domenica 17 aprile 2016

Carl Filtsch: un prodigio che durò solo 15 anni. E poi morì

Un autore che mi ha emozionato ultimamente è stato Carl Filtsch.
Mi direte: ma chi diamine è Carl Filtsch?
E' vero..non è molto conosciuto.
Tempo fa stavo leggendo un magazine straniero e si parlava di Chopin e di suoi allievi e tra essi anche di Carl Filtsch. Poi recentemente ho ascoltato il suo Concertino per pianoforte e orchestra, in Si bemolle minore su youtube. Mi son detto: l'inizio sembra Hummel.
Mai impressione fu più vera!
Carl Filtsch fu un fanciullo prodigio, nato in Transilvania, considerato il più talentuoso allievo di Chopin, le sue doti furono apprezzate da Liszt, Moscheles, Rubinstein. Purtroppo morì, all'apice della sua fama di enfant prodige, a soli 15 anni, di tisi, nel 1845. Era nato nel 1830. Ed era entrato a far parte degli allievi di Chopin. Si sa che Chopin fosse restio a dare lezioni private, ed è per questo che i suoi allievi furono pochissimi: Carl Filtsch fu uno di questi. Chopin dava ai suoi allievi una lezione a settimana tranne che a Carl, a cui ne dava tre.
Il Concertino è certamente opera di maniera, non diversificandosi molto da Hummel o Moscheles, però è assoluatamente delizioso per sfruttamento del pianoforte e idee musicali. E' chiaramente un'opera Biedermeier, mancando della cadenza; non solo, rammenta molto il Concerto in Si minore di Hummel (almeno a me) più che quelli di Chopin (ma anche Weber si sente).
E' ovvio che a quel punto abbia voluto conoscerlo meglio. E così mi son messo a cercare eventuali registrazioni oltre che quella del Concerto. E così ho trovato un disco della onnipresente Naxos, dal titolo stranamente evocatore: Pupils of Chopin, che riuniva quattro allievi  di Chopin: il leggendario Mikuli, trasmettitore della scuola pianistica chopiniana, Tellefsen, Filtsch e Gutmann.
A sentirne i barni solamente pianistici, si apprezza inevece maggiormente la filiazione chopiniana, soprattutto la Mazurka in Mi bem. minore op.3 n.3 e la deliziosa pagina intima, triste e dolente, quasi un testamento spirituale, composto poco prima della morte, chiamato Das Lebewohl von Venedig, "L'addio a Venezia".
Molto chopiniani sono anche  la Prima Polacca di Mikuli op.8 in sol minore, le Mazurke in Fa diesis minore e Sol minore di Tellefsen, la Mazurka in Mi bem. Minore op.3 n.3 di Filtsch,  il Bolero op.35 di Gutmann.
Un altro disco molto intelligente della Naxos che illumina su un determinato periodo storico, facendo uscire dall'ombra tre compositori misconosciuti (eccetto Mikuli).
Una curiosità: l'interprete del disco, Hubert Rutkowski, che insegna pianoforte alla Hamburg Musikhochschule,oltre ad incidere questo, ha interpretato altri due dischi di compositori polacchi: uno di Theodor Leschetitzky e uno con opere del più stretto amico ( e allievo) di Chopin, Julius Fontana, a cui furono dedicate dall'amico le due Polacche op.40 (tra cui quella "Militare"). 
Uno specialista ..di musiche degli allievi di Chopin, quindi.

P.D.P.

Emozioni

Non ho mai detto la vera ragione per cui ho voluto creare un mio blog che parlasse di musica.
Io sono un essere che vive di emozioni.
Un tempo scrivevo per un giornale di provincia e avevo modo di seguire le stagioni concertistiche di varie istituzioni, avendo così la possibilità di assistere ai tutti i concerti che volevo, senza pagare una lira, neanche guadagnandone sia ben chiaro, ma almeno avevo gente che chiedeva che andassi. Purtroppo la ripetitività uccide l'interesse e l'emozione: se emozione fu, lo ricordo ancora bene, ascoltare dal vivo Jorge Bolet,
l'ultimo concerto a Bari, alla Fondazione Piccinni, e soprattutto ascoltare fatta da lui la sua leggendaria esecuzione dell'Ouverture dal Tannhauser di Liszt (mi ricordo tutti noi della platea in piedi e tutto il teatro in piedi a omaggiarlo, vecchio ma grandissimo), se grandissima emozione da avere le lagrime agli occhi fu sentire come cantava pigiando i tasti del pianoforte l'anziano Walter Klien
quando suonava il Rondo  e la Fantasia K.475 di Mozart, e soprattutto la Sonata in La D.959 di Schubert e la Sonata 1905 di Janacek, o quando sentii in recital Thioller o Oppitz o il grandissimo Nikolai Petrov,ci furono anche occasioni in cui mi pentii di esservi andato: per es. quando sentii in concerto Tamas Vasary. O quando sentii una Quarta di Bruckner da far rizzare i capelli in testa.
Quando svolgevo la mansione di "critico" (che brutta parola!) mi sentivo un po' a disagio, perchè in me prima che il critico veniva l'appassionato. La volta che sentii Petrov a Bari, nel 1987, il suo aereo arrivò a Bari con ritardo di oltre un'ora: il pubblico rumoreggiava non vedendolo (sala Barbanente della Fondazione: se la ricorda qualcuno  della mia età? Una piccola sala con palco e pianoforte!), e parecchi andarono via. Chi lo fece, perse un'occasione più unica che rara. C'era altra gente che era andata per recensire, ma andò via; io rimasi. E per coloro che rimasero (eravamo forse una ventina...forse), l'esecuzione fu leggendaria: mi ricordo gli Studi Trascendentali da Paganini di Liszt, prima versione, si badi bene, prima versione, la versione mostruosamente difficile che pochissimi fanno, quella del Liszt delirante degli anni 1833-1834-1835, e noi in piedi impazziti.
Petrov era un sovietico, un russo, una persona umile: abituato alla sala del Conservatorio di Mosca strapiena per un suo concerto (forse mille persone), come dovette sentirsi vedendo che era stato scritturato per una sala che gremita al massimo non conteneva più di cento-centocinquanta persone? E che erano rimaste ad aspettarlo neanche venti? Eppure dette il massimo. Ma altri, al suo posto suo come avrebbero reagito?
Mi ricordo Edda Moser in un concerto nell'ambito di una serie che si teneva in cattedrale: Oltre a Der Hirt auf dem Felsen e a Auf dem Strom (se ricordo bene) e ad altri Lieder di Beethoven, Moser cantò i Wesendonck Lieder di Wagner. A un certo punto una sirena (di un appartamento: qualcuno aveva cercato di rubare, probabilmente) cominciò a ululare, e non si fermava: la Moser minacciò di interrompere il concerto, e allora non so chi, andò a staccare la sirena. Così dopo una pausa di quindici minuti buoni senon mezzora, il concerto riprese.
In occasione di quei concerti in cattedrale, ci furono serate in cui francamente avrei preferito non andare: e infatti neanche mi ricordo i programmi di sala. Perchè fare il critico che segue le stagioni ha dalla sua anche delle cose negative: il dover per forza andare a sentire un concerto anche quando, troppo stanco per altre cose,  vorresti non andarvi. 
Però mi è accaduto anche che quando dovetti andare a sentire Francesco Libetta
la prima volta, al Circolo Unione, su, al primo piano della struttura annessa al Teatro Petruzzelli (che non so neanche se sia come allora, visto che qualche tempo dopo il Petruzzelli andò in fumo), non era una serata in cui mi sentissi davvero bene, anzi mi ricordo che avrei voluto non andarvi pernsando che si trattasse del solito pianista che cercava un modo come un altro per farsi notare; e di pianisti locali, pugliesi dico, ne avevo sentiti tanti... A schiodarmi dalla poltrona di casa fu il fatto che mi avessero detto che si trattava di un talento, forse del più grande talento allora. E non mi sono mai pentito di esserci andato, visto che poi divenimmo addirittura amici. 
Stessa cosa per Emanuele Arciuli.
Quando lo conobbi era un giovane ventitreenne, piuttosto belloccio, aveva un fare disinvolto che piaceva molto alle donne (piace tuttora per quanto ne sappia), girava su una Lancia Beta, con la moquette blue all'interno, e aveva più capelli di quanti ne abbia ora:
questa l'idea che me ne feci quando lo conobbi un giorno, un giovedì mattina credo, era un giorno feriale comunque, una matinée con una scolaresca all'Auditorium Nino Rota, nel 1986: in seguito all'incendio del Petruzzelli, si accorsero che le misure anti-incendio non erano proprio azzeccate, e da allora è chiuso: lo hanno rifatto, inaugurato per così dire ma non è entrato ancora in funzione. E giacerà lì così finchè...booh!. Programma? Beethoven e Stockhausen. Io vi ero andato non conoscendolo, proprio perchè faceva Stockhausen e Beethoven assieme. Chi è questo qui,dissi? Mi dissero che Arciuli era uno bravo. Cosa significa? Si diceva di tutti coloro che allora giravano da queste parti! Beh, dico solo che, dopo l'esibizione, io volli parlargli e così tra il dire e il fare disse che mi avrebbe dato "uno strappo" a casa (per "strappo" intendo "un passaggio in auto"), perchè la mia era sulla strada che lui faceva di solito per andare dal Conservatorio alla sua, quella dove dimorava al tempo e dove vivono i suoi. Mi aveva attratto non solo perchè suonava con convinzione, ma perchè aveva introdotto lui stesso, se ricordo bene, i suoi brani. Insomma, una parola tira l'altra e diventammo amici, talmente amici che quando parlavano di noi ci chiamavano "i fratellini". Gli amori di Emanuele erano la musica e le donne. Beh io più contenuto di lui e più sfortunato con le donne, li bramavo anch'io. 
Emanuele mi piaceva perchè era colto, era diverso dal solito pianista mestierante che magari doveva finire subito la lezione perchè doveva andare a vedere il Bari allo Stadio. Era un vero professionista, molto maturo già a ventitre anni. Cercava la sua strada, facendo la musica che gli piaceva fare, i repertori inconsueti, la scuola di Darmstadt ("non se n'era ancora andato per la musica d'America"). Gli piaceva il cinema, un certo cinema, e la letteratura minimalista americana. Evidentemente fu attratto dal fatto che io, pur non essendo pianista, ne trattassi in maniera così approfondita, essendo un dilettante. Diceva che noi "eruditi dilettanti siamo utili ai pianisti perchè diamo loro la possibilità di conoscere cose che non sanno". Per lui non valeva tanto (perchè a sua volta comprava dischi, ma per tanti suoi colleghi sì.): mi ricordo per esempio che fu lui per la prima volta ad insistere perchè io acquistassi dischi presso un noto negozio di Milano, in Via Nirone. Lui già vi andava di tanto in tanto, ma da quando cominciai io ad andarvi (a Milano, avevo zii e cugini e poi meta obbligata era La Libreria Gialla, che allora era situata in Piazza San Nazaro in Brolo, vicino all'Angelicum), li lasciavano per me i dischi rari che arrivavano: quelli di musica pianistica Biedermeier, soprattutto. 
Mi ricordo quando Emanuele mi portò a casa, un mattino d'estate, un pianista già noto a livello internazionale, che doveva suonare il Konzertstuck op.134 di Schumann. All'epoca, pochissimi a Bari erano i negozi di dischi. E quindi uno che avesse una cosa rara..Ora il Konzerstuck op.134 si trova più facilmente eppure continuano a conoscerlo in pochi. 
E così.. Francesco ed Emanuele sono stati i miei testimoni di nozze, il primo in Chiesa, il secondo al Municipio. Assieme a Gabriele Rota. 
Ma quella è un'altra storia: fu Francesco Libetta, già diventato amico che me lo fece conoscere, in quanto entrambi erano stati allievi di Ciccolini.
Silvia Limongelli
che ora insegna Pianoforte Principale a Milano (più altri insegnamenti) come Gabriele ( che però insegna lì Lettura della Partitura), la conobbi invece nel 1993, durante un doppio appuntamento (il primo con Mozart, il secondo, il giorno dopo, con Prokofiev), promosso a Bari da "Il Coretto" con critici e conferenzieri.  Poi io andai a Milano circa tre-quattro mesi dopo e la incontrai di nuovo e così cominciò un'altra amicizia che è ora più che ventennale: eravamo ragazzi allora! Io andavo di solito a sentire suoi concerti, quando li faceva allora, ma andavo anche solo a trovare lei e altri amici, suoi e miei: Carlo Palese
e la moglie Paola Geri. Ora vivono a Livorno. Lei è docente (come me), mentre lui insegna Pianoforte Principale al Boccherini di Lucca.C'è stata una volta addirittura andando a trovarli a Milano, mi trovai una sera all'Idroscalo di Milano ad andare sulle montagne russe, assieme a Silvia, Paola e Maurizio Baglini.
Io prima di andarvi ebbi l'accortezza di non mangiare nulla (eppure quando scesi dal trabiccolo ero bianco come un fantasma), mentre altre persone non furono così previdenti e patirono dopo gli effetti...sussultori.
Tutte storie nate da emozioni.
Come la mia passione dello scrivere.
Ecco perchè ho creato questo blog: perchè continuavo a sentirmi bruciare la voglia di scrivere, volevo scrivere di musica come un tempo, ma parlando di emozioni.
Se non c'è un'emozione non scrivo. Ecco perchè gli articoli latitano: vi dev'essere qualcosa che solleciti l'articolo, una emozione che voglio raccontare. Nata da un concerto visto in TV, oppure a teatro, oppure sentendo musica da un CD, DVD o alla radio. 

Stare a fare la pubblicità di quell'evento anzichè di un altro non mi porta nulla a livello personale. Se in una occasione l'ho fatta (Concerto di Nardi a Budapest), ciò è derivato dal fatto che in quella occasione, tra l'altro, venisse eseguito per la prima volta assoluta mondiale, un brano inedito di Schumann che Nardi aveva rinvenuto in America.
Il mio scopo è creare dei ponti. Poi può accadere che i ponti si tramutino in amicizie feconde, come nel caso di Gregorio Nardi 
(ma è dovuto anche all'esistenza di radici comuni, di spunti e di comuni percorsi di idee), ma l'importante è stabilire ponti. 
Anche con i lettori che leggono e traggono da questi poveri articoli gli input per verificare le loro passioni.

P.D.P.