sabato 31 ottobre 2015

Sviatoslav Richter interpreta Chopin, Saint-Saens, Franck - CD Melodiya-BMG, 1995

Talvolta mi capita, col tempo, di dover acquistare in CD un qualcosa che possiedo già in LP: quando accade è sempre perchè, rispetto al vinile originale, nel CD è contenuto dell'altro.
Oggi, propongo appunto un CD, pubblicato nel 1995 (che peraltro non esiste più o quasi in quanto singolo ma in un cofanetto), di Sviatoslav Richter, che interpreta il Secondo Concerto di Chopin, il Quinto Concerto di Saint-Saens, e il Poema Sinfonico per pianoforte e orchestra "Les Djinns" di Cesar Franck. Proprio l'ultimo brano fu quello che mi fece decidere ad acquistare il CD, presso un negozio oramai scomparso, dove, fino a sei-sette anni fa, parecchi estimatori e collezionisti andavano ad acquistare dischi, ma anche sovente a discutere del più e del meno, anche perchè il negoziante, era uno che se ne intendeva di musica, vendendo strumenti, spartiti, e accessori vari.
Sia il concerto di Chopin che quello di Saint-Saens, nell'interpretazione di Richter, li conoscevo già, e li possedevo: infatti, negli anni '80, avevo acquistato un LP  Ricordi, della serie "Orizzonte" che proponeva queste leggendarie incisioni. Peraltro un LP di basso prezzo, con custodia del disco non cellofanata, come quelli della DGG o di altri marchi blasonati, ma di vile carta. Ma, poi, non è forse vero che i più grandi tesori in LP sono contenuti in dischi di etichette assolutamente sconosciute, e anche di costo irrisorio? E' questo il caso in questione (il disco non è compreso nell'elenco Orizzonte in Wikipedia).
Ma negli anni '90, qualcuno andò a rispolverare le incisioni di Richter della Melodiya, allorchè fu acquistata dalla BMG, ed ecco, dal fondo del barile, spuntò non vile feccia, ma oro sonante. Nell'ambito di una serie di più CD, questa incisione del Secondo Concerto di Chopin è la sola (Richter non incise mai il Primo Concerto): si distingue per virtuosismo, ma anche colore, poesia ed espressione, doti del Richter già più maturo (come non ricordare l'Andante e Grande Polacca nella versione del 1960 a Londra?), mentre Svetlanov, che dirige la URSS Symphony Orchestra, al confronto mi sembra un manichino. Niente da spartire con le altre esecuzioni, presenti in questo stesso CD, dirette da Kondrashin.
Va detto che l'incisione dello Chopin risale ad un'epoca in cui Richter era già enormemnte conosciuto in Occidente (1966), mentre sia Saint-Saens che Franck risalgono a molti anni prima, almeno 13-14. Non poco nell'evoluzione stilistica del grande pianista sovietico. Questi due concerti, già poco conosciuti o addirittura sconosciuti, come nel caso del pezzo di Franck, sono quindi delle scoperte assolutamente originali. Richter, quando li presentò al pubblico, aveva 37-38 anni: aveva vinto da poco tempo il Premio Stalin, ed era quindi in URSS uno degli artisti più in vista; e anche più graditi al regime comunista. Del resto, sia Oistrakh che Richter suonarono in occasione della morte di Stalin, nel 1953.
Voglio rimarcare l'originalità del repertorio e delle scelte programmatiche di Richter, perchè se il Saint-Saens sinfonico era abbastanza conosciuto al tempo, soprattutto per il secondo e il quarto concerto (ma soprattutto il secondo, suonato dai grandi virtuosi: Artur Rubisntein, per esempio) per pianoforte, e per i Concerti per violino e l'Introduzione e Rondo capriccioso, e per i due concerti per violoncello, non altrettanto lo era al tempo il Quinto Concerto in Fa Magg.
Infatti di questo concerto in ambito internazionale si conosceva solo la grande interpretazione di una pianista francese: era stata Jeanne-Marie Darré a eseguire in concerto per la prima volta tutti e cinque i concerti, e per di più nella stessa serata (!!!!!!) nel 1926, a 21 anni.
Quindi Richter fu il primo a riproporre, dopo la seconda guerra mondiale. questo "sconosciuto" concerto di Saint-Saens, che a metà degli anni '50 incontrò altre grandi incisioni, tra cui quella storica di Magda Tagliaferro (che possiedo in un rarissimo cofanetto),
e quella dellla Darrè che incise per la EMI l'integrale dei concerti che ad oggi è ancora ritenuta l'integrale di riferimento; infine, ci fu anche la riscoperta da parte di Aldo Ciccolini che defintivamente lo impose.
Ma la composizione di Franck, si può dire che fosse assolutamente sconosciuta al pubblico, sia degli appassionati che di quello dei musicisti di professione: non ricordo infatti che altri pianisti di gran nome l'avessero proposto e fatto proprio prima di Sviatoslav Richter. Del resto, questo proprio chiedi ai grandi: che possano rivoluzionare il gusto delle masse. Tuttavia, diversamente da Saint-Saens, questo pezzo estremamente godibile di Franck,
peraltro dopo la proposizione da parte di Richter, non si può proprio dire che sia uscito dal dimenticatoio, giacchè in tempi recenti l'ha riproposto quasi solo François-Joel Thioller in un CD Naxos, peraltro assieme all'ancor più sconosciuto Concerto n.2 per pianoforte e orchestra del compositore belga.
A questo proposito, ricordo che il primo che me ne parlò, molti anni fa, nella sua casa paterna, fu Emanuele Arciuli (almeno vent'anni fa, se non di più: eravamo entrambi parecchio più giovani), commentando un'altra incisione che si era procurato, non ricordo quale. Del resto Emanuele, pianista e uomo sempre sensibile alle novità del repertorio, l'ha proposto qualche anno fa a Milano (credo nel 2009 o giù di lì).
Si tratta di registrazioni di Richter assolutamente da possedere: già quella del concerto di saint-Saens, coglie il Richter ancor giovane, quindi esprimente una potenza al calor bianco: la velocità che prende nel terzo tempo, quello che è conformato al sesto degli Studi op.111, è veramente pazzesca, con un ritmo indiavolato, al cui confronto l'incisione di Ciccolini diventa una cosetta per bambini. Non è, lo dico chiaramente, molto ispirato nell'attacco, la cui dolcezza e sensualità vengono incarnate al massimo grado nell'attacco di Tagliaferro: questo Richter di 37-38 anni è un Richter strapazza-pianoforti, è una forza della natura, in puro stile russo.Ma il resto...
Les Djinns è parimenti un pezzo che si dovrebbe poter ascoltare più frequentemente: un klavierstuck a programma, basato sull'apparizione dei Djinns nella notte, una specie di demoni. Qui tuttavia il pianoforte è solo un altro strumento dell'orchestra e quindi è chiaro che il poema sinfonico, è tutto un'esplosione virtuosistica, non solo del pianoforte ma di tutta l'orchestra e la massa sonora è enorme, e l'uso dei fiati è massiccia. Per certi versi si risente quel tipo di sinfonismo  presente nella Sinfonia in Re composta qualche anno dopo, e in particolare la ciclicità del tema, molto drammatico e dai toni bombastici, che parrebbe persino avere dei toni da Dies Irae, quando tutta l'orchestra reagisce e riafferma il tema. E' parimenti evidente, che qui l'orchestra non ha solo il compito di dialogare, ma invece di sviluppare, e quindi i risultati migliori sono quelli in cui un grande direttore svetta sul podio e dirige una grande compagine orchestrale. E in questo caso c'è il grande Kirill Kondrashin.
Se si raffronta questa esecuzione di Richter ad altre poche presenti sul mercato ( e Thioller non gli è da meno! Eppure...) si nota subito come Richter sviluppi al pianoforte una potenza di suono impressionante, pari a quella dell'orchestra, forse anche per sottolineare il fatto che il pianoforte sia qui solo uno strumento dell'orchestra, anche se il più potente: Richter coglie meglio di chiunque altro, Les Djinns,  il passaggio di queste forze soprannaturali nella notte.
La parte del pianoforte neanche a farlo apposta, è estremamente virtuositica. Quando il pezzo di Franck fu eseguito nel 1885 da Louis Diémer,
Franck si innamorò tanto dell'interpretazione del pianista francese,  da comporre per lui le molto più conosciute Variations Symphoniques.

Pietro De Palma

mercoledì 28 ottobre 2015

HUMMEL : CHAMBER MUSIC - C.Conway,C.Tunnell, C.Croshaw - CD Meridian, 1991



Oggi propongo un delizioso CD di tre eccellenti artisti britannici, dedicato ad Hummel: Clive Conway al flauto, Charles Tunnell al violoncello, e Christine Croshaw al pianoforte.Si sa che il compositore di Bratislava oramai è più famoso e suonato in Inghilterra, di quanto accada un altro e poco in Boemia.  E la cosa è dimostrata in questo eccellente CD della Meridian, del lontano 1991.
Qualche anno più tardi, probabilmente in seguito al clamore suscitato da questo disco, veramente notevole, l’etichetta londinese pensò ad un’integrale delle Opere da Camera di Hummel, e così questo primo CD, intitolato più genericamente, “Chamber Music” e contenente il magnifico Trio per Pianoforte, Flauto e Violoncello op.78, la Sonata per violoncello e pianoforte op.104, un Rondo brillante op.109 e un Gran Rondo op.126 per flauto e pianoforte (tutte composizioni che trovano il modo di far esibire tutti e tre i musicisti), diventò il volume n.1.
Il Trio è quasi del tutto costruito sul lied ukraino Їхав козак за Дунай,  diventato famoso nella versione tedesca “Schoene Minka” di Christoph August Tiedge del 1808 che lo traspose in versi , in sostanza il canto d’addio di una donna al suo uomo che parte per una delle Campagne contro Napoleone e non sa se tornerà.  Tale melodia e tale testo diventò talmente famoso da essere musicato oltre che da Hummel, anche da Beethoven, Ries, Weber, Lessel etc..   E 'noto anche con il titolo Adagio, Variazioni e Rondo su Schoene Minka.  Infatti consta di un’Introduzione, il tema, una serie di sette Variazioni e il breve finale. L’introduzione è efficace e drammatica: è il pianoforte ad annunciare il tema, la canzone russa del titolo, per poi essere seguito da flauto e violoncello. Ed è sempre il pianoforte a lanciare la prima  delle sette variazioni, mentre il flauto domina la seconda variazione, mentre la breve terza variazione richiede una intensa attività pianistica, prima che il violoncello e il flauto si uniscano. Tutti condividono una quarta variante lirica, davanti al virtuosismo del pianoforte nel quinto.  Prima del finale virtuosistico, la sesta variazione è una tradizionale oasi di pace e tranquillità classica. Il lavoro al di là della convenzione e del formalismo, è di una tale bellezza, da rasentare la magnificenza. Ed acquista ancor di più in vertigini, per l’interpretazione iperespressiva della formazione cameristica britannica.
Cosa che per di più, limitatamente al fluato e al pianoforte, si reitera nel fascinoso Grand Rondeau Brillant op.126, che partendo da un Adagio e Mesto - una particolarità formale che abbiamo già indicato come identificativa del periodo di Hummel anche in altri articoli – di grandissima bellezza e drammaticità poi sfocia in una serie di soluzioni altamente brillanti ed eleganti.
Ancora più interessante la Sonata per violoncello e pianoforte op.104, che invece di essere dedicata ad esecutori virtuosi, è una composizione raccolta ed amabile, dedicata alla Granduchessa Maria Pavlovna (anche lei aveva composto una variazione su Schoene Minka) figlia dello Tzar russo, che seppure raccolta ancor più dell’Adagio e con espressione, si distende in una meravigliosa melodia e in una serie di variazioni esuberanti, che testimoniano l’origine pianistica soprattutto dell’inventiva hummeliana, che prima di essere biedermeier e prima di tutto classicheggiante.
E a testimoniare la grande qualità di quest’incisione della Meridian, anche il Rondo Brillante in Si minore op.109 nell'interpretazione di Christine Croshaw, direi una delle migliori in assoluto, da parte di una delle grandi specialiste del repertorio del primissimo ottocento, conosciutissima in Inghilterra e America e docente per molti anni al Trinity College.
Una delle migliori incisioni cameristiche della musica di Hummel.
Booklet risibile in un CD di alto prezzo.

Pietro De Palma



sabato 24 ottobre 2015

AKI KURODA - Burgmüller: Complete études - Cofanetto Limen (CD + DVD)



Johann Friedrich Franz Burgmüller (1806 - 1874) fu un pianista e compositore tedesco, nato a Ratisbona in una famiglia di musicisti: infatti sia il padre che il fratello lo furono. Se suo padre fu direttore di teatro musicale a Weimar, molto più famoso fu il fratello Norbert (la cui Sonata op.8 in Fa minore è stata negli ultimi tempi incisa spesso).
Friedrich Burgmüller studiò con Ludwig Spohr  e Moritz Hauptmann. Nel 1832 si trasferì a Parigi, dove rimase fino alla sua morte.  Qui diventò apprezzato docente di pianoforte e compositore, adottando lo stile parigino, e scrivendo molti pezzi brillanti e salottieri, tra cui Ballate, Notturni, Valzer e fantasie d’opera. Fu criticato da Schumann per la sua produzione dedicata ad una fascia media di pianisti: non a caso il suo solo pezzo recensito positivamente fu uno dedicato a Liszt. Acquistò fama (che detiene ancora) per la composizione di tre famose raccolte di studi usati dagli allievi di pianoforte.

Tra le sue raccolte di Etudes, dedicate  e destinate a pianisti in erba, spiccano soprattutto i 24 Studi progressivi e facili op.100, la sua raccolta più famosa. Più esigenti sono i 18 Studi op.109 (chiamati “Suite seguente” agli Studi op.100)  e ancor di più i 12 Studi op.105.
Devo dire che pur conoscendo la musica, ma non essendo pianista, degli studi di Burgmüller conoscevo bene solo la raccolta più famosa, i 24 studi dell’op.100, anche perché molti anni fa avevo acquistato presso un noto negozio di Milano, un cofanetto di 3 CD di una piccola ma interessantissima etichetta tedesca, la Studio 74, che conteneva raccolte di studi dedicati ai ragazzi, e tra queste – oltre a Czerny, Heller Mendelssohn, Tchaikowsky, Gretchaninoff, Bartok, Tajcevic. Kelemen, Stojanoff e Kabalewski – c’era appunto quella op.100 di Burgmüller. Solo che Karl-Heinrich Daehn li interpretava sotto un profilo virtuosistico, “da concerto” vorrei dire, più che sotto uno "scolastico".
Qualche anno fa la Limen, una casa discografica che ho scoperto da qualche tempo, da quando ho sentito alcune incisioni di Gregorio Nardi, ha dedicato proprio un cofanetto a Johann Friedrich Franz Burgmüller, e ad eseguire il tutto è stata chiamata la pianista giapponese Aki Kuroda, una pianista parecchio conosciuta per le sue performances e collaborazioni nell’ambito della musica contemporanea. Ma perché proprio Burgmüller? La Kuroda lo spiega in inglese, nella breve introduzione: siccome da giovane ha suonato proprio Burgmüller, come tanti studenti nipponici, ora ha voluto rivisitare l’opera, eseguendo l’integrale delle sue tre raccolte ( compendiandole con altri due pezzi). Ne esce un’interpretazione assolutamente fedele allo spirito del compositore, con un evidente intento didascalico e didattico, che emerge primariamente nell’op.100: ciascun studio è stato probabilmente pensato e realizzato, avendo in mente la destinazione d’uso finale, cioè che una tale raccolta di studi potesse diventare un utile forma di raffronto con l’interpretazione di ciascun  allievo di medio corso.
Del resto una voce mi aveva accennato al fatto che la Kuroda avesse potuto pensare questa registrazione come una sorta di riferimento didattico ad uso della PTNA (Piano Teachers’ National Association) giapponese, un’organizzazione non profit che riunisce docenti di pianoforte, facente riferimento al Ministero dell’Educazione, Cultura, Sport, Scienza e Tecnologia, una sorta di Super Ministero. E io credo, dopo aver visto e sentito l’esibizione, che questa voce poi non fosse così lontana dal vero.

E’ da dire che mentre gli Studi dell’op.100 sono brani in cui mancano certe figurazioni virtuosistiche della piena maturità, come ad es. le ottave, in quelli dell’op.105 c’è un po’ tutto, mentre gli Studi dell’op.109 si pongono a metà, come livello di difficoltà, tra le due raccolte citate.
Prendiamo in esame uno studio, nelle tre raccolte diverse: per es. il n.2.
Il n.2 dell’op.100, Arabeske, è uno studio che si dovrebbe suonare molto veloce, e come un arabesco, i cui suoni dovrebbero essere brillanti. Potrei dire che sia uno studio sulle scale, e siccome la velocità comincia da subito, è difficoltoso per l’impostazione più che altro dei livelli di suono e per l’esecuzione regolare. Però è pur sempre un pezzo abbordabile che non ha figurazioni virtuosistiche ardimentose. Lo studio n.2 dell’op.109, Les Perles, più difficile, è uno studio sulle scale con la mano destra, e come gli altri dell’op.109, dedicati ad Heller, anche questo come gli altri può intendersi come una pratica preparatoria ai Preludi e ai Walzer di Chopin. Infine lo studio n.2 dell’op.105 è uno studio molto difficile sui salti che devono essere precisi come gli accordi staccati, ripetuti e veloci, per tutta la tastiera. Vertiginoso.
Insomma, c’è un bello stacco dall’op.100 alle altre due raccolte! Ora, cosa dire della Kuroda? Qui viene il bello! Sentendo la prima raccolta, mi era parso che suonasse come per descrivere il movimento, quasi come un tutorial per eseguirlo bene. Ed  ero rimasto, lo devo dire, stupito. Ma poi, continuandola a sentire nelle altre due raccolte, ho cambiato diametralmente giudizio, confermato e anzi ampliato dalla Fantasia sull’Ernani di Verdi e dal Valzer su Giselle
Mi sbaglierò, ma nei pezzi della prima raccolta, laddove bisogna talora superare la facilità, per non farlo sembrare un pezzettino per bambini, per assurdo mi è sembrato come se la facilità e la semplicità del pezzo avessero in qualche modo assurdo limitato la scioltezza della pianista nipponica: ad esempio, in Arabeske, mi sarei aspettato una velocità maggiore maggiore. Laddove invece i pezzi abbisognano di velocità, virtuosismo e brillantezza, la pianista nipponica è veramente a suo agio, e diventa - lo devo dire - irresistibile. 

La raccolta dell’op.105, che è una raccolta veramente virtuosistica e dove parecchi studi potrebbero essere tranquillamente suonati in concerto, sotto le dita della Kuroda risplende di luce propria: ad es. lo studio n.1 in cui arpeggi , ottave e salti la fanno da padrone. Ancor maggiormente emblematica la Fantasia op.93 sull’Ernani, convenzionale nella struttura (Fantasia, Tema, Variazioni, Cavatina e Finale), che è quella di tanti pezzi ottocenteschi à la page su temi d’opera, ma estremamente virtuosistica con un po’ di tutto assieme: qui si sentono persino, nella sezione a mani incrociate, echi delle Variazioni sulla Semiramide di Thalberg.  
Aki Kuroda è chiaramente una pianista dalla tecnica estremamente brillante, vorrei dire à la Kalkbrenner, con passi di agilità, e di polso eseguiti magnificamente, ed una tendenza alla sensibilità innata per il bel suono, per il “belcanto”. Che si conferma nel Souvenir de Ratisbonne op.67 (Burgmuller nacque a Ratisbona), nel Pas de Deux , il pezzo più famoso forse di Burgmüller, composto per Giselle, che Kuroda esegue in maniera leggiadra.
Sarebbe perfetta, a mio parere, per eseguire dei pezzi Biedermeier estremamente brillanti, per es. le Variazioni sulla Cenerentola di Herz.
O come interprete bachiana.
Un’autentica sorpresa.
Qualità superlativa sia delle riprese che della resa sonora.

Pietro De Palma

P.S.
Mi dicono che il cofanetto sia in ristampa e sarà disponibile a breve.

giovedì 22 ottobre 2015

John O' Shea : MUSICA E MEDICINA. Profili medici di grandi compositori - EDT, Torino, 1991

Questo libro lo vidi per la prima volta, tanti anni fa, a casa di Emanuele Arciuli.
Abitava un tempo fuori Bari a Parco Adria (ora non più), un bel posto formato da tante ville, e la sua (cioè quella dei suoi genitori) era particolarmente bella, con un bel prato all'inglese, su cui si apriva la porta finestra della stanza in cui stava il pianoforte, lo stereo, i dischi, gli spartiti, e anche una piastra di quelle professionali a nastro. Molti miei ricordi si legano a quella stanza: quante giornate passate lì a sentire dischi! Quante volte l'ho sentito suonare! O abbiamo parlato d'altro!
Un giorno mi fece vedere un libro che aveva appena acquistato: "Musica e Medicina".
Me ne parlò molto bene. Era a suo giudizio un libro interessante perchè spiegava certe cose. E quindi me lo feci prestare, e lo legiucchiai prima di restituirlo.
Poco tempo fa l'ho ritrovato in un negozietto e l'ho acquistato.
Diciamo subito che è un libro molto interessante, ma che con la musica, quella praticata e quella composta, c'entra poco (tranne alcuni casi specifici). E' in realtà la storia di tutte le relazioni con la medicina, di grandi compositori: alcune relazioni sono istruttive in quanto possono spiegare certe caratteristiche fisiche di musicisti che interagirono con le loro composizioni e col modo di suonare , altre sono comunque curiose perchè rivelano certe situazioni, e aiutano a capire personaggi che le biografie pubbliche hanno presentato in ben altro modo.
Così si parla delle tendenze maniacali-depressive di Schumann (che vengono interpretate in vari modi), della fibrosi cistica di Chopin, del sadomasochismo in Percy Grainger, della sifilide, causa di morte e di varie malattie in Paganini, Schubert e Beethoven (in questo caso amche l'alcoolismo e una patologia cocleare); della leucemia di Bartok e del tumore di Gershwin, delle varie malattie di Mozart e della teoria dell'avvelenamento, della cardiopatia di Mendelssohn, e di molti altri casi, da Bach a Ravel, da Mahler a Delius.
Insomma, vengono sciorinate tutta una serie di probabili causa di morbi e malattie e morti di celebri compositori.
In taluni casi ci può essere la spiegazione di precise e straordinarie qualità tecnico-interpretative (nel caso specifico di Paganini e Rachmaninov), grazie a studi che hanno attribuito ad una particolare Sindrome, di cui sono citate le caratteristiche e gli effetti, il fatto che avessero mani enormi e capacità di estensione delle dita non comuni. In altri, le malattie ed il loro decorso possono spiegare taluni comportamenti.
Insomma, il libro, edito dalla EDT, una casa editrice da sempre impegnata nella Musica, si presenta come un saggio inusuale nelle sue tematiche, ma purtuttavia estremamente interessante.

Pietro De Palma

sabato 17 ottobre 2015

Anatole Kitain : The Complete Columbia Recordings 1936-39 - APPIAN Recordings (APR) -2 CD

Anatole Kitain: chi sarà mai costui?
Certamente non l'avrebbe potuto esclamare Don Abbondio, visto che Kitain è vissuto tre secoli dopo, ma...qualunque melomane o appassionato fermo ai nomi più conosciuti dell'entourage pianistico del XX secolo.
Anatole Kitain nacque da una coppia di musicisti professionisti a San Pietroburgo nel 1903, e tutti e quattro i loro figli a loro volta lo furono : Boris e Robert  violinisti, Anatole e Alexander pianisti.
Il destino di Anatole fu sotto una buona stella sin dall'infanzia, perchè a sei anni la sua esecuzione del Notturno di Glazunow davanti all'autore, gli procurò l'immediato lasciapassare per il Conservatorio di San Pietroburgo, ma ben presto con la sua famiglia dovette trasferirsi a Kiev e, nel locale Conservatorio, entrò a far parte della stessa classe di Horowitz. Ma per quanto possa sembrare strano, "il più precoce tra i due" fu proprio  Kitain, che più tardi divenne assieme a Barer(e) e Horowitz uno degli allievi prediletti di Felix Blumenfeld. Dalle note di copertina, molto esaustive, del solito Crimp, si legge che anche lui come Barer(e) eseguiva spesso nei suoi recitals lo studio per la mano sinistra di Blumenfeld.
Diplomatosi nel 1923, tempo dopo dovette lasciare la Santa Madre Russia e  cercare fortuna altrove. Fu in certo senso beneficato dall'aver vinto il Concorso Franz Liszt a Budapest nel 1933, e sfruttò bene la fama raggiunta con una serie di incisioni per la Columbia dal 1936 al 1939. Ma quando dovette emigrare in America, non riuscì lì a raggiungere e consolidare poi gli stessi successi che era riuscito a mietere in Europa, e nonostante in definitiva negli anni '40 e '50, suonasse spesso, tuttavia non raggiunse  quella fama che si era guadagnato in Europa, morendo nel 1980 praticamente dimenticato.
In questi giorni è di nuovo disponibile, dopo tanti anni, la pubblicazione di The Complete Columbia Recordings 1936-39, da parte dell'etichetta britannica Appian.


Sgombriamo innanzitutto il campo da possibilità recondite: il cofanetto di due CD non offre niente più che uno spaccato delle cose che in quegli anni, di successi europei, Kitain  portava in giro. E quindi nulla risalente agli anni del trasferimento in USA. E per di più nulla in merito a registrazioni con orchestra. Ma da quello che è inciso un'idea la si può formare.
Un fanciullo prodigio. Che una volta che cominciò a girare per l'Europa, soprattutto dopo la vittoria al Liszt, invece che proporre  nuove cose, che magari andassero bene al pubblico americano, si adagiò.
L'unico merito che gli si può certamente riconoscere è quello di esser stato uno dei primi pianisti a portare in giro composizioni di Rachmaninov, ma purtroppo non possiamo sapere in merito al Rachmaninov per orchestra .
Alla luce di quello che è contenuto nei due CD, sicuramente possiamo dire che il fatto che a differenza di Horowitz, non avesse fatto un granché di carriera, può esser spiegato anche col fatto che le sue interpretazioni furono altanelanti: un esempio? La Toccata di Schumann.
Parecchi errori, soprattutto alla fine. Nulla da condividere con Horowitz, o ancor più con Barer o Lhevinne: tra i tre io preferisco Lhevinne, perchè interpreta con più poesia, mentre l'interpretazione di Barer se è tecnicamente ineccepibile e per di più suonata con una verve virtuosistica da far paura (quasi un minuto in meno di Lhevinne, che è più veloce di Horowitz), sembra però come un "piano roll", un'interpretazione meccanicistica. Kitain.. nulla di tutto questo: una buona interpretazione, ma...
Chopin è soddisfacente. Quello che veramente impressiona è la qualità del fraseggio e il colore che sa donare ai brani; talvolta strafa come nello Scherzo n.1 di Chopin. Il colore e la sensibilità, quelli sì che erano i suoi pezzi forti! Per es. bellissimi i pezzi di Skrjabin.
Kitain incise soprattutto pezzettini, ninnoli, tra cui qualche brano superante i sei minuti, ma..veramente pochi. Sono invece preponderanti gli sketch da un minuto o anche meno, ad es. i Walzer op.39 di Brahms; parecchi studi di Chopin, qualche mazurka anche di Skrjabin. Tra i brani c'è  qualche cosa di ovviamente di Liszt, avendone vinto il relativo concorso di Budapest (tra cui 2 sonetti del Petrarca): pezzo più lungo Vallée d'Obermann (9 minuti). Tra i tanti pezzi, l'unico che mi sia veramente piaciuto e davanti al quale mi toglierei il cappello se lo portassi, è il Rondo op.16 di Chopin. Da solo vale il prezzo dell'intero cofanetto: veramente straordinario!
Non ho mai sentito nulla del genere in tutti questi anni. Interpretato ad una velocità pazzesca ma con un rispetto della materia sonora e lasciando intanto il contenuto poetico, pieno di pathos e ricco di colori. Tanto più che trattasi credo di una delle prime incisioni, se non la prima in assoluto. Interpretato, direi, secondo un gusto che non esiste più. In questo è molto vicino alla parafrasi di Godowsky da "Fledermau"s di Strauss.
Insomma, un cofanetto che non aggiunge nè toglie nulla a quello che si sapeva prima, ma che ha delle chicche da ricordare.

Pietro De Palma














mercoledì 14 ottobre 2015

Shura Cherkassy : Schubert, Chopin, Bernstein, Pabst - CD Nimbus

Il disco è un po' vecchiotto (1987), e trovarlo, per questa serie della Nimbus, è un'impresa, lo riconosco, ma...su internet si può trovare. E la ricerca vale l'impresa!
Si tratta di un CD di una serie che fu dedicata a Shura Chercassky (credo che anni fa siano stati raccolti tutti i CD in unico grande cofanetto), che ho sentito dal vivo, tanti tanti anni fa. Un pianista sommo, un dinosauro, erede della tradizione dei pianisti alla Rosenthal.
Allievo di Josef Hofmann, ossia di quello che viene ritenuto da alcuni il più grande pianista della storia, o quasi (non a caso di Hofmann aveva in repertorio Kaleidoscope), per qualche tempo prese anche lezioni da Rachmaninov, anche se la prima ad impartirgli lezioni era stata la madre.
Chercassky fu un pianista di qualità straordinarie, raffinatissimo, con un senso del fraseggio, e anche del virtuosismo d'altri tempi da lasciare sbalorditi. Le sue esecuzioni fanno ricordare, almeno a me, il modo di suonare di Moisewitsch: un virtuosismo rilassato,imperturbabilità e un attacco del tasto non percussivo ma soft. A ricordare la sua arte, ora è Steven Hough, che è stato il suo allievo.
Il disco che propongo oggi, secondo me, raccoglie forse il meglio delle sue qualità.
Innanzitutto le Variazioni su Là ci darem la mano di Chopin, dal "Don Giovanni" (il duettino tra Don Giovanni e Zerlina nell'Atto I), op.2, quelle che fecero dire a Schumann,  "Giù, il cappello, signori: un genio!". Difficilissime. E' una delle opere di Chopin che si possono far rientrare nel periodo Biedermeier. Il fraseggio di Cherkassky è straordinario, ma anche le sue doti tecniche qui sono sublimate da una scrittura pianistica assai irta di difficoltà: nella prima variazione, melodia e accompagnamento sono esplicate dalla stessa mano e nella seconda c'è un tale scintillio e moltitudine di biscrome da spaventarsi : il bello è che Chopin indica che devono essere eseguite "accuratamente".
La sonata di Schubert è un lavoro idilliaco, molto conciso rispetto alle sue sorelle più grandi, con tre tempi invece di quattro, che rinuncia allo sviluppo e al contrasto tematico tipicamente beethoveniano del primo tempo, per soffermarsi  invece sulla  melodia. Stessa cosa accade sostanzialmente nel secondo tema in cui di temi ve n'è uno solo che viene variato e infine il terzo tempo, il più complesso dei tre, con due temi legati da un breve collegamento. La particolarità di questa sonata è data dalla bellezza del secondo tema, per cui la sonata fu molto conosciuta e suonata nell'ottocento e anche nel primo novecento.
Interessantissimo anche Touches di Bernstein. Leonard Bernstein che non fu solo direttore sommo, ma prima un notevole pianista, scrisse questo pezzo atonalecome pezzo di prova per l'edizione 1981 del Concorso Internazionale Van Cliburn. Qui ognuna delle variazioni, funziona come uno studio in minatura, in cui in pratica vengono esaminati vari attacchi e vari modi di pedalizzare, tenuto conto che l'intero set, cioè l'intera composizione dura 8' 54".
E infine c'è una delle parafrasi di Pabst, quella sull'Eugene Onegin di Tchaikowsky.
A questa parafrasi, molto difficile, scritta in uno stile post-lisztiano, molto famosa a fine Ottocento (Pabst fu un allievo di Liszt, prima di diventare Professore al Conservatorio di Mosca, dirigerlo successivamente e formare una serie di grandi pianisti russi: Goldenweiser, Liapunow, Igumnow, Ostrovskaya and Goedicke ), è legato un ricordo personale. Ero assieme a Francesco Libetta molti anni fa, in estate, a Lecce. Doveva andare a fare una visita alla sua insegnante di pianoforte, con cui si era diplomato, Vittoria De Donno. Mi ricordo la casa, piena di ninnoli e di centrini ricamati. Dopo i saluti affettuosi tra di loro e le presentazioni, mentre andava a prendere una bibita, si sentirono effondersi le note di Pabst. Riconobbi immediatamente la parafrasi e domandai alla signora se avesse anche l'altra parafrasi, quella su "La bella addormentata". La Sig.ra De Donno, rimase stupita.
"Ma chi è il tuo amico?", disse a Francesco. E lui scoppiò a ridere.

Disco bellissimo.

Pietro De Palma


domenica 11 ottobre 2015

Robert Schumann : Gli Scritti Critici (con prefazione di Piero Rattalino) - trad. Gabrio Taglietti - Ricordi, Le Sfere, 1991, 2 voll.

Ci fu un tempo che ero un fissato di Rattalino: mi procuravo tutti i suoi libri, quando capitava che lo vedessi me li facevo autografare, ero arrivato ad un tale stato di "adorazione" che un mio amico carissimo, Gabriele Rota, compositore e pianista allievo di Ciccolini, che insegna al Conservatorio di Milano da parecchi anni, quando ancora insegnava al Conservatorio di Bari, e ci vedevamo settimanalmente, coniò l'accezione: Ipse Dixit! Lui lo disse! Commentando il fatto che siccome l'aveva detto Rattalino, (per me) era legge.
Altri tempi.
Però, anche se poi col tempo ho cominciato a farmi un'opinione personale di tante cose, devo riconoscere che quella persona ha scritto delle cose interessanti. Anzi..interessantissime, talora.
Tra i tantissimi scritti suoi, che io possiedo in massima parte, ce n'è uno che non gli è accreditato, e che invece dovrebbe esserlo, perchè, nei titoli non compare (sempre).  Mi riferisco all'edizione critica italiana, completa, degli Scritti critici di Robert Schumann.


Al tempo, mi ricordo, erano disponibili solo due versioni accorciate di parecchio (una di Marsilio Editore, Chopin e il virtuosismo romantico:


ed una famosa di Einaudi, La musica romantica:

Per cui, quando trovai questo malloppo, lo acquistai immediatamente. E mi ricordo che lo trovai presso la vecchia libreria Feltrinelli di Bari. E costava parecchio allora: 120.000 lire. E siccome campavo non ancora con stipendio fisso, dovevo per forza risparmiare su molto per effettuare una spesa come questa. Ma..alla cultura non si comanda, è stato sempre il mio credo!
Che sorpresa, quando trovai anche una prefazione di oltre 100 pagine di Piero Rattalino, che non si limitava in quest'opera solo ad allestire una intelligente prefazione, quanto, a compendiare l'edizione di mano di Schumann, con altre cose, tra cui l'appendice che Jansen aggiunse all'atto della prima completa edizione tedesca del 1914, sulla quale l'edzione italiana è approntata.
In questa edizione italiana del 1991,  a cura di Antonietta Cerocchi Pozzi, che si avvale della traduzione di Gabrio Taglietti, per due volumi di complessive 1168 pagine, presente nella collana "Le Sfere" di Ricordi, e giunta a non so quale ristampa, "sono  pubblicati tutti gli scritti di Robert Schumann, e cioè i suoi studi, articoli, saggi apparsi nella Neue Zeitschrif fur Musik, la rivista che creò nel 1834 con un gruppo di amici, e che poi diresse da solo fno al 1844, più i testi apparsi altrove e comunque da Schumann pubblicati in vita".
Finora, quando si è parlato di Schumann e dei suoi studi critici, si è fatto solo della critica parziale: si è voluto cioè vedere il giudizio di Schumann , confinato e ristretto solo a dei grandi nomi della musica, primo fra tutti Chopin. Ma i suoi giudizi esternati nella Neue Zeitschrif fur Musik, hanno una portata enormemente maggiore: coinvolgono tutto il milieu e tutto il mondo musicale dell'epoca, di cui Schumann si fà lettore, recensore e analizzatore attento, oltre che fine psicologo, dicendo la sua su tutta una serie di composizioni e autori, alcuni dei quali oramai sconosciuti. Si ricava così la visione di un'epoca a tutto tondo.
Nella prefazione Rattalino da una sua interpretazione o meglio fornisce una chiave per leggere, con maggiore intelligenza e perspicacia, la critica schumanniana. Faccio un esempio: quando fa riferimento al giudizio su Chopin, Rattalino scrive:
"..abbiamo parlato della identificazione di Schumann nelle Variazioni op.2 di Chopin e della linea mitica - Beethoven Schubert Chopin che egli stabilisce. Lo si nota con sorpresa nella recensione delle variazioni: in verità tutta l'approvazione di Florestan si espresse solamente, a parte un beato sorriso, nel dire che quelle variazioni avrebbero potuto essere di Beethoven o di Schubert, se solo questi fossero stati virtuosi del pianoforte (pag.51).
Andando avanti Rattalino osserva sull'inserimento di Chopin in una linea che guarda Beethoven, passando per Schubert, così come Hummel guardava a Mozart. La cosa, nello specifico, mi sembra assai interessante, perchè da essa possiamo ricavare probabilmente quella che è stata una linea di pensiero che ha voluto che Schubert fosse considerato in una falsa riga che guardasse a Beethoven. In quest'ottica, potremmo finalmente capire certe scelte e considerazioni musicali da parte di grandi pianisti beethoveniani che poi "scoprirono" Schubert. Il giudizio di Schumann a parer mio è forzato e non giusto, ma in quest'ottica si capisce tutto un movimento di pensiero, sul quale non riflettei quando, giovanissimo, lessi l'edizione di Einaudi, a cura di Luigi Ronca.
Da questo punto di vista bisogna vedere ai Concerti di Chopin come a qualcosa di nuovo. Del resto, l'importanza di liberare l'integrale impostazione schumanniana da dei limiti meramente personali, cosa che è stata per molto tempo osservata nelle edizioni italiane presistenti (vedasi quella storica de La Musica Romantica, a cura di Luigi Ronca, Einaudi), fa sì che l'intera sua opera possa essere evista con un occhio critico assolutamente privo di preconcetti. E come dice Rattalino, “una cosa è leggere isolatamente la recensione dei due Concerti di Chopin, altra cosa è leggerla dopo che sono stati da Schumann esaminati undici concerti di diversi autori”. Sono del tutto d'accordo, dopo aver letto quest'opera.
Basti dire che anche l'appassionato e il collezionista di dischi, troverà il suo pane, conoscendo dei compositori e delle opere di cui fino a quel tempo non aveva neanche sentito il nome (come accadde a me al tempo). Sentire per es. trattate opere di Jacob Rosenhain, mi spronò a sapere chi fosse mai, e vedere di cercare di procurarmi (ahimè senza risultato apprezzabile) sue opere.
Un'opera importantissima, in edizione super raccomandata.

Pietro De Palma


venerdì 9 ottobre 2015

NELSON FREIRE interpreta RADIO DAYS. The Concerto Broadcasts 1968-1979 - 2 CD Decca

Quando compro o mi regalano libri, dischi, dvd e quant'altro, accade spesso che li metta da parte, senza neanche vedere dove li abbia messi. Così accade anche che magari, come è accaduto recentemente, mi fossi fissato di non avere il sesto volume e conclusivo dell'integrale delle sonate di Clementi, eseguite da Costantino Mastroprimiano, per la Brilliant, di cui parlerò prossimamente, ed è andato a finire che l'abbia ordinato e acquistato, e poi ieri, da sotto una pila, sia spuntato fuori , peraltro scartato. Mi ricordavo infatti di avere sentito la "Didone abbandonata" fatta da Costantino, ma... Non lo conosco ancora personalmente Mastroprimiano, ma lo chiamo per nome perchè mi è familiare. Adoro il fortepianista foggiano e ho molti suoi dischi che sento quasi quotidianamente,e quindi è diventato...di casa.
Vabbè, è andata così.
Ma ieri, da sotto un'altra pila di roba che  però sapevo di non aver ascoltato, spunta fuori un interessantissimo doppio che sapevo di avere acquistato. Anni fa avevo un programma su Access, con cui impostare un database di libri, che poi avevo opportunamente modificato a scopo dischi. Andavo, esaminavo ed eventualmente non compravo. Poi il disco fisso si ruppe, e francamente perdere altro tempo a catalogare un macello di CD e LP, non l'ho. E quindi...
Insomma il doppio in questione che consiglio caldamente di acquistare, anche perchè viene venduto ancora in offerta, è quello della Decca, con Concerti per pianoforte e orchestra, registrati per incisioni radiofoniche e quindi quasi tutti live, di Nelson Freire, una emissione approntata per festeggiare i 70 anni del pianista brasiliano.
Tutti ricordano il Freire compagno per tanti anni, in sala da concerto e di incisione, di Martha Argerich, ma pochi lo conoscono in quanto solista. In realtà, Freire è nato tale, e ha inciso molto (soprattutto Chopin) ma chissà come in Italia non è mai stato incluso tra i pianisti amati, mentre lo è moltissimo in Francia, per esempio.
Anni fa uscirono dei DVD in emissione economica - vennero venduti prima separatamente o anche in cofanetto - prodotti e registrati dalla RTSI di Lugano, frutto di concerti Live. Quelli venduti separatamente sono oramai introvabili, ma il cofanetto si può trovare facilmente su Amazon. Tra questi mi ricordo anche uno di Freire, che eseguiva meravigliosamente il secondo concerto di Saint-Saens, in un programma tutto di musiche francesi (Fauré, Franck, Bizet, Saint-Saens). Un DVD meraviglioso, con un Freire al massimo della forma e in una registrazione al calor bianco. Stranamente sono DVD quasi passati inosservati.
Molto spesso i suoi Chopin vengono ancora venduti a prezzi stracciati, in registrazioni di etichette a medio prezzo (Erato, e quant'altro), ma in questo caso si tratta di dischi Decca e quindi di più facile reperimento.
Il doppio presenta il Primo Concerto di Chopin, il Primo di Tchaikowsky, e il raro Konzertstuck op.134 di Schumann (almeno assai meno eseguito di quello op.92), il Primo di Prokofiev, il Secondo di Liszt e il Terzo di Rachmaninov.
Si tratta di incisioni rimasterizate, di qualità superba, che presentano Freire in registrazioni comprese trail 1968 ed il 1979, quando aveva tra i ventiquattro e i trentacinque anni, un giovane leone. Lo si sente in particolar modo in Chopin che non mi pare sfaccettato come nel prosieguo della sua carriera, anzi, e impostato più sulla massa di volumi che non sulla sensibilità; e Schumann che mi pare sia sulla stessa falsa riga di Chopin. Gli altri pezzi, invece, più eminentemente virtuosistici, sono suonati assai bene. In particolar modo sottolineo Prokofiev e Rachmaninov. Certo non è il Rachmaninov di Earl Wild o di Martha Argerich (con Chailly) o di Jon Nakamatsu, ma comunque è un'ottima esecuzione. Prokofiev è notevole e anche Liszt (ma il miglior Secondo è quello di Richter), e così anche Tchaikowsky, che si presta ad essere suonato secondo me bene ancora quando si è giovani, per quei passi in doppie ottave . Certo parecchi pianisti stagionati lo suonano, ma se si vede bene le esecuzioni migliori sono quelle di quando erano giovani (Horowitz per esempio).
Si tratta comunque di un doppio da consigliare caldamente per la bellezza delle registrazioni e per il prezzo.

Pietro De Palma

martedì 6 ottobre 2015

Marc-André Hamelin interpreta Leopold Godowsky: Sonata in Mi minore e Passacaglia - CD Hyperion Records

Alla metà degli anni '90, quando esplose in Italia il talento di uno sconosciuto fino ad allora pianista salentino, che conquistò l'Italia e l'America con l'esecuzione integrale in concerto degli Studi sugli Studi di Chopin/Godowsky, nessuno si ricordava o quasi che Godowsky oltre ad esser stato uno dei più grandi pianisti del suo tempo, fosse stato anche compositore.
Ci aveva provato Jorge Bolet molti anni fa a sdoganarli, ma intanto erano passati degli anni, e Leopold era di nuovo caduto o quasi nel dimenticatoio: erano entrati nella leggenda o nell'immaginario collettivo quegli studi, e ci volle Francesco Libetta per tirarli fuori, spolverarli e presentarli al pubblico (ma ahimè nessuno ha mai chiesto che li incidesse). Io c'ero quando, a Milano, alle Serate Musicali, li eseguì in due serate a distanza di un anno una dall'altra (alla prima, c'erano con me Silvia, Emanuele Arciuli, Piero Rattalino e altra gente, e ricordo i sette bis che concesse; alla seconda, c'era solo Silvia: mi ricordo che nel foyer dopo il concerto, siccome lei aveva fretta di ritornare a casa e le avevo promesso di riaccompagnarla, chiamai Francesco, che ci venne a salutare. E prima che lo facesse, vi trovai Roberto Corlianò, che allora era a Cremona).
A dire il vero, Francesco aveva sì suonato in pubblico Godowsky, ma non era stato il solo italiano a sghettizzarlo. Ci aveva provato già Carlo Grante, che aveva dedicato a Godowsky una integrale con etichetta statunitense Altarus (qualcosa dovrei ancora averla). Però erano dischi difficili a trovarsi.
Una decina di anni fa, finalmente ha deciso di occuparsene Marc-Andrè Hamelin, uno dei più grandi virtuosi in giro, pianista britannico, che incide per Hyperion. E siccome Hyperion è ben distribuita in Italia, le sue registrazioni sono disponibili.
Ha registrato l'integrale degli Studi di Chopin/Godowsky (ma perchè Francesco non li incidi tu, magari con la tua etichetta?) e anche un interessantissimo disco che propongo oggi: quello con la Sonata in mi minore e la Passacaglia.
Ai primi del Novecento, i compositori, eredi del romaticismo ottocentesco, composero opere enormi: la dilatazione della forma è evidente nel primo concerto di Stenhammar per pianoforte (prima versione), nel secondo di Brahms, nelle sinfonie di Bruckner e Mahler, nella sonata per pianoforte di Dukas, nel Concerto per pianoforte, orchestra e coro maschile di Ferruccio Busoni.  Ma anche Godowsky volle lasciare in tal senso il suo personalissimo contributo.
La sua Sonata in mi minore, composta nel 1910/11, pubblicata nel 1911 e dedicata alla moglie, è enorme: dura circa 47 minuti, consta di 1003 battute divise in 56 pagine, e ha una struttura in cinque movimenti di cui l'ultimo ha una fuga e finisce con un Dies Irae. Insomma...l'apocalisse fatta pianistica. Ma la sua concezione è chiara.
Il primo movimento è nella forma sonata e contiene ben sei temi differenziati, il secondo è più lirico mentre il terzo è in forma di scherzo. Il quarto è strutturato su un ritmo di danza che richiama certe trascrizioni di Tausig, Schulz-Evler, Schuloff, e sue proprie (chi ne ha sentite o le possiede, se ne accorge subito). Il quinto, propone una introduzione che riprende i temi del primo movimento, poi un Larghetto lamentoso che si incanala in una fuga sul nome B-A-C-H, per poi finire con una marcia funebre e un Dies Irae. Questa propensione a comporre una fuga su B-A-C-H fu ripresa tempo dopo per un Preludio e fuga per la sola mano sinistra, di difficoltà terribile.
Di questa sonata esiste solo un'altra incisione rimarchevole che ricordi: quella di Doris Pines, allieva di Ernest Hutcheson, alla Juilliard School di New York , che incise su LP Genesis il primo movimento, però con una verve straordinaria, maggiore che in Hamelin.
La Passacaglia invece, segue la Sonata di quasi diciassette anni, risalendo al 1927. Consta di 44 variazioni, una cadenza ed una fuga sulla Sinfonia Incompiuta di Schubert.
Pur essendo molto meno lunga della precedente, la Passacaglia è un pezzo straordinario, molto pessimistico, che riflette la depressione di Godowsky nel periodo in cui fu composta. Il motivo fu l'imminente centenario della morte di Schubert ed infatti nel 1928 questa composizione fu per la prima volta eseguita. Io la vedo come una sorta di testamento spirituale dell'autore.
Si tratta di una passacaglia in cui Godowsky paga un contributo ideale almeno a Bach e Brahms ma in cui ne ricorda molti altri che per lui hanno avuto un senso. E così si sentono reminiscenze di Brahms, Chopin, Rachmaninov, Scarlatti etc. Nella variazione 37 c'è anche una dedicata proprio a Erlkoenig di Schubert (il cui tema è molto drammatico: la corsa disperata di un padre che vuole salvare il figlio in preda a febbre altissima che pensa di essere già nelle braccia del re degli Elfi).
Nel passato pochi sono stati i pianisti capaci di cimentarsi in questa impresa. Fra tutti occorre ricordare Simon Barere. E ci si provò pare anche Bolet, ma non la eseguì. Un altro che aveva in un primo tempo deciso di cimentarvisi, Vladimir Horowitz, malauguratamente per noi, in un secondo tempo, vi rinunciò:  " It's hopeless! You need six hands to play it! ". 
Nelle note molto dettagliate del booklet leggiamo che Abraham Chasins  nel suo libro Speaking of painists, parla di una esecuzione privata che Godowsky dette nel suo appartamento alla presenza di Josef Hofmann, Ossip Gabrilowitsch, Ernest Hutcheson e Rubin Goldmark : "And how he palyed! This was sheer enchantment, both the work itself and Godowsky's pianism. It had the cool, colorful clarity of a stained-glass window".
Marc Andrè Hamelin si districa senza apparente fatica nell'intricato bosco godoswskiano, donando un'ora di grande musica.

Pietro De Palma