendo composto una sinfonia, una sonata per pianoforte e dei Lieder, si convinse di non avere la stoffa del compositore e quindi tornò a suonare.
Fu testimone di storici eventi: presente agli storici concerti di Berlino di Busoni, e andò a sentire Rachmaninov esibirsi in un suo Trio élégiaque; assistette ad una esibizione  solistica di Sarasate, e sentì suonare dal vivo Reisenauer e Schnabel; si ricordava benissimo i recital beethoveniani sentiti per mano di Risler, e l'interpretazione del Trio Arciduca di Beethoven da parte di D'Albert. Fu assieme a Schnabel, maestro di Lili Kraus.
Fu ritenuto un grande interprete di Beethoven e Chopin, ma delle sue famose interpretazioni non esistevano registrazioni, perchè non si sa come, Eisenberger non registrò mai nulla. Ma un giorno, dopo la sua morte avvenuta nel 1945, la sua vedova ricevette una scatola per mano del custode della loro casa di Manhattan: egli disse di aver ricevuto l'ordine dal pianista di non buttarla, perchè conteneva registrazioni dei suoi concerti radiofonici, anche se non era entusiasta di esse in quanto aveva ravvisato degli errori. Comunque ad oggi, esse sono le uniche testimonianze dell'arte di Eisenberger. Allan Evans le elenca. Esse sono:
BEETHOVEN: Concerto # 2, # 3, # 4, # 5, Fantasia Corale (apertura del pianoforte solista manca in quanto l'ingegnere del suono pensava che la parte cominciasse con il tutti! )
BRAHMS: Concerto # 1
MOZART: Concerto # 20 (K.466) e # 24 (K.491), con parti mancanti
SAINT-SAENS: Variazioni su un tema di Beethoven per 2 pianoforti (incompleta)
SCHUMANN: Concerto
TCHAIKOVSKY: Piano Trio
Disprezzava i pianisti della nuova generazione che suonavano veloce, non soffermandosi, sull'interpretazione, sulla musicalità.
Ritengo che proprio per la sua linea di discendenza attraverso  Heinrich Ehrlich e Leschetizky da Beethoven attraverso Czerny, le interpretazioni di opere di Beethoven da parte di Eisenberger, potrebbero gettare una nuova luce sulla storia dell'interpretazione. Tuttavia è da dire che probabilmente, il fatto che non siano state ancora riversate è nel fatto che esse sono piene di riverberi, fruscii, distorsioni del suono tali da infastidire l'ascolto dei più. Anche le registrazioni del CD Opal che presento oggi, sono così. Un po' come i rulli di cera di Hofmann, riportati recentemente in disco dalla Marston.
Comunque sia l'interpretazione del secondo concerto di Chopin (Live : 14 maggio 1938, con l'Orchestra del Conservatoreio di Cincinnati diretta da Alexander von Kreisler) è da rimarcare, perchè Eisenberger interpreta Chopin come oggi non lo interpreta più nessuno. E' un po' quello che dissi un giorno a proposito delle interpretazioni chopiniane di Askenase, che aveva erditato il modo di suonare Chopin attraverso la madre, allieva di Mikuli a sua volta allievo prediletto di Chopin: è una maniera di accentuare le note e di usare il pedale, di rallentare e di accelerare, insomma la maniera di interpretare Chopin è all'antica maniera.
Mi ricordo quello che mi disse una volta Francesco Libetta, a casa mia. Era venuto a pranzo, e prima di sederci a tavola aveva voluto ascoltare qualcosa che avessi, che lui non conoscesse. Gli proposi questo disco della Opal: trasecolò. Non conosceva Eisenberger. Volle sentire due volte il disco: la cosa che più lo interessò fu proprio Chopin (perchè Libetta è uno dei pianisti di oggi che più sono vicini ai pianisti di ieri).
Quello che rapisce in questa interpretazione del Secondo Concerto di Chopin, è la tecnica del rubato e della fioritura della mano destra, sicuramente una eredità di Leschetizky, di quella che doveva essere per lui l'ornamentazione; e il modo di interpretare il tempo di mazurka (che è in certo modo presente nel terzo movimento), un modo che riporta Eisenberger, attraverso la sua prima insegnante (anche di Friedman), Flora Grzywinska, al modo con cui Chopin suonava: usando oltre al già citato rubato, anche un modo di interpretare il tempo e un legato poi scomparsi. Maniera chopiniana che venne congelata nelle mazurke incise da Friedman.
Del resto questo modo antico di suonare le mazurke lo si trova ancora in certe vecchie registrazioni di De Pachman, come dice Evans altrove, mi pare a proposito di altra edizione pure interessantissima, ma della Arbiter: Masters of Chopin (Friedman, Tiegerman, Eisenberger, Barda).
Interessanti anche una Rapsodia di Brahms (Brahms fu sempre un suo mito, per sua stessa ammissione), il Capriccio di Scarlatti/Tausig, che una volta era molto suonato dai virtuosi (ricordo l'interpretazione di Godowsky) e una Soirée de Vienne di Schubert/Liszt.
Interessantissime come sempre le note di Allan Evans.
Disco per fissati della storia dell'interpretazione pianistica, non per audiofili.

Pietro De Palma







  

martedì 18 agosto 2015

Khatia Buniatishvili : Liszt (Liebestraum No. 3, Sonata, Mephisto-waltz, La Lugubre Gondola, Preludio in La minore, Fuga in la minore) - CD Sony



L’impressione, vedendola, è che sia una bella ragazza. Su quello non c’è nessun dubbio. Si veste e si atteggia in un certo modo, vorrei dire anche demodé, sulle copertine dei dischi e nelle immagini che si possono vedere sul suo sito, in pose anche  eccentriche.
Ora quando si fà un disco, si confeziona di solito anche una bella copertina, per attrarre. Quindi su ciò, nulla da dire: la copertina del disco improntato a brani lisztiani, la vede seduta ad un pianoforte, in un  prato, con una gonna ad effetto ed un cigno ai suoi piedi.  Mi ricorda certi  quadri famosi. Una posa fortemente costruita e studiata che vuol rimandare a tempi passati.
Mi ricorda anche certe copertine dei primi CD e DVD di Valentina Lisitsa, quando per sottolineare i brani, si vestiva in determinati modi: il cigno, simbolo di purezza, è qui contrapposto alla pianista vestita di nero e al pianoforte (nero pure) in un prato con la nebbia sullo sfondo. Un messaggio decisamente allusivo. Probabilmente è legato all'idea che sta alla base del CD. Perchè questo è un Cd programmatico. Già questa è una bella cosa da trovare in un'artista giovane.
Il programma del disco è basato sul mito di Faust, Mephistofele, Margherita: l'amore, la bellezza e il vigore perduti, la tentazione demoniaca. E su questo..nulla da dire. I brani presentati possono anche rispondere a questo tipo di programma: il Liebestraum è chiaramente legato all'amore, quindi a Margherita, il Mephisto-Waltz si capisce a cosa sia legato, la lugubre gondola alla morte, il Preludio e Fuga in La minore da Bach, è un'altro brano lugubre; e infine la Sonata, che la pianista georgiana lega al mito di Faust, definendola "un tipo di Faust Sonata" Francamente questa ipotesi può anche essere accettata; diciamo che la pianista la affianca alla Sinfonia Faust e alla Dante Sonata, lavori evocativi e legati al tema della morte, e della vita ultraterrena. Quello che non riusciamo a capire è invece la resa effettiva perchè l'impressione che ricaviamo è di un'interprete narcisistica, che sicuramente ha carattere, ma pecca di presunzione, probabilmente dovuta alla giovane età.  Una consapevolezza chiarissima delle proprie possibilità, e dei propri mezzi, si potrebbe anche accettare; nel nostro caso invece noi notiamo che essa non è mitigata da una sufficiente valutazione dei propri limiti. Cosa che abbiamo riscontrato in questo disco. Perchè?
Innanzitutto il Liebestraum che è giocato su una concezione tipicamente romanrtica. Ma abbiamo avuto l'impresisone, e forse è solo un'impressione (o forse no) che la Buniatishvili usi troppo il pedale di risonanza. Il pedale di risonanza fà molto romantico , aumenta il volume del suono, e soprattutto le sfumature, ma ad usarlo troppo… 
Troppo. Che poi sembra essere il leit motiv del disco: è troppo in tutto. Cosa che si nota soprattutto nella sonata. Ora è evidente che se uno voglia cominciare la sua carriera discografica con Liszt, non può non misurarsi con la Sonata. Ora perché proprio Liszt, la pianista georgiana lo dice nel booklet: lo sente vicino a sé stessa. Ok. Possiamo essere d ‘accordo. Le piace Liszt. Però…
Non è male la Sonata. Oddio, non è una grande interpretazione! Come durata è nella media: 31 minuti, né troppo veloce né troppo lenta. Come interpretazione…beh, ci ha lasciato perplessi: dopo i primi accordi del Lento assai, “sotto voce”, come scrive Liszt, comincia l’Allegro energico, e da quel momento comincia un tour de force per il povero pianoforte. La potenza è impressionante, c'è una energia tipicamente russa che non si ascoltava da parecchio tempo nei pianisti russi più giovani, ma è un’impressione oppure no, che l'energia e la forza impiegate parecchie volte sono troppe tanto da generare persino delle dissonanze non volute? Ma la cosa che più ci ha lasciato perplessi, perchè le aspettative all'inzio erano diverse, è che le sonorità  troppo massicce, troppo potenti, diventano quasi fini a sé stesse.Ci saremmo aspettati una maggiore sfaccettatura dell'opera. Oddio, non vogliamo dire che non ci siano dei bei momenti, per esempio all'inizio del fugato, ma...ci saremmo aspettati di più, con tutto quel che s'è detto a proposito di questa pianista.
C’è potenza ma non irruenza, c’è il barrito dell’elefante non il belluino ruggire del leone.
E anche la Lugubre Gondola, non è affatto male.
Forse il miglior brano è il Mephisto-Waltz, dove quella potenza che è troppo impiegata e a sragione, invece è finalizzata al brano che tutto sommato richiede il calor bianco di Mephistofele e anche il parlare dolce di Margherita. E qui ci sembra una buona interpretazione quella della pianista georgiana.
Tirando le somme…il troppo, è la caratteristica di questo disco. Del resto sembra connaturato alla sua personalità: è come se voglia dare un’immagine diversa di come sia in realtà. Perché è in realtà una ragazza come tante, una pianista come tante, che ha vinto una borsa di studio, e..
Indubbiamente fà molto affidamento sulla sua avvenenza, cosa che valorizza anche troppo, con pose che la fanno più fotomodella glamour che pianista; ma del resto questa è una tendenza tipica delle nuove generazioni (vedi  Yuja Wang, o anche Lang Lang) che sanno valorizzarsi molto davanti agli occhi, secondo il motto per cui “anche l’occhio vuole la sua parte”.
Non vogliamo dire di più, ma se una si pone così, il paragone mentale che mi viene da fare è con Martha Argerich: che però oltre che essere una bellissima ragazza ( e attualmente a 69 anni è una gran bella donna ancora), era una grandissima pianista. Basta sentire la sua Sonata in Si minore di Liszt su Youtube, per capire cosa voglio dire quando paragono l’elefante al leone. Ma Martha Argerich non era neanche un leone, era una tigre, anzi meglio un puma: irruente, feroce, belluino, massiccio ma anche felpato. Non c’era tanto potenza quanto irruenza non disgiunta da sensualità (che nel nostro caso non si sente proprio): e la Argerich era (è ) un tipo passionale.
La georgiana Buniatishvili non ha vinto un grande concorso internazionale, non ha neanche impressionato la sala da concerto per una qualche interpretazione che poi abbia legittimato la seduta di registrazione: dà quasi di artista sopravvalutata. Certamente un talento, ma ancora in fase di crescita, ancora acerbo, che avrebbe fatto meglio a studiare ancora,  ad affinare il proprio repertorio, invece che incidere precocemente.
E’ vero che ci sono dei dirigenti discografici che di tanto in tanto hanno delle intuizioni e cercano di imporre delle loro scoperte. E’ presto da dire però se Khatia Buniatishvili sarà una meteora o si affermerà definitivamente.
Come sia arrivata ad incidere per la Sony, però è un  mistero: mah, non so che dire.

Pietro De Palma

lunedì 17 agosto 2015

MARK HAMBOURG - Beethoven, Bach, Mendelssohn/Liszt, Chopin, Moszkowski, Dvorak, Liszt, Falla - CD PEARL

Ci fu un tempo, tanti anni fa, a metà degli anni '90, che conobbi Piero Rattalino, che allora era una potenza e che era all'apice della sua fama in Italia.
Lo avevo avvicinato (assieme ad Emanuele Arciuli), rispondendo ad una rubrica di Piano Time, che all'epoca era la rivista musicale più importante in Italia, forse non dal  punto di vista dell'approfondimento musicale, specialmente discografico come Musica, ma tecnicamente parlando, dal punto di vista pianistico, era il massimo . Piero Rattalino era una specie di curatore, se ricordo bene. E aveva inaugurato una serie di CD storici, che è stata unica nel suo genere in Italia, e che non si è più vista: tutti pianisti storici, registrazioni di alcuni dei quali veramente rare, se non andando a spulciare oscuri siti americani.
Mi ricordo che a pranzo di un giorno d'estate che ero a Milano, non mi ricordo in quale occasione, ma c'era anche un'altra persona con noi (era la prima volta che mangiavo una pizza a mezzogiorno), mi offrì di curare una rubrica di storia della letteratura pianistica, su Piano Time. Il mio ambito era all'epoca ( e lo è rimasto) il romanticismo musicale negletto e il Biedermeier musicale (soprattutto pianistici). Mi ricordo che quel giorno avevo fatto man bassa di CD presso  un noto negozio di dischi di Milano - mi ricordo tra l'altro che avevo preso un CD con le sonate per piano e organo di Reubke, un altro con la sonata di Norbert Burgmuller + il suo concerto per pianoforte, e dei CD di Kuhlau, un altro dei miei pallini, più degli spartiti un po' rari di musica pianistica. Tra gli altri dischi che avevo preso c'è questo di cui parlo oggi, e mi ricordo cosa disse lui: "Ah, Mark Hambourg. Perchè l'hai preso? ".
"Mi interessa, perchè Lei, Maestro, ne parla in quel libro che mi ha autografato a Bari. Pianisti e Fortisti", risposi.
"Un terzo concerto da ricordare. Lo hai sentito?", disse lui.
"No".
"Sentilo".
Questo disco di Mark Hambourg  è uno dei dischi storici più belli che abbia.
Hambourg era un pianista virtuoso che apparteneva alla grande infornata di pianisti di valore che c'è stata agli inizi del secolo: mi sono chiesto come mai tanti pianisti grandissimi ci siano stati nello stesso periodo, e non mi so dare una risposta.
 Mark Hambourg era il figlio maggiore del pianista Michael Hambourg (allievo di Anton Rubinstein), ed era fratello del violoncellista Boris Hambourg e del violinista Jan Hambourg, con i quali suonava nel complesso da camera da loro formato, l' Hambourg Trio. Siccome suo padre era stato professore al Conservatorio di Mosca, Mark aveva proseguito i suoi studi con lui. La grande occasione gli venne tuttavia a Londra, dove gli Hambourg si trasferirono: infatti lì incontrò Paderewski, che avendo trovato in lui qualità particolari lo propose per una serie di concerti con cui si fece conoscere. Sempre Paderewski, che fu il suo mentore e protettore, lo mandò a studiare tre anni a Vienna con Theodor Leschetitzky. Qui allargò la sua cerchia di amicizie, fece il suo primo concerto da adulto nel 1895, mentre ancora studiava con Leschetitzky (Primo concerto di Chopin, con Hans Richter) e poi seppe cogliere la fortuna al volo, quando, dovendo soprassedere ad un concerto Sophie Menter, a Vienna, durante un festival brahmsiano, eseguì la Fantasia Ungherese di Liszt, con la direzione d'orchestra di Felix Weingartner, riportando uno straordinario successo. Alla cena successiva, cui partecipò anche Brahms, il grande compositore tedesco, propose un brindisi per lui.
Da allora gli si aprirono le porte dei grandi teatri e fece le prime tournées all'estero, in Australia e negli Stati Uniti, poi in Russia, Germania, Francia.
Nel 1896 eseguì in maniera strepitosa il Quarto Concerto di Anton Rubinstein sotto la direzione di Nikisch a capo dei Berliner, diventandone amico successivamente.
Fu famoso nel periodo antecedente alla Prima Guerra Mondiale, ma seppe così bene amministrarsi da dieventare nel decennio 1920-1930, uno dei pianisti più famosi in assoluto.
Fu amico oltre che di Nikisch, di Busoni e Rosenthal. E anche del pittore Felix Moscheles, figlio del compositore pianista virtuoso e didatta Ignaz Moscheles, di cui Mark suonò privatamente in occasione dell'ottantesimo compleanno dell'amico, il Concerto in sol minore di Moscheles.
Effettuò registrazioni per la HMV, quando incidevano dischi solo i più grandi.
E a questo numero di incisioni appartengono i brandi contenuti in questo straordinario CD della Pearl.
Innanzitutto il Terzo Concerto di Beethoven, inciso con la Malcolm Sargent Symphony Orchestra diretta dall'omonimo direttore. Si tratta di una incisione celebre, una delle incisioni più elettrizzanti, pianisticamente parlando, che abbia mai sentito, di quest'opera. Era uno dei suoi cavalli di battaglia: l'aveva interpretato persino sotto la direzione del compositore belga Eugène Ysaÿe.
Si ammira in esso la bellezza del suono, e una eleganza un po' demodé, oltre che  una grande tecnica (il direttore d'orchestra inglese Sir Henry Wood lo paragonò a Rubinstein e Busoni).  In onore di Felix Moscheles, utilizzò, per il primo movimento del concerto, come cadenza, quella di Ignaz Moscheles, bellissima e abbastanza fiorita.
La caratteristica di questo concerto, quella di cui parla Rattalino in Pianisti e Fortisti, è una sorta di energia elettrica, di verve eccitante che trasmette al brano: in sostanza varia la velocità all'interno al primo movimento, aumentando gradatamente ma sostanzialmente sia nel primo tema che nel secondo e mantenendo però inalterati i rapporti di forma in maniera da non far gridare allo scandalo, e anzi suscitando interesse ed apprezzamento. Io penso che quello che voleva dire Rattalino è che Hambourg utilizzasse in maniera sapiente la tecnica del rubato, cioè la capacità di aumentare o diminuire il valore della notazione diversamente da quanto indicato nel brano e tuttavia non scombinandone la forma generale e il tempo di base. Questa utilizzazione ricorrente ma sapiente del rubato, la si nota anche in altri due pezzi stupendamente eseguiti, cioè due notturni di Chopin (op.9/2 in Mi bem. magg. e op.55/1 in Fa minore): in essi, Hambourg utilizzava una forma di rubato molto simile a quello inteso da Chopin stesso, in cui mentre la mano sinistra suonava le battute al tempo segnato, la destra si permetteva di variarne il tempo con effetti di rubato.
Ma questo CD bellissimo della Pearl, contiene altre perle: assieme ad uno studio di Moszkowski (in sol bem. magg. op.24), alla famosissima e struggente Danza Slava di Dvorak (op.72/2 in mi minore), al Preludio d'organo BWV 532 di Bach trascritto per pianoforte da D'Albert, al Concerto Pathétique di Liszt, per due pianoforti, con suo figlio Michal, e la Fantasia Baetica di Falla, si nota una bellissima interpretazione di On Wings of Song, op.34/2 di Mendelssohn/Liszt.
Booklet stringato ma interessantissimo.
Note di Allan Evans.

Pietro De Palma



domenica 9 agosto 2015

Jorge Bolet : The Complete RCA and Columbia Album Collection - Cofanetto di 10 CD - SONY





Da un po’ di tempo mi rifornisco presso un negozio di Bari, il cui titolare conosco da vent’anni. Erano molti anni che non vi andavo, ma da quest’estate ho ripreso a servirmene. Col tempo, i prezzi sono diventati più abbordabili, nonostante non vi siano tutte le offerte che abbondano a Feltrinelli: solo che a Feltrinelli, se si eccettua il personale ex dipendente di Ricordi, che ha una qualche familiarità con i clienti affezionati e con la musica in genere, il restante..fà cadere le braccia. Quando vai a chiedere di poter prenotare un disco, e l’addetto a cui ti rivolgi ti dice che una ben nota casa di distribuzione, da cui dipenderebbe quella etichetta, è fallita, mentre non lo è, cosa capisci? Beh, quello che ho capito io. Per cui, ho cambiato porto. Ora attracco altrove.

Intanto, mi piace parlare di un cofanetto che mi avevano messo da parte, dedicato a Jorge Bolet, il grande pianista cubano (che ebbi la fortuna di sentire a Bari due volte, alla fine degli anni '80).

Jorge Bolet, The Complete RCA and Columbia Album Collection, è una edizione in 10 CD, in cofanetto, uscita alla fine del 2014: raccoglie tutte le incisioni discografiche effettuate per le due etichette. Da segnalare delle chicche: 2 incisioni Ensayo spagnola (alcune parafrasi e trascrizioni lisztiane; l’incisione completa degli Studi Trascendentali, edizione 1970); l’esordio RCA del 1959 (selezione di Studi Trascendentali); il celeberrimo concerto del 25 febbraio 1974 alla Carnegie Hall di New York, che lo consacrò definitivamente; un disco relativo alle grandi trascrizioni di Rachmaninov, del 1973; una registrazione RCA del 1972, riscoperta da qualche anno (e che non uscì in quegli anni); un disco dedicato al Quintetto di Franck, del 1978; ed infine uno dedicato al capolavoro misconosciuto di Chausson, il Concerto per pianoforte, violino e quartetto d’archi, in Re magg. (edizione stellare del 1982, con Itzhak Perlman e il Quartetto Juilliard).

Libretto di 46 pagine con esaurienti note e foto.

Ne parleremo prossimamente.


Pietro De Palma


lunedì 3 agosto 2015

Ferdinand Ries -. Sonate sentimentale-Polonaise-Sonata in G-Variations on a Portuguese Hymn - Uwe Grodd, Matteo Napoli - Naxos CD



Ferdinand Ries è conosciuto universalmente per essere stato allievo, segretario  e amico di Beethoven. Fu colui che estese, assieme al medico Franz Gerhard Wegeler, la fonte di primaria importanza sulla vita di Beethoven, che è servita a spiegare certe manifestazioni e comportamenti del compositore e che serve tuttora a chi si accinga a studiare Beethoven: le Biographische Notizen über Ludwig van Beethoven
Ma Ferdinand Ries fu anche un brillante pianista ed un fecondo compositore, che sondò tutti i generi musicali, approfondendo in particolar modo quello pianistico, componendo 10 Sonate e 4 Divertissement per pianoforte, otto Concerti per pianoforte (+ altri sette lavori per pianoforte e orchestra), 8 Sinfonie, Opere e Oratori, un cospicuo lascito di composizioni per pianoforte a quattro mani e due pianoforti, ed un altro di composizioni cameristiche: se vogliamo tutto quello che non compose per pianoforte, cioè le composizioni brillanti che tanto furoreggiavano nel suo periodo, le compose per pianoforte a quattro mani e due pianoforti, e per musica da camera. E’ come se, influenzato da Beethoven, avesse composto per pianoforte, solo musica “seria”.
Fatto sta che anche le sue composizioni cameristiche sono molto apprezzate.
Esaminiamo oggi una recente uscita Naxos, che presenta quattro composizioni per flauto e pianoforte: La Sonate Sentimentale in Mi bem. Magg. op.169, che è il lavoro più importante per questa formazione (pianoforte e flauto obbligato); la Sonata in Sol M. op.87, L’Introduzione e Polacca op.119 e le Variazioni su un Inno Portoghese op.152 n.1.
In realtà Ries compose per flauto molte altre composizioni, e la ragione sta che alcune di esse furono dedicate a dei grandi virtuosi dello strumento che in quel tempo erano famosi: Louis Droüet, Charles Nicholson, e soprattutto ad Anton Bernhard Fürstenau, tramite il quale riuscì a ottenere un prestigioso incarico e a cui erano stati dedicati precedentemente i 3 quartetti con Flauto WoO 35. Quindi le composizioni presentate in questo CD rappresentano per così dire uno spaccato del corpus composto per questo strumento.
Ferdinand Ries
Dei quattro lavori, il più importante è senza dubbio l’op.169: essa fu l’opera ultima ad essere inserita in catalogo, quattro anni prima che morisse, nel 1834, ma questo non si accorda con la data posta sul manoscritto: 1814. In quegli anni Ries era a Londra, e pertanto è evidente che la stessa data fosse evidentemente riferita non alla mera stampa ma alla concezione dell’opera; che però, una volta stampata, risultò profondamente rivista rispetto a quella che era stata composta vent’anni prima. La sonata che è nella classica formulazione in tre tempi, è magnifica nella sua ricchezza di idee e di modulazioni, pur riservando al flauto rispetto al pianoforte, di cui era un virtuoso, una parte minore. Purtuttavia il flautista ha modo di mettersi in luce, con una serie di virtuosismi, tali da mettere in luce la padronanza di Ries in questo strumento. Per alcuni critici, questa sonata di Ries, è la migliore di tutto il diciannovesimo secolo (scordando l’apporto di Kuhlau, però).
Gli altri tre lavori rientrano nella maggioranza minore: tuttavia si segnala la bellissima sonata in sol maggiore, che un incipit dolcissimo e melodico che rimanda alla musica biedermeier del tempo, e un meraviglioso larghetto brevissimo (un minuto e quaranta secondi), e le Variazioni su un inno portoghese, un chiaro esempio di come canti religiosi si siano innestati su melodie appartenenti a musica derivata da altre fonti: infatti il tema su cui si innestano le sei variazioni, è quello famosissimo di Adeste Fideles. La musica originale fu composta non si sa con certezza se da Sir John Francis Wade (che è quello riconosciuto dai più), John Reading (seconda metà diciassettesimo secolo) o Re Giovanni IV del Portogallo (prima metà del diciassettesimo secolo). Secondo altre fonti, il tema musicale deriverebbe da una musica irlandese; secondo altre ancora, sarebbe addirittura una reminiscenza arrangiata tratta da un motivo di Haendel. Il perché Ries gli avesse attribuito una genesi portoghese, è spiegabile probabilmente col fatto che tale musica divenne famosa in Europa dopo che venne suonata nell’Ambasciata Portoghese a Londra
Esecuzioni eccellenti di Matteo Napoli e Uwe Grodd (il secondo oltre che famoso flautista anche direttore d’orchestra).

Pietro De Palma



domenica 2 agosto 2015

p mf f. Pianoforte Marco Falossi Fantasie (Horowitz, Blumenfeld, Busoni, Saint-Saens, Massenet, Ljadow, Liszt, Falossi) - CD Velut Luna

Facendo ordine, cercando di trovare nuovo spazio per i miei CD che sono diventati una marea, mentre lo spazio di casa utilizzabile è sempre quello, ecco che è spuntato da sotto una pila, un disco che neanche pensavo di avere. Mi son chiesto: ma dove mai l'avrò acquistato? Ho una certa memoria per i CD che acquisto, per cui mi son convinto prima e mi son ricordato poi, che me l'hanno regalato. Ma cosa? Un disco di Marco Falossi.
Marco Falossi? E chi è mai Marco Falossi?
E' un pianista, che compie 50 anni quest'anno (se non li ha già compiuti), nato nella provincia di Firenze, ma formatosi a Milano e diplomato con Piero Rattalino. Non mi pare che abbia vinto molto: mi pare di aver letto il T.I.M. di Roma, un Concorso che aveva messo su Luigi Fait. Ma al di là di cosa abbia vinto, se insegni e dove, Falossi è conosciuto per le sue doti di pianista supervirtuoso, un pianista "da circo" insomma, dove "da circo" non è affatto un termine spregiativo ma sta a indicare un pianista dalle doti funamboliche: del resto anche Czyffra lavorò in un circo come pianista in cui dava modo al pubblico di ammirare le sue non comuni doti!
Tuttavia Falossi non solo è un eclettico pianista ma anche  un eclettico compositore. E qui uso l'aggettivo eclettico in maniera riduttiva: è un compositore assai difficile a collocarsi.
Mi ricordo che tanti anni fa, quando andavo a Milano sia per incontrare amici che seguire dei concerti (ehm...comprare libri, dischi e quant'altro), quando si parlava di musica classica, i discorsi cadevano anche su quelli che erano in quei tempi i pianisti di cui si parlava di più: si parlava di Kamenz (che partecipò a quattro o cinque Concorsi Busoni senza arrivare mai a vincerne uno) che dopo tanti anni è diventato oggi un gran bel pianista; si parlava di Baglini, di Bellucci (mah, non mi hanno mai del tutto convinto, non so perchè, anche se tanti impazziscono per loro: sarà...); si parlava di Igor Roma; ma si parlava anche di Falossi. E qualcuno scherzava su di lui.
Son passati venticinque anni quasi. E mi trovo davanti questo disco di Falossi, che dovrebbe essere stato pubblicato una decina d'anni fa e ha per titolo un acrostico: pmff, cioè pianoforte marco falossi fantasie.
Un disco di fantasie? Una gran parte, certo. Per di più, tutte quelle che vengono indicate come fantasie sono state composte da lui, mentre i pezzi restanti sono trascrizioni e opere originali, di:
Sousa/Horowitz (Stars and Stripes Forever), Blumenfeld (Suite Lyrique op.32 n.9), Busoni (Trascrizione della Toccata e Fuga in Re min. di Bach), Saint-Saens/Godowsky (Il Cigno), Anonimo (Santa Lucia), Massenet (Improvviso n.1), Ljadow (Tre preludi op.11 n.1, op.31 n.2 e op.40 n.3), Mendelssohn/Liszt (Marcia Nuziale).
Le sue Fantasie, se uno si aspetta che siano al modo di quelle di Liszt o di Czyffra, faranno rimanere un po' stupiti: mentre infatti alcune sono fantasie su un tema base che è riconoscibilissimo, altre, personalmente, più che fantasie, più che trascrizioni, mi paiono delle permutazioni, come certi pezzi di Schumann, sviluppati non sulla base del motivo originale quanto di quello che lui aveva trasformato idealmente; un po' come la differenza che esiste tra un cubista ed un astrattista. L'idea alla base è la stessa.
Tuttavia il disco è godibilissimo: il tempo passa e non ti accorgi neanche che sia trascorso. Merito anche della scelta attuata dei pezzi da proporre, mai tediosi anzi stuzzicanti e spumeggianti.
Un'unico critica devo fare e riguarda solo la trascrizione di The Stars and Stripes Forever di Sousa/Horowitz: pur essendo suonata assai bene (in taluni punti si notano delle incertezze,ma..tutto si condona perchè è una trascrizione horowitziana) ed eguagliando il tempo di Horowitz ( 3 minuti e 50 secondi) non è come l'originale: Horowitz ci metteva del suo, era ancora più frivola e bandistica, di quanto non appaia suonata da Falossi (che a me piace molto più di quella di Lang Lang, che non è di Horowitz ma è una sua ritrascrizione). E quindi è una interpretazione unica.
Gli unici che vi siano andati vicini mi pare che possano essere solo due (Lang Lang è orribile!): Arcadi Volodos, in una fantastica ripresa della TV polacca: interpretazione di un virtuosismo sovrumano
e Francesco Libetta in una portentosa esecuzione al Miami Festival nel novembre 2001, nella commemorazione dell'attacco al  World Trade Center avvenuto due mesi prima: interpretazione più elegante.

E pensare che l'aveva imparata in soli due giorni..

Pietro De Palma