domenica 17 gennaio 2016

Maurizio Pollini interpreta Beethoven: Integrale delle Sonate per Pianoforte (8 CD) - DGG

Nel 2014 è stato pubblicato ma nel 2015 è stato pubblicizzato: parlo del cofanetto contenente l'integrale delle sonate per pianoforte di Beethoven, interpretate da Maurizio Pollini.
Un'integrale un po' come quella di Gilels, cioè realizzata con registrazioni ed incisioni relative a periodi diversi della sua vita artistica: una scelta parecchio diversa , da quelle cui si assiste normalmente quando, allorchè si decide un'integrale, si incidono più dischi assieme, e quindi si suole assimilare il cofanetto ad un'unica incisione.
Ogni cosa che fa Pollini fa sensazione.

Pollini, classe 1942, è ancora ricordato per aver vinto a diciott'anni, nel 1960, il Concorso Chopin di Varsavia. 18 anni! Quando normalmente interpretativamente si è ancora acerbi, lui a 18 anni vinse lo Chopin! E Arthur Rubinstein commentò: "Questo giovane suona meglio di tutti noi!"
Aveva all'epoca uno sfolgorante virtuosismo: lo testimoniano gli LP del tempo. Le esecuzioni di quegli anni degli studi di Chopin, o della trascrizione per pianoforte e orchestra del concerto per violino ed orchestra, o del 3° Concerto di  Prokofiev, sono alcune delle sue cose più illuminanti: introduce alla sua tecnica che era assoluta.

Forse anche eccessiva, ed eccessiva l'analisi formale. Tanto da inficiare la forza e libertà espressiva.
"Il Gelido Sublime" lo definiva Danilo Prefumo, mi ricordo, tanti anni fa su Radio Tre. Ma questa freddezza scompariva magicamente nelle incisioni dal vivo.
Mi ricordo di una registrazione live che effettuai anni fa su musicassetta, in occasione della diretta su Radio Tre, del 19 agosto 1995, dal Festival di Salisburgo: Pollini eseguì le tre ultime sonate, opp. 109, 110 e 111 (era il terzo di cinque concerti, per un progetto Maurizio Pollini). Quale sorpresa! Forse la più bella interpretazione che abbia mai sentito (assieme a quella di Serkin)! Magari la incidessero! Ma quale differenza con la registrazione DGG delle stesse sonate in studio! Che formalmente e intellettualmente è straordinaria, ma emotivamente lo è poco. 
Questo ha di strano, Pollini: le interpretazioni in studio risultano estremamente fredde, quasi repellenti; quelle live sono invece parecchio comunicative.
Anni fa, sentii il quarto concerto di Beethoven, eseguito da Pollini e Abbado, a Lucerna, in una ripresa televisiva, a TV2000: sarà che i due erano amici, sarà che c'era un vasto pubblico (tutto esaurito), fatto sta che quello di Beethoven è stata  una delle cose migliori di Pollini che io abbia sentito.
Le registrazioni in studio non mi appagano però alla stessa maniera, per esempio quelle "studio" di Schumann: lì Pollini sembra freddo e compassato talora, perchè troppo attento alla forma, al particolare, e anche perchè probabilmente è timido e riservato di natura. Questa sua particolarità esce allo scoperto soprattutto nelle riprese in studio, mentre ancora nei concerti pubblici viene avvertito un Pollini diverso. Un esempio evidente? Das Gesange der Fruhe op.133, "I Canti dell'Alba": l'incisione DGG per me è una delle più anonime che abbia sentito, mentre un'altra live  che sentii a casa di un amico, che aveva avuto la fortuna di assistere ad un concerto di Pollini parecchi anni prima, dava un'impressione diametralmente opposta.
E allora il cofanetto Beethoven? 
Si ha netta l'impressione che Pollini abbia sorvegliato attentamente la sua realizzazione: allorchè esista una incisione live che a suo parere superi quella in Studio, ad essa è preferita: così l'op.26
quella con la "Marcia funebre sulla morte di un eroe", che è straordinaria. E' una scelta che se avesse fatto altre volte avrebbe dato risultati più evidenti: ce n'è soltanto un altro simile, la scelta di una registrazione live ad una in studio, per la "Waldstein", incisione giovanile (1988) ma perfetta, per la struttura di quell'opera. 
Pollini all'inizio, quand'era più giovane, con Beethoven era più assillante nella ricerca di una perfezione formale e come tale, questa sua robotica musicalità pesava non poco sul grado di spontaneità. Vedere quando deve attaccare dei movimenti espressivi, ad es. l' "Adagio sostenuto-Attacca" della Sonata op.27 n.2 "Al Chiaro di luna": ho come avvertito un impaccio a rendere la tensione. Ma quando deve liberarsi dall'espressività, e sfogarsi pianisticamente, come nel "Presto" conclusivo, bisogna dire che Pollini è davvero irresistibile.
Man mano che invece ci si sposta verso l'età più matura, il controllo non è che venga meno, ma si atternua di molto certamente, e questo fa sì che le incisioni più recenti, anche in studio, si presentino più libere ed emotivamente più ispirate.
Nonostante ciò anche nelle incisioni più recenti beethoveniane ( op.7, op.14 nn.1 e 2 e op.22) il suo pensiero non è sempre omogeneo. Se a me di queste è particolarmente piaciuta l'interpretazione dell'op.22, da sempre banco dei virtuosi ( e Pollini lo era quand'era soprattutto giovane!) e anche l'op.7, guarda caso due sonate monumentali, dove il virtuosismo polliniano ben si sposa al virtuosismo beethoveniano, non altrettanto mi ha toccato quella delle due piccole sonate op.14, che guardano alla temperie romantica. Qui Pollini sembra ancora impacciato, forse meno che in passato, ma sempre rispetto ad altri. Sarà anche che la bellezza del suono non è che sia proverbiale, come lo è quando si parli di Kempff, o anche del Barenboim più maturo per esempio, ma soprattutto spiace come sia così sbrigativo quando affronta il movimento iniziale della Sonata in Sol Maggiore op.14 n.2. Confrontare la sua verve alla rapinosa intensità di un Barenboim per capire cosa voglia dire.

Quando incise queste 4 sonate aveva compiuto  settant'anni: avesse inciso le due sonate op.7 e op.22 quand'aveva venticinque anni, avrebbe destato clamore. In quei tempi prediligeva Prokofiev e Stravinsky, che poi ha abbandonato, legandosi a doppio filo con l'ambiente mitteleuropeo. 
In sostanza dove vedo il miglior Pollini è nelle sonate muscolari e in quelle intellettuali (anche le opp. 109,110 e 111, pur non live, sono sempre molto stimolanti, soprattutto per la sua ricerca costante di un equilibrio micro formale: è come se egli dissezionasse le sonate, soprattutto le tarde, e ne leggesse gli intimi rapporti stutturali. Se riuscisse ad aggiungere a questo magico equilibrio micro formale anche uno della macro forma, a cercare di guardare al di là, avremmo un interprete perfetto). 
Uno dei dischi migliori del cofanetto, è quello inciso per ultimo, due-tre anni fa, in cui affronta le tre sonate dell'op.31 e le due sonate op.49. Ancora qui, avvertiamo un limite nell'iperespressività: se all'ascoltatore piace il contrasto dinamico beethoveniano e soprattutto la drammaticità delle sue perorazioni, Pollini non è il massimo, questo è evidente. Vedere per es. la Sonata op.2 n.3 incisa nel 2006, dieci anni fa: non abbiamo le stesse fissazioni giovanili , ma comunque nel contrasto dell'Adagio, Pollini sembra molto meno drammatico del Richter degli anni '70, che lo era forse anche troppo, ma la cui interpretazione si fissa per sempre. Se dovessi accostargli qualcuno, direi Arturo Benedetti Michelangeli, un altro fissato per il rigore della forma e dei dettagli. Però è un Pollini meno impacciato del passato nel ricercare un pathos convincente.
Nel disco di due anni fa, dove affronta l'op.31, direi che delle tre sonate, la "Tempesta" è suonata con un trasporto maggiore di quello che aveva nel 1974 (vedere la registrazione live su youtube da Salisburgo) ed è anche più veloce. 
Stupisce moto, quanto tempo abbia messo per registrare questa sonata: quarant'anni. Anche le altre due dell'op.31, soprattutto la prima, non molto conosciuta esce valorizzata dalla sua interpretazione. Per il resto del disco, la sua grandezza sta nel non aver liquidato le due sonatine dell'op.49, come un saggio per studenti, ma nell'aver cercato anche in esse un equilibrio formale, che le valorizza.
Insomma, un cofanetto che bisogna avere, anche se l'appassionato sia in possesso di altre  integrali. Io avevo già quelle di Backhaus, Gulda, Barenboim, Fischer, Schnabel, quella quasi completa di Gilels, Nat, Serkin, ma questa di Pollini non poteva mancare.
Oltretutto, in alcuni megastore si trova anche scontata: io nel periodo natalizio l'ho trovata scontata del 50% a Feltrinelli. 
Un cofanetto di Pollini a 32 euro: come resistervi?

Pietro De Palma

venerdì 1 gennaio 2016

Eugene Istomin: Piano recordings - Cofanetto di 12 CD - SONY

Innazitutto Buon Capodanno a tutti coloro che seguono questo blog.
E' ancora tempo di feste, che porterà via l'Epifania, e allora qual cosa migliore di una proposta che pongo all'attenzione di tutti, che potrebbe essere utilizzata anche per fare un regalo diverso alla Befana? Sì lo so, è un regalo ovvio per chi mi legge: un bel cofanetto di cd. Ma che cofanetto! Non uno come tanti! 
E' da un po' di tempo che, diciamocelo pure tra noi, le cose migliori le sta sfornando la Sony giapponese che anni fa ha acquisito CBS e RCA: una sorta di rivalsa nipponica. Lo sapete che la maggior parte delle industrie americane di tecnologia ha una forte partecipazione se non addirittura sono proprietà di società giapponesi? Mi ricordo anni fa, quando volevo farmi lo stereo, non quello che uso a casa mia ma quello che sta ancora a casa dei miei (Casse Dinaudio, amplificatore Yamaha, lettore Yamaha, piastra cassette AIWA, Piatto Thorens), volevo farmi un amplificatore Maratz e quale sorpresa quando mi dissero che la Marantz, quella che volevo io, non c'era più: non era più americana, era diventata giapponese. Non più i Marantz a valvole, ma quelli a transistors. Andò a finire che non presi più Marantz ma Yamaha: sempre giapponesi, ma almeno Yamaha è sempre stata giapponese, e non mi ha mai tradito.
Così Sony, che da un po' di tempo sforna cofanetti sempre interessantissimi: è un po' la fortuna di avere acquisito dei marchi che hanno fatto la storia della discografia di un certo peso americana, del dopoguerra. E se la CBS è sempre stato un marchio solo statunitense, la RCA invece aveva acquisito anni fa la BMG tedesca che a sua volta aveva acquisito la Ricordi italiana. Quindi insomma la Sony ora si trova a possedere nei vari cassetti resistrazioni di ogni genere: basta solo cercarle e tirarle fuori al momento opportuno.
Tempo fa è stata la volta di Jorge Bolet, ora di Eugene Istomin.
Eugene Istomin? Si chiederà qualcuno. Ma non è quello del Trio Stern, Rose, Istomin? Esatto. Sì è vero, in Occidente per molto tempo Istomin lo si ricorda per la sua formazione cameristica, dimenticando che fu un grande e rispettato pianista americano, di origini russe. Nato a New York da genitori russi nel 1925, fu pianista precocissimo, esibendosi in pubblico per la prima volta a sei anni e a 12 entrando al Curtis Institut dove ebbe per docenti  Rudolf Serkin e Mieczyslaw Horszowski. Ebbe una grande e fortunata carriera: vinse il Leventritt e molti compositori  del '900 composero e gli dedicarono lavori tra cui Sessions, Rorem e Dutilleux. Suonò con alcuni dei più grandi direttori del secolo: Bruno Walter, Artur Rodzinski, Leonard Bernstein, George Szell, Leopold Stokowski, Fritz Reiner. Dopo aver fatto parte del celeberrimo Trio con Stern e Rose, con cui vinse un Grammy, morì nel 2003 per un tumore.
A distanza di 12 anni la Sony gli ha reso omaggo: nei primi giorni dello scorso dicembre, un cofanetto di 12 cd è stato messo in vendita. Contiene molte registrazioni che non erano mai apparse in CD e risalivano a registrazioni discografiche di molti anni fa e virtualmente irreperibili.
Tutte incisioni sia con orchestra che solistiche: quindi un Istomin assolutamente sconosciuto anche ai collezionisti incalliti. Segnalo tra le altre incisioni una bellissima raccolta in due cd dell'Integrale dei Notturni di Chpin.
L'unica concessione al famoso trio cameristico di cui fece stabilmente parte assieme a Isaac Stern e Leonard Rose, è il Triplo di Beethoven. Gran parte delle incisioni sono con Eugene Ormandy, una con Bruno Walter, una con Casals (di cui sposò la moglie ormai vedova, successivamente).
Tra le altre emissioni solistiche segnalo le Variazioni su un tema di Haendel in un disco interamente brahmsiano (da urlo!!!) e la famosa e irreperibile da decenni, sonata op.53 di Schubert.
Un cofanetto che non macherà di stupire anche i più increduli
Booklet di tutto rispetto.

P.D.P.