venerdì 30 dicembre 2016

Gregorio Nardi interpreta Cherubini e Haydn - LImen, 2012 (CD + DVD)



Assieme ad altri dischi, il cofanetto della Limen dedicato a Chrubini e Haydn interpretati da Gregorio Nardi (contenente CD e DVD come di prammatica), l’ho ricevuto tempo fa, ma finora non ho mai avuto né il tempo né la volontà di parlare di queste incisioni. La ragione è semplice: si tratta di opere classiche, e io quando mi rapporto con opere classiche ho bisogno di tempo per metabolizzarle. Un po’ la stessa cosa che mi accade quando mi rapporto a musica contemporanea, anche se per motivi diversi: la musica contemporanea devo capirla, la musica del periodo classico devo interiorizzarla. Mi ci devo immergere: non è un processo immediato, come quando mi capita di sentire musica biedermeier o romantica, quando il mio grado di acquisizione è immediato. E’ anche la conseguenza del fatto che quelle musiche suonano con me.
La musica dei compositori classici devo invece forzatamente interiorizzarla per poi sentirla mia. Forse anche perché riconosco che quel tipo di musica è la più difficile in assoluto, per valori di astrattezza e concettualità, in grado di superare le barriere del tempo e dello spazio, e sapersi imporre a distanza di sessanta-settanta anni, in grado persino di anticipare stilemi o idee. Non a caso i compositori della seconda scuola di Vienna, parlo di Berg o Webern, guardarono al Beethoven dell’ultimo periodo (le Variazioni su Diabelli, le Bagatelle op.126, la Sonata op.111, La Grande Fuga op.133, i Quartetti op.131 e 135) come propria origine e comunque come un compositore vicino alle proprie idee.
Mi ha sempre stupito questa capacità proprio dei compositori del periodo classico di saper guardare avanti: probabilmente, ma non ne sono sicuro, questa capacità era mediata dal fatto di vivere in quel grande periodo che fu l’Illuminismo. Guardavano avanti, liberi dentro da costrizioni se non quelle del loro grande spirito, e come tali erano liberi di cercare vie nuove: non a caso, molti di loro precorrono i tempi , e non solo Beethoven. Parlo di Dussek, che influenza lo stesso giovane Ludwig e compone una Elegia funebre in memoria di Luigi Ferdinando di Prussia, in un linguaggio che è sicuramente già emotivamente romantico. Parlo di Frederick Pinto che compone delle sonate per forte-piano già romantiche nel senso stretto del termine (sonata in do minore; sonata in mi bemolle minore: da notare l’arditezza di una tonalità siffatta, non comune). Parlo ovviamente di Muzio Clementi, che influì su Beethoven e su molti compositori successivi, con una propria scuola (Moscheles, Field). Parlo ovviamente di Cherubini.
Proprio a Cherubini è dedicato il cofanetto di Gregorio. Non voglio dire che le opere di Haydn siano secondarie, ma è innegabile che il motivo di richiamo è il Capriccio (che poi è una Fantasia di tipo improvvisatorio) di Cherubini, opera mai veramente entrata in repertorio per la sua estrema difficoltà di essere inserita in un certo contesto, come peraltro tutte le Fantasie non maturate nel periodo romantico: sono mai entrate in repertorio la Fantasia di Beethoven o quella di Clementi?
La storia del ritrovamento di quest’opera di Cherubini è nota: fu trovata nel catalogo posseduto da Cortot, ma successivamente è stata praticamente dimenticata, fin quando non venne riscoperta da Pietro Spada nel 1983 e incisa su LP della Cetra. Successivamente, nel primissimo periodo dei Cd, in cui ci fu in Italia un certo fervore di iniziative discografiche, Pietro Spada riprese il Capriccio inserendolo in un’integrale con la piccola Fantasia per organo e le sei sonate (sonatine). Da allora nuovo silenzio, finchè all’alba del nuovo millennio, pare che un certo risveglio a favore dell’opera di Cherubini ci sia finalmente stata.
Parlo in siffatta maniera, perché il Capriccio è una vera e propria summa, una improvvisazione libera da pensieri, concetti e forme: è tutto e niente nel tempo stesso, e quindi può dirsi a ben ragione un lavoro monumentale e concettualmente rivoluzionario, arditissimo e libero da ogni preconcetto, in cui lo spirito di Cherubini, vaga senza sosta. E come ogni opera che trascende essa stessa, precorre i tempi. E’ un’opera del 1789, l’anno della rivoluzione francese. Può aver influenzato la rivoluzione, il sovvertimento dei principi della monarchia assoluta e del rigido conservatorismo cattolico post tridentino, su questo provincialotto di natali fiorentini, che a Parigi risiedeva in quanto chiamato dalla Massoneria a comporre? Io penso di sì. Ma al di là di ciò, se mi pare probabile la spinta visionaria della rivoluzione che abbatte i vincoli e dà la possibilità a qualunque uomo di divenire arbitro di se stesso, come nella più pura tradizione illuminista, Cherubini sonda territori mai sondati prima con un’opera che si chiama Capriccio, ma che è più propriamente una Fantasia monumentale in cui una quantità indescrivibile di idee, ognuna libera da legami con le altre, è di per se stessa importante:  anticipa la drammaticità beethoveniana (Cherubini fu ritenuto il più grande compositore drammatico del suo tempo da Beethoven stesso), anticipa la trasudante semplicità melodica di Schubert in un Andantino che potrebbe essere stato benissimo scritto dal viennese trent’anni dopo, ma che risuona un po’ come i motivi che avrebbe cantato col violino Paganini vent’anni dopo. C’è una evidente estrinsecazione contrappuntistica e al tempo stesso la realizzazione che la rivoluzione che Muzio Clementi aveva impresso al forte-piano, strumento che godette in quegli anni di una vera e propria ascesa e conquista di consensi, con l’applicazione di un  virtuosismo pianistico che fece notevoli proseliti (Beethoven stesso), aveva fatto anche un'altra vittima. In questo lavoro di Cherubini sono evidenti le ottave spezzate, per cui Clementi e la sua scuola furono famosi, e che fecero scuola, influenzando anche le ottave beethoveniane. Ma la cosa che lega di più Cherubini a Beethoven, è la solenne fuga finale che anticipa quella della Sonata op.106.
Cherubini doveva conoscere sicuramente le sonate dell’op.2 di Clementi e in particolare la sonata op. 2 n.2. Ma anche Clementi dovette conoscere Cherubini e la sua opera, se gli dedicò lo Studio n.50 bis del Gradus, un Canone, e le Sonate dell'op.50 (la terza "Didone abbandonata" possiede un patetismo lirico e classico, più vicino a Cherubini che non alle opere precedenti dello stesso Clementi).
Francamente, fiorentino Nardi, fiorentino Cherubini, romano Clementi, esuli entrambi in terra straniera, un’incisione che li avesse accomunati sarebbe stata perfetta. E non credo, conoscendo Gregorio, che l’idea non l’avesse accarezzato, nella genesi discografica. Non può non aver messo assieme Clementi e Cherubini, due dei più grandi compositori italiani per tastiera, nei suoi pensieri. Ma…mi son chiesto più d’una volta, per quale motivo poi non è seguita la realizzazione? Mistero. Risolto solo sentendo il consueto e illuminante commento, una sorta di guida all’ascolto, che Gregorio, finissimo studioso e musicologo, acclude ad ogni sua incisione. Solo così ci si spiega perchè accanto a Cherubini, non sia stato messo Muzio Clementi e /o Giovanni  Marco ( Maria) Rutini, un altro innovatore (precedente) della tecnica, allora solo clavicembalistica, fiorentino di natali e di morte, ma di scuola napoletana (avendo studiato con Leonardo Leo a Napoli).
Ecco allora Haydn. Perché Haydn ?
Evidenzio i possibili contatti tra i due musicisti, giacchè Gregorio Nardi è famoso per la concettualità dei suoi programmi: se mette due cose assieme è perché esiste qualcosa che le accomuna.
Radici massoniche? Entrambi Cherubini e Haydn erano massonici (anche Mozart), amici.
Entrambi erano esuli : Haydn a Londra, Cherubini a Parigi.
Entrambi sono tra i primi a dare a temi popolareschi una santificazione da parte della musica importante.
Di quest’ultimo aspetto c’è in effetti un richiamo nel Capriccio di Haydn, presentato da Gregorio: una serie di variazioni anche contrappuntistiche su una sciocchezzuola, un tema popolare. Gregorio lo mette al centro della rivoluzione haydniana, in quanto composto molto prima dell’attribuzione dell’opera: scrivendo un’opera basata su un tema popolaresco, cosa che diventerà sua peculiarità quasi, Haydn getta le basi nel 1765 dell’ondata che porterà i compositori nazionali a rivendicare il patrimonio delle proprie terre: Paganini prima, Schubert e Weber poi, Liszt, fino ad arrivare a Dvorak, Bartok e Martinu. Non si capirebbe però per quale motivo poi inserisca l’Andante & Variazioni (La Sonata in fa minore) e le ultimissime (l’ultima composizione pianistica da lui ideata ) variazioni sull’inno nazionale austriaco da lui stesse composte in onore del Kaiser Franz. Potrebbe essere la natura intima delle opere? Le Variazioni? Tutte e tre le opere contengono in sostanza delle variazioni. Ma poi, perché?
In realtà Nardi suona queste opere e le inserisce nel disco perché ancora una volta l’elemento del ricordo, della rimembranza dei nonni, che vivono in lui e lo accompagnano ogni giorno nel suo studio in via delle Pinzochere (quattro pianoforti, tappeti, quadri, libri: sembra di essere nel famoso quadro di Josef Danhauser, dove Liszt suona il piano e gli sono vicini tutti i suoi amici, da Rossini a Czerny, a Marie d’Agoult) possa estrinsecarsi: tutte le opere haydniane presentate sono legate al ricordo dei suoi nonni, oppure a quelli di Buonamici di cui il nonno era stato allievo, e siccome Buonamici lo era stato di Liszt, ne deriva che Nardi è uno degli ultimi eredi della scuola lisztiana, diciamo della prassi lisztiana.
Sorprende come suoni la Sonata in fa minore, perché normalmente quest’opera che ha un richiamo funereo (lo spiega lui  molto bene nelle note a voce), nell’interpretazione di Nardi suona più disinvolta, non legata a qualcosa di tragico. Ora, per come lo conosco io, Nardi è un pianista estremamente concettuale, forse il pianista più intellettuale che conosca, e quindi se suona un brano in un certo modo, non è perché si alzi la mattina così, o perché una tradizione pianistica esecutiva abbia fissato un canone interpretativo: deve esistere qualcosa. Per quale motivo – pensavo – Gregorio l’ha suonata così? Ho dovuto aspettare la fine del Video (a me piace quando c’è il video, vedere il dvd e non sentire il cd, perché l’esperienza visiva unita  a quella sonora, rivela tante piccole cose che sfuggono: l’espressione per esempio del pianista), per capirlo: Nardi inserisce Haydn nella grande tradizione illuminista, e come tale gli attribuisce quella saggezza che solo i grandi padri hanno, nel riconoscere che la morte è solo un passaggio.
Nardi riconosce in Haydn il compositore più vicino a lui, e forse qui si spiega la predilezione per l’austriaco. In sostanza Nardi è un intellettuale molto profondo ma che non ha perso la freschezza del fanciullo, che condivide con Haydn il senso di immediatezza e anche la solitudine interiore. Per come lo vedo io, Gregorio legatissimo al territorio in cui vive, condivide con altri personaggi della cultura musicale italiana (Pollini, Isotta, Principe, etc..) il senso di appartenenza alla tradizione e cultura di area mitteleuropea, anche in quanto ultimo allievo di Kempff. In Gregorio tuttavia, la cosa è mediata dalle sue origini: più che a Bernhardt o a Thomas Mann, Nardi è vicino alla cultura classica di area tedesca: a Hoelderlin e a Novalis. Come tale, la scelta di Haydn può avere una prima spiegazione. Tuttavia la vera essenza del disco, la comunanza di intenti, il nesso interstrutturale tra Cherubini e Haydn lo devo cercare nella natura di interprete: avevo detto prima che Nardi è l’interprete più intellettuale che conosca. Per certi versi è molto vicino a Pollini: entrambi si rifanno culturalmente all’area tedesca ed entrambi sono versati alla musica contemporanea. Tuttavia la cosa più singolare che condividono, è l’attenzione più che alle grandi forme musicali, a quelle piccole, alla microstruttura, ai legami nascosti e intimi tra le varie sezioni (vedere per esempio l’interpretazione delle ultime tre sonate beethoveniane di Pollini a Salisburgo, nel 1996).
L’opera di Cherubini è giustamente un’opera monumentale, ma che è formata da molte sezioni, da moltissime idee, da molti nuclei che entrano in relazione con altri, a formare delle connessioni strette e singolari. Le opere di Haydn, presentate, non sono altro che la sommatoria di sezioni , di parti più piccole, le une rapportate e connesse alle altre.
E’ questa l’anima del disco?
Non lo so.
Certamente il Capriccio di Cherubini è più vicino alle opere di Haydn (che è pur sempre un compositore coevo) che non a quelle di Beethoven (semmai è Beethoven che è vicino a lui). Ecco perché, pur essendo pur sempre interessante, la proposta di Davide Cabassi di accostare il Capriccio di Cherubini alle Sonate op.27 di Beethoven, mi lascia perplesso. Non tanto per la struttura della forma, quanto per l’afflato che le possa legare.
Coincide con la pubblicazione Limen con l’anima dell’interprete?
Sicuramente.
Ma penetrare in Gregorio è difficile. Non è mai quello che potrebbe sembrare. Bisogna avere pazienza: il premio è riuscire ad entrare in un mondo che può diventare anche il tuo, se rispetti gli altrui principi.
Inutile spendere molto sul valore dell'interpretazione: molto intensa e partecipata.

Pietro De Palma

sabato 10 dicembre 2016

Muzio Clementi: P. Spada, C. Mastroprimiano, V. Horowitz, M. Tipo, L. Berman, N. Demidenko, V.Vitale

Quanto ero poco più che ventiseienne, uscì l'integrale in Cd dell'opera pianistica di Muzio Clementi, realizzata da Pietro Spada per la Frequenz, che era una casa discografica italiana, che pubblicò anche altro sempre suonato da Spada, ad esempio Cherubini e Bach, e che, oltre a cimentarsi in CD DDD, pubblicava parecchio materiale storico di classica e anche qualcosa di jazz.
Chi meglio di Pietro Spada avrebbe potuto interpretare Clementi? Perchè ? Perchè Spada, che oltre a pianista era ed è un noto musicologo ed editore ed uno dei massimi conoscitori dell'opera di Clementi al mondo, aveva curato la pubblicazione di tutte le opere del compositore di natali toscani, tra cui parecchi inediti. Del resto prima di Spada, solo una aveva cercato di incidere tutte le sonate di Clementi: Maria Tipo. Erano usciti, che io ricordi, quattro cofanetti di LP, con parecchie ma non tutte le sonate. Una quasi integrale che aveva lasciato parecchi (tra i quali il sottoscritto, che ha tali cofanetti) con l'amaro in bocca. Quando la Tipo aveva realizzato quelle incisioni per la Nuova Fonit Cetra, era un'affermata interprete classicista, soprattutto di Beethoven. Quindi la scelta di affidarle Clementi era perfettamente legittima e capibile. Ancor oggi alcune di quelle sonate sono meravigliose da scoltarsi. Ahimè lasciò l'opera incompiuta. Ecco allora Spada.
Occasione troppo ghiotta per il collezionista e l'amatore di papparsi tutta l'opera clementina (o quasi). Invero era una integrale che comprendeva tutte le Sonate e tutti i Capricci, ma non tutto tutto (tanto per intenderci): mancavano parecchi pezzi sciolti, il famoso Gradus di Studi,  le Monferrine, oltre a taluni set di variazioni. Tuttavia questa edizione fu, almeno a mio parere, un successo, sia nelle intenzioni di Spada (intenzioni filologiche) sia nella lungimiranza dell'edizione discografica: che io sappia, infatti, questa è l'unica opera, o una delle pochissime al mondo che dalla data di pubblicazione ad oggi sia ancora rinvenibile in qualche negozio. Parecchie edizioni di pregio della DGG, della DECCA e della PHILIPS sono oramai introvabili, ma questa controcorrente è ancora trovabile. Perchè? Per una fortunata serie di eventi che coincise con l'acquisto di molte incisioni della Frequenz da parte della Tedesca ARTS, anche l'integrale di Clementi suonato da Spada, fu rieditato da ARTS e riproposto in una edizione con marchio diverso. Ancor oggi, è possibile trovare materiale della ARTS.
Con la ARTS, Spada realizzò poi il completamento dell'opera pianistica di Muzio Clementi, incidendo, tre CD complementari comprendenti il GRADUS, Le Monferrine, e di tutto il materiale spurio. Se per la realizzazione dell'Integrale di Sonate e Capricci, era ricorso alla collaborazione di Giorgio Cozzolino (per quanto riguarda i Duo), per i Duettini, incisi nei restanti tre CD, si avvalse della collaborazione di George Darden.
Con la pubblicazione dei tre CD, Spada può dire di aver inciso una integrale perfetta, e questo perchè Spada oltre ad aver inciso le opere, ha curato anche la pubblicazione di opere: non tutti sanno infatti che il pianista è anche un importante editore dell'ambito editoriale di musica stampata.
L'integrale di Spada è pertanto a mio parere necessaria per chi ami Clementi pianistico, perchè qui trova tutto, anche le incisioni di edizioni variate rispetto a quelle maggiormente conosciute.
Pietro Spada, che incise anche con la RCA negli anni sessanta (ho un Lp di Liszt, ma ne fece un'altro con la Fantasia quasi sonata), è conosciuto solo dagli addetti ai lavori, ma è stato uno dei più attivi pianisti italiani, avendo inciso oltre a tutta l'opera di Clementi, tutta quella di Fields, Donizetti, Paisiello, etc.. Non a caso la sua casa di edizioni ha avuto sin dal principio il precipuo scopo di diffondere in particolar modo la musica negletta italiana, mediante edizioni e anche edizioni discografiche.
La sua integrale ha la particolarità di essere completa, ma veramente!  Tuttavia se è una integrale completa è suonata con un respiro sempre uguale: non ha momenti da ricordare nè tantomeno da dimenticare. 

Invece l'integrale di Costantino Mastroprimiano, per la Brilliant, pur riguardando solo le Sonate e qualche pezzo sciolto come le 12 Monferrine op.49, e non anche altre composizioni prime fra tutte il Gradus, pur essenso quindi meno completa, possiede un livello di sintesi e qualità decisamente più alto. Mastroprimiano, un nostro conterraneo, foggiano diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Giordano di Foggia e specializzatosi in fortepiano presso l'Accademia Chigiana di Siena, è universalmente conosciuto oltre che come studioso e teorico, profondo conoscitore degli abbellimenti e di tutta la pratica fortepianistica, come uno dei massimi fortepianisti al mondo in questo momento: lui, Andreas Staier, John Khouri e qualche altro. Direi cinque, sei in tutto.
Mastroprimiano prima che essere un pianista è uno studioso della pratica fortepianistica e degli strumenti: non a caso la sua integrale è la più filologicamente interessante e notevole, per l'uso non solo di fortepiani autentici o copie, ma anche per l'aver associato un determinato strumento a delle date composizioni del periodo in cui detto fortepiano era in auge. L'esecuzione clementina diventa con Mastroprimiano un escursus nella storia della tecnica fortepianistica, e dell'evoluzione dello strumento, perchè Clementi stesso determinò il progresso tecnico del pianoforte, componendo pezzi che valorizzassero i vari fortepiani del suo tempo, e quindi si pose, assieme a Beethoven e a Dussek, in stretto rapporto anche coi costruttori di pianoforti: il compositore-pianista valorizzava e componeva per gli strumenti nuovi, e i produttori di pianoforti erano incentivati a progredire nella progettazione affinchè i compositori componendo diffondessero i loro pezzi pregiati. Una collaborazione che fu alla base dell'ascesa del pianoforte come strumento di intrattenimento principe. La sua integrale è quindi estremamente godibile: devo dire che la sua Didone abbandonata è splendida, e vi sono molti altri momenti in cui il suo modo di suonare, molto raffinato, produce un significativo piacere di ascoltare il brano. Anche perchè il suono non è quello prodotto dal pianoforte moderno tipo Steinway, ma da un fortepiano del 1826, tipo Broadwood. Con sonorità del tutto diverse (ancora molto metalliche).
Tuttavia, ancora a tutt'oggi, devo riconoscerlo, il miglior disco singolo di sonate clementine è ancora quello della RCA Victor di Horowitz: la sonata in sol minore op.34 n.2  e la sonata op.25 n.5 in fa diesis monore, da lui interpretate, sono delle gemme rare, dei pezzi unici. Un'altra interpretazione rara come intensità e lirismo è quella di Maria Tipo della Sonata in Fa diesis minore, mentre di altre interpretazioni clementine, la più irruente e al calor bianco che mi ricordi è quella di Lazar Berman (Sonata op.40 n.2 in Si bem. minore).
Le altre, a parer mio lasciano il tempo che trovano, anche quella di Shelley (per la Hyperion), onesta ma piatta. Un gradino sopra l'incisione sempre per la Hyperion, di una scelta di sonate da parte del virtuoso russo naturalizzato britannico, Nikolai Demidenko, che fornisce una prova alta e ssotenuta, in quanto ad intensità. Demidenko oltre a Cleenti ha riscoperto per una casa importante come la Hyperion , aperta da sempre alla valorizzazione di orizzonti sconosciuti, anche altri autori negletti, come ad es. Vorisek.
Da ricordare infine l'incisione del Gradus della pianista francese Danielle Laval (Decca), una pianista specializzata nel repertorio di primo ottocento (ha inciso anche Hummel), e quello in 5 Lp per la Fonit Cetra di Vincenzo Vitali e suoi allievi: Carlo Bruni, Michele Campanella, Franco Medori, Sandro De Palma, Laura De Fusco, Maria Mosca e Aldo Tramma. A proposito di questa incisione mi ricordo che l'aveva (immagino la possieda ancora) Emanuele in casa sua. Mi ricordo che Emanuele (Arciuli) era piuttosto stupito del fatto che a me piacesse moltissimo (e piace tuttora!) il Gradus, lui che definì alcuni studi, delle cose "tossiche". Mi ricordo questa accezione. Che era probabilmente da mettere in relazione al fatto che alcuni Studi del Gradus imposti da studiare come pratica pianistica, fossero poi finiti per diventare odiosi.
Chi come me non è invece un pianista può vivere il Gradus come pura esperienza musicale.

P. De Palma




giovedì 8 dicembre 2016

Dmitri Shostakovich : 24 Preludi e Fughe op.87 - Tatiana Nikolayeva. DVD Medici Arts

Tatiana Nikolayeva fu una grande pianista sovietica.
Nata nel 1924, allieva di Alexandr Goldenweiser, salì alla ribalta quando nel 1950 vinse il Bach di Lipsia. Non fu una vittoria come tante, ma un tassello importante nella sua carriera: infatti, delle numerose incisioni, sono note soprattutto quelle bachiane; tuttavia quella partecipazione fu importante anche perchè conobbe in quell'occasione il compositore sovietico Dimitri Shostakovich, che a lei si legò con stabile amicizia e a cui dedicò proprio i suoi 24 Preludi & Fughe op.87.
Di quest'opera la Nikolayeva fu la prima interprete, e ancora in vita quella più accreditata.
Morì nel 1993 in seguito ad una emorragia cerebrale mentre suonava per l'ennesima volta quest'opera di Shostakovic.
La Nikolayeva è stata oggetto negli ultimi anni di pareri discordi: c'è chi ritiene che sia stata sopravalutata come interprete, proprio per la dedica a lei dell'opera di Shostakovich; e chi invece afferma che sia stata una grande interprete, non solo di Bach: da ricordare infatti, nell'ambito della sua discografia, almeno, pur tra numerose incisioni, quella del secondo concerto di Tchaikowsky, che alcuni ritengono superiore al primo, forse e senza forse meno famoso, ma anche più lungo. La Nikolayeva incise la prima versione di questo concerto (cioè quella integrale) mentre altri pianisti l'hanno incisa nella versione accorciata.
Un DVD dellla Medici Arts , qualche anno fa, l'ha immortalata nell'incisione più famosa, in certo senso quella a lei connaturata: l'integrale dei 24 Preludes & Fugues di Dmitrj Shostakovich, di cui fu la massima interprete in vita.
E' una registrazione video che la ritrae ovviamente negli ultimi anni. Sembra essere un omaggio a Shostakovich, tanto è granitica e celebrativa: sembrerebbe un quadro. E' come se la pianista fosse in posa: la telecamera la riprende di profilo, di fronte o girandole attorno ma mai insinuandosi come in certe produzioni transalpine (per es nel dvd di Mosaingeon che fu girato per il concerto di Libetta a la Roque d'Antheron, la telecamera è addirittura sopra alla testa del pianista, e riprende le mani sulla tastiera), sembra quasi rispettosa della Nikolayeva, vestita come una vestale (abito nero, capelli bianchi raccolti da uno chiffon pure nero), una sacerdotessa che stava officiando un rito.
Del resto l'opera di Shostakovich, da molti è considerata una delle opere per pianoforte più grandi del XX secolo o almeno il capolavoro pianistico del più grande compositore sovietico: 24 pezzetti che raccontano una storia, la sua storia o la storia dell'URSS fino a quel momento: Shostakovich  fu sotto Stalin uno dei compositori più rappresentativi, ma non fu mai artista di regime, anzi dovette subire in più occasioni boicottamenti. Certo la Sinfonia n.5 e la Sinfonia n.7 contribuirono a tributargli il favore delle masse e anche di una certa parte della critica più illuminata, che fu definitivamente conquistatacon la decima sinfonia, quella in cui ritrae con le sonorità terribili la figura di Stalin.
I brani che si alternano sono intimi, cullanti, come il primo in Do M. ma anche rutilanti, in cui il tributo a Bach è riconoscibilissimo, come il secondo in La minore, a cui seguono un terzo in Sol M., quarto in Mi minore e così via. La sequenza dei brani scritti nelle 24 tonalità maggiori e minori prevede non una consequenzialità sulla base delle coppie minori e maggiori Do Magg-Do minore, Do diesis magg./ Do diesis minore, ma su una sequenzialità  crescente di tonalità maggiori e  minori: Do Magg.-La minore, Sol Magg/Mi minore: al Do magg della scala maggiore senza diesis in chiave corrisponde nella scala minore il La minore e così via, cosa che è associabile del resto alla  ripartizione prevista da Chopin  (Preludi op.28).  Direi che qui c'è lo spartiacque con Bach a cui pure l'opera di Shostakovich è chiaramente ispirata: infatti il Clavicembale ben temperato segue in ambedue i libri, la ripartizione dei brani secondo lo schema della maggiore e della  minore di uguale tonalità Do magg/Do minore, Do diesis magg/Do diesis minore, Re magg/Re minore, Mi bem magg./Mi bem. min, e così via. Quindi in certo senso l'opera del russo, pur volendo essere un tributo a Bach, segue purtuttavia un'altra via.
Nell'opera di Shostakovich, ogni fuga è fondata su un breve motivo estratto dal relativo preludio.
La Nikolayeva non si permette degli stravolgimenti o comunque delle letture diverse che pure sarebbero consentute a chi per tutta la vita, cioè in stagioni diverse della sua, ha interpretato lo stesso pezzo. Se lo stesso brano a seconda del periodo storico può assumere con Richter un diverso minutaggio, con la Nikolayeva la stessa opera di Shostakovic non si discosta mai sostanzialmente da altre precedentemente incise. E' come se lei si fosse assunto l'onere di tramandarlo senza permettersi il minimo scostamento, la benchè minima interpretazione autoritaria o personale.
Del resto pochi, durante la vita della Nikolyeva, si permettevano di incidere questo Shostakovich, che sembrava essere quasi di proprietà della pianista russa. Uno dei pochi che li incise fu Richter:  se non sbaglio il 22^ e il 24^ . Non a caso, dopo la morte di Tatiana Nikolayeva, sono fiorite le interpretazioni: da quella provocatoria di Keith Jarrett all'ultima più tradizionale di Ilya Blinov.
Ma il fatto che la videoregistrazione fu effettuata nel 1992, pochi mesi della sua morte per emorragia cerebrale, fece sì che l'incisione assumesse un vero e proprio valore testamentario.
Quindi, se il DVD ha un valore pressochè unico, non altrettanto dicasi della confezione della Medici, che propone uno striminzito foglietto, dove manca il benchè minimo accenno all'incisione o alla figura della pianista, ma vi è solo riportato il contenuto, cioè i 24 Preludi e Fughe distinti per tonalità.


Pietro De Palma

mercoledì 30 novembre 2016

Beethoven : Integrali Quartetti per archi - Quartetto Emerson (DGG), Quartetto Italiano (Philips: ora Decca)



Quando ero ragazzo ricordo che il primo Lp che comprai con i Quartetti di Beethoven fu quasi per caso: era il mio onomastico, 29 giugno, e da noi al Sud Italia si festeggia anche l’onomastico. Diciamo che laddove c’è una forte tradizione cattolica, l’onomastico dovrebbe essere festeggiato. Comunque sia avevo raggranellato qualche soldino (avevo circa diciotto anni) e passai dalla Standa. C’era il reparto dischi, me lo ricordo, Linea Tre della RCA: erano incisioni di fascia economica, copertina cartonata, custodia in carta mentre la fascia alta Red Seal aveva la custodia di carta ma cellofanata all’interno. Incisioni di grande pregio ma uscite già di catalogo. Un po’ come la Fontana Argento che riproponeva le incisioni già edite precedentemente dagli LP Philips, o l’etichetta Argo per la Decca. Fatto sta che tra i tanti Lp, scelsi uno col Quartetto di Vienna che eseguiva il primo dei tre quartetti dell'op. op.59  "Rasumovsky", quello in Fa maggiore. 
Sentivo talmente tanto questo disco (avevo un vecchio giradischi Lesa) che alla fine i fruscii e gli scoppiettii resero necessario che acquistassi degli altri. E così cominciò la mia collezione dei quartetti di Beethoven. Formata in massima parte da incisioni complete de Il Quartetto Italiano, Quartetto Amadeus, Quartetto LaSalle, Quartetto Melos (quartetto che ho molto amato) e da quelle quasi complete del Quartetto di Budapest e anche il Juilliard se ricordo bene, oltre a incisioni di quartetti singoli (molte).
Tra quelle ricordate, a parte dell’esecuzione del LaSalle, approcciata a sonorità di musica tipicamente contemporanea, la migliore io ritengo sia stata per affiatamento e profondità di interpretazione, quella del Quartetto Italiano, nella formazione leggendaria (con alla viola Piero Farulli). Una delle migliori esecuzioni incise in disco che io ricordi, e che io possegga. La profondità dell'approccio dei quattro grandissimi interpreti storici del Quartetto Italiano (Borciani, Pegreffi, Farulli, Rossi) non lascia spazi di riflessione: sensualità nel quartetto op.18 n.6, giocosià in quello op.18 n.4, sogno nel quartetto delle Arpe, leggiadria nei 3 quartetti Rasumovskj, forza impetuosa e cerebralità nell'op.130 e 133, melanconia nell'op.131.Si tratta indubbiamente di un'esecuzione di valore leggendario, impreziosito dalle sonorità struggenti degli strumenti. Per certi versi, è un tipo di approccio all'opera per archi di Beethoven, se non convenzionale almeno non eccessivamente modernista, sospesa tra la tradizione e il vento di novità. Secondo me tuttavia il quartetto conferisce  le sue note più positive ai 6 Quartetti giovanili dell'op.18, ai 3 dell'op.59, ai quartetti "Serioso" e "Delle Arpe". Tenderei ad escludere i quartetti postumi, con l'esclusione forse del Quartetto op.131, un quartetto se non tragico, molto plumbeo, dove la profondità e la giocosità degli afflati riesce ancora a dare una prova convincente. Gli ultimi quartetti, per certi versi sono suonati in maniera secondo me più convenzionale, e pur trattandosi sempre di altissima resa di gruppo, non affascinano come altre loro pagine beethoveniane.
I quartetti dall’op.127 alla Grande Fuga op.133, al Quartetto op.135, sono troppo in là nel tempo, anticipano certe soluzioni e certe espressioni che non sono proprie del tempo di Beethoven: per certi versi direi che sono molto vicini a Reger, più vicini dei quartetti di Brahms. Non a caso questi quartetti e le ultime opere ardite pianistiche (Bagatelle, Sonata op.111) sono state suonate da grandi interpreti versati anche e soprattutto al repertorio contemporaneo. Quindi da come la vedo io, il Quartetto Italiano che ha interpretato magnificamente il panorama sette-ottocentesco da Mozart a Schubert, da Schumann a Brahms, molto tradizionale, non ha dato un grande approccio di novità all’interpretazione degli ultimi quartetti, quanto invece l’ha data il Quartetto LaSalle.
A questo proposito devo dire che l’integrale dei Quartetti di Beethoven nell’esecuzione del Quartetto Emerson, l’ho ascoltata poco tempo fa: la reperii, si può dire per caso, in un cofanetto di sette cd più un ponderoso libretto contenente le note in inglese-francese-tedesco-spagnolo e..italiano.
Devo dire che mi ha piacevolmente colpito per la freschezza dell’interpretazione, molto lontana dalla ieraticità cui ci hanno abituato certe compagini mitteleuropee ma soprattutto germaniche: pare quasi che per fare Beethoven ci voglia per forza un tedesco. Certamente, un complesso tedesco o austriaco interpreta autori che fanno parte della propria storia musicale con una partecipazione sentita, quasi fossero un patrimonio nazionale da difendere a tutti i costi, ma nello stesso tempo li consegna quasi sempre all’immobilità e alla immanenza. Transeat per l’Amadeus, un Quartetto storico, che ha fatto la storia dell’interpretazione per archi, un po’ come il Quartetto Italiano, o il Quartello LaSalle. Ma gli altri quartetti germanici hanno peccato quasi sempre di prendere a proprio esempio l’Amadeus e di conformavisi.
L’Emerson invece è un quartetto giovane, non giovanissimo, intendiamoci, e  questa interpretazione ha già dodici anni, ma il modo con cui porge il proprio fare musica a chi lo ascolta è indubbiamente fresco, forse un po’ grossolano talora, ma sempre attraente. Non possiede l’approccio del Quartetto Italiano o dell’Amadeus o del LaSalle, ma cerca, talora con buoni risultati, una via propria. Non scevra di pericoli e ostacoli, ma anche nuova.

Pietro De Palma

lunedì 28 novembre 2016

John Field: Complete Nocturnes - Elizabeth Joy Roe - CD DECCA

Ci fu un tempo nei primi anni '90, in cui i cofanetti dei CD erano molto ben curati.
Chi ha almeno 50 anni ed è un discreto collezionista, sicuramente se ne ricorderà. Oggi, risparmiano pure sulla plastica e ricorrono molto più spesso alle confezioni cartonate con il supporto di plastica per accogliere il CD, incollato. Prima non era così. Probabilmente perchè costavano di più. Se i miei lettori metteranno i loro neuroni alla prova, si ricorderanno che nei cofanetti, per riparare i CD da graffi, mettevano anche delle spugnette sintetiche, che ora figurarsi se mettano più.
Uno dei cofanetti risalenti a quegli anni che hanno queste spugnette, è quello che possiedo con l'Integrale dei Notturni per pianoforte di Field, della Chandos. Mi ricordo che lo acquistai a La Stanza della Musica, un piccolo negozietto dove andavano i collezionisti incalliti di Milano, in via Fara. Non era improbabile incontare lì anche qualche pianista famoso: una volta ho visto Pollini: peccato che non avessi a portata di mano qualche suo disco, per farmi autografare la copertina!
A Bari, figurati se trovavi quelle cose! Anche se parecchio l'ho trovato sul suolo natio. Ma durante le mie trasferte a Milano, trovavo molte più cose, e molto spesso cose che non avevo mai trovato prima. Probabilmente ora quel negozietto non esiste più, o forse ancora esiste, non so. Mi ricordo che mi fermai a esaminare dei LP di registrazioini storiche e tra le tante, c'erano quelle di Rosenthal.
Me ne sono ricordato per via dell'acquisto che feci. Ero molto contento: possedere i notturni di Field non era da poco al tempo.
Solo quell'incisione esisteva, di Miceal O' Rourke. Un cofanetto di due dischi. Qual sorpresa invece è stata quando ho ordinato e acquistato l'integrale dei Notturni di Field interpretati da Elizabeth Joy Roe, di cui parlo oggi: tutto su un solo CD!
E' vero indubbiamente che la tecnologia è migliorata e via via si è riusciti a trasferire su un solo CD molte più informazioni; ma è anche vero che le tracce in questa incisione durano meno tempo.
Già. E' questo il problema di un autore come Field: ha reinventato i Notturni (inventati a Parigi nel 1801 dall'italiano Felice Blangini),
Esempio di Notturni di Blangini
e al tempo fu un modello per quelli Chopin, soprattutto per la cantabilità della mano sinistra. Ma poi, via via che venivano pubblicati quelli di Chopin, più complessi, questi di Field venivano dimenticati. Per cui è accaduto più di una volta che si tendesse ad interpretare Field con l'ottica del romanticismo affermato se non proprio passando attraverso i Notturni chopiniani. Sbagliando a mio modo di intendere. Un esempio clamoroso è quello di Rourke, in cui cercando di applicare il metro romantico ad un interprete che non era tale, semmai biedermeier, finiva per caricare e appesantire un discorso che invece avrebbe abbisognato di dolcezza e tenerezza ma non di languori e drammi.
Non a caso quella raccolta è la meno ascoltata da me in assoluto: avrei voluto più di una volta andarli a ripescare, ma poi mi sovveniva la pesantezza dell'interpretazione e così lasciavo stare, nonostante Field mi sia sempre piaciuto alquanto (è un allievo di Clementi, come lo fu Moscheles, altro comnpositore che mi è sempre piaciuto).
L'interpretazione di Elizabeth Joy Roe, invece, è fresca, dolce e talora anche brillante: interpreta Field calandolo nella sua realtà e conferendogli il suo spessore, che non è quello chopiniano. Incastona come tanti gioielli, ciascun notturno nel suo splendore. Va detto che il notturno di Field non è come quello di Chopin: in Chopin il Notturno è estremamente palpabile, concreto, usa abbondantemente sonorità e idee slave e quindi è molto lirico e melanconico. Ed è abbastanza complesso nella struttura. Il notturno chopiniano nasce nell'ambito della musica polacca: basta sentire un notturno di Chopin ed uno di Dobrzynski e noti subito una linea comune. Quello di Field no. Field è irlandese ma dimora per quasi tutta la sua vita in Russia: è un po' il destino di Dohler in un certo senso. Il notturno fieldiano è un terreno di sperimentazione più che altro: se la mano sinistra suona sempre o quasi un basso ostinato, la destra canta, ma non la tristezza della terra slava.
Talvolta troviamo delle strane dissonanze: per esempio nel notturno n.3. Anticipatore di tempi? E' dei grandi musicisti averli anticipati: Dussek, Beethoven, Mozart. Soprattutto musicisti classicisti. Perchè il biedermeier nasce da una costola del classicismo. E Field in quanto allievo di Clementi è un musicista classicista.
Dicevamo che la mano destra canta nei Notturni di Field: è  il famoso cantabile di Field che tanto ammaliò Chopin. Sentite il Notturno n.2 in Do minore e poi ditemi se non vi ricorda il Notturno in Do minore op. post. di Chopin (ovviamente dovete comprare il disco, e vi avviso che io ho dovuto prenotarlo dall'Olanda perchè in Italia non era disponibile). Ma anche salta, arpeggia. Talora il notturno fieldiano è canzone senza parole, tal'altra è romanza d'opera. E' un modo di trattare il pianoforte non ancora romantico alla maniera di Chopin e Schubert, ma a quella dei musicisti biedermeier: non a caso talora si sentono idee che non esisteremmo a definire schubertiane.
Elizabeth Joy Roe riesce a dare una dimensione intimista , peraltro avendone ricercato la versione più filologicamente esatta, coniugando quindi ad un lavoro di interpretazione uno di studio e ricerca. Sono quadretti perfettamente inseriti in un contesto di inizio secolo. Quello che la Roe fa è essenzialmente liberarsi di tutto ciò che il tempo ha depositato su questi pezzi, eliminando al massimo le spigolosità, e al tempo stesso non appesantendo la sostanza musicale, valorizzando il senso di immediatezza della sensazione e conferendo ai vari brani quel perlage e quella sensazione di di liquefazione della musica che si può apprezzare in certe interpretazioni dei notturni di Chopin (per es. Askenase o Arrau).
Perche Elizabeth Joy Roe, quando suona, canta.
Cosa che rende questo disco un vero e proprio must.

P. De Palma

lunedì 24 ottobre 2016

John Ogdon : Legendary British Virtuoso - Cofanetto 17 CD, Warner

Mi ricordo di quando ragazzo portai a casa un LP di non so quale oscura marca - credo si tratttasse di Argo, una sottoetichetta della DECCA - con il concerto di Mendelssohn , per pianoforte e archi in la minore e uno dei due concerti per due pianoforti sempre di Mendelssohn, suonati da Brenda Lucas e John Ogdon: quello costituì l'entrata trionfale di John Ogdon nella mia collezione di dischi!
Brenda e John erano marito e moglie. Disco storico e bellissimo fu quello. Ne parlo per due motivi:
perchè da un po' di tempo a questa parte, il cofanetto dell'integrale delle incisioni EMI di John  Ogdon è riapparso, ma sotto marchio Warner (che ha acquistato tempo fa la EMI); e perchè quel disco storico e famoso di Lucas/Ogdon non è compreso. Ovviamente perchè qui abbiamo TUTTE le incisioni EMI e non invece TUTTE le incisioni di Ogdon.
Il fatto è però che John Ogdon non fu un pianista da star system: non era incline a legarsi ad una casa in particolare. Non so se ciò fu anche dovuto all'ecletticità delle sue interpretazioni e alle sue condizioni di salute (problemi neurologici). Fatto sta che, oltre quel disco per la Argo, altre incisioni Decca non ce ne sono, mentre è comparso recentemente un cofanetto di sei cd con altre interpretazioni (anche Alkan ) riunite sotto altra label: RCA (Sony). Ma che non esauriscono la discografia di Ogdon. Infatti a queste sono da aggiungersi altre etichette minori (per registrazioni di sue composizioni tra cui le sonate per pianoforte), e l'americana Altarus che pubblicò tempo fa, l'Opus Clavicembalisticum di Sorabji, una delle cose più difficili in assoluto dell'intera letteratura pianistica. L'aveva interpretata anche Madge, ma l'abisso che separa le due versioni è assolutamente enorme: Madge suona tutto come se fosse sempre uguale (anche in Busoni suonava così) e quindi ti pare che una certa cosa sia banale. Invece non è così. Idem per Sorabji dove Ogdon ci mette una passione ed una sensibilità straordinarie. Purtroppo tale edizione in Cd costa un botto: 62 euro per 2 cd !!! Il resto invece è più abbordabile.
Soprattutto questo cofanetto della Warner. Che io sappia in Italia non è commercializzato per cui bisogna per forza andarlo a cercare su Amazon. La spesa e l'impresa sono però giustificate dall'eccezionalità dell'evento: i 17 Cd spaziano in lungo e in largo, proponendo una vasta selezione di concerti per pianoforte e orchestra, accanto alla proposizione di opere per pianoforte solo anche di compositori assai poco conosciuti.
Per i Concerti per Pianoforte e Orchestra troviamo:
il Primo di Glazunow, i due e il Rondo Brillante di Mendelssohn; Grieg, Schumann,Busoni, Ciaikowski (il primo); Le Variazioni Sinfoniche di Franck, Fantasia su Temi Ungheresi e Rapsodia Spagnola (nell'arrangiam. Busoni) di Liszt (ma non il primo e il secondo), Secondo e Rapsodia su Paganini, di Rachmaninov, Concerti nn.1-3 di Bartok, Concerto di Tippett, dello stesso Ogdon (N.1), Secondo di Shostakovic.
Per le opere per Pianoforte Solo, troviamo:Variazioni e Fuga su un Preludio di Chopin, di Busoni; opere varie di Chopin (tra cui seconda sonata); parecchie opere varie di Liszt tra cui Sonata e Fantasia,  quasi sonata, anche tarde (Czardas macabre o Mephisto Watz n.3) o poco suonate (Polonaise n.2);Etudes Tableaux op.33 e 39 di Rachmaninov; Sonata per due pianoforti di Bartok; Sonata di Dukas, Dutilleux, le due di Tippett; Ballata, Tema & Variazioni,  Sonata di Rawsthorne; Sonata di Goehr, di Johnson, di Hoddinott, Passacaglia di Stevenson e molte altre piccole opere di molti autori.
La mancanza di registrazioni di Bach, Beethoven e Brahms importanti (c'è qualcosetta ma sono pezzi di breve durata) non giustifica alcuna riserva: infatti basta dire che tutto il cofanetto può essere giustificato a parer mio dalla registrazione degli Etudes Tableaux di Rachmaninov, dalla Sonata di Dukas che forse è sullo stesso piano o anche supera l'interpretazione di Duchable (quella è più romantica, questa è più passionale), e dal Concerto di Grieg che a parer mio è una delel interpretazioni più grandi in assoluto, direi la più grande insieme a quella di Leon Fleischer.
Il cofanetto della Warner non è altro che la riedizione di quello ICON della EMI: 17 cd erano quelli, 17 questi.
Qualcosa di meglio tuttavia si poteva farla: sarebbe bastato inserire il doppio cofanetto EMI con le registrazionid di Skrjabin, che qui mancano: le sonate nn. 1-2-3-4-5-9 e scelte di Poèmes, Pieces e Preludes. Anche se questa mancanza nulla toglie al valore di un'opera epocale, che stupisce, interessa e ammalia per la varietà e la poliedricità delle sfaccettature che l'ecletticità e la cultura quasi enciclopedica di Ogdon ci regala.

Pietro De Palma

domenica 23 ottobre 2016

TRASCENDENTAL. Danil Trifonov interpreta Liszt - 2 CD DGG

In questi giorni la confezione di due CD è proposta col 20% di sconto in un noto megastore. E' una offerta lancio, e secondo me è un'ottima occasione per ascoltare la fantastica incisione integrale - o meglio quasi integrale - degli Studi di Liszt, da parte di Danil Trifonov.
Terzo allo Chopin di Varsavia, Primo al Rubinstein di Tel Aviv, Primo al Ciaikowsky di Mosca, Trifonov è attualmente uno dei più grandi pianisti in circolazione. E perdipiù è ancora molto giovane: 25 anni!!!!
Stupiscono pertanto la sua padronanza di tocco e il suo magistero virtuosistico.
Questa incisione è un'autentica perla!
L'ho acquistata, sentita e risentita: bellissima. Molto poetica ma anche suonata con un vigore ed una squisita cantabilità.
Sono presenti i 12 Studi Trascendentali (3^ versione: cosa credevate!), 3 Studi da Concerto (Il Lamento,La Leggerezza,Un Sospiro), 2 Studi da Concerto (Waldesrauschen,Gnomenreigen) e i 6 Studi di Esecuzione Trascendentale da Paganini (non la prima versione!). Insomma, una grandissima occasione per trovare tutti assieme (o quasi) i grandi studi lisztiani, sintesi del massimo visrtuosismo lisztiano. Tuttavia noto che si è persa un'occasione storica:
proprio perchè le integrali degli studi di Liszt affidate a grandi pianisti sono davvero rare, in quanto già rare sono le incisioni integrali delle diverse raccolte (tenendo conto tuttavia che andrebbe fatta una distinzione anche tra le varie versioni degli stessi studi, essendo quelle intorno alla metà degli anni '30 - fine anni '30 - inizio '40 le più difficili) affidate a painisti di fama, sarebbe bastato integrare il tutto con  due rarissimi studi, molto poco suonati, di Liszt: : il Morceau de Salon S.142, ideato per il Perfezionamento del Metodo dei Metodi a cura di Fetis-Moscheles, del 1842, e la sua revisione Ab Irato S. 143, del 1852 (il secondo è più famoso del primo per l'incisione storica di Sergio Fiorentino).
Pertanto parlo di occasione persa, nonostante l'incisione di Trifonov sia un must e mi senta in toto di consigliarla.

P.D.P.