lunedì 26 settembre 2016

I Quartetti per Archi di Mendelssohn: Melos Quartet Vs Artis Quartet Vienne



L’Integrale dei Quartetti per Archi di Mendelssohn, effettuata dal Quartetto Melos, parecchi anni fa e raccolta in cofanetto, per me è stata l’esecuzione migliore del complesso di Stoccarda. Il Quartetto Melos, lo fece sbarazzandosi di falsi clichè e consegnandoci un’interpretazione che si piò riconoscerlo ora, che son passati tanti anni, è quella di riferimento.  Interpretare Mendelssohn non è facile, assolutamente no: tanto più che Mendelssohn, diversificandosi dagli altri compositori di musica per archi (Mozart, Haydn, Beethoven, Schubert) si spostò continuamente, non adottando un tipo suo riconoscibile di sonorità musicali, ma spingendosi e oscillando continuamente tra il salottiero Biedermeier e il romanticismo appassionato, tra lo ieraticismo bachiano e il profano germanesimo. Difficile quindi interpretarlo.

La strada percorsa dai quattro musicisti del Quartetto Melos fu originale, non passando solo attraverso la quaterna di compositori classici, ma attraverso tutti e nessuno: si affidava solo ed esclusivamente alla propria capcità di leggere ed interpretare, alla capacità di calarsi in Mendelssohn basandosi solo sulla sua smisurata qualità della melodia, lasciandosi cullare dai trasporti passionali e puntando i piedi sulla decisione del fraseggio, sempre altissima. Anche le semibiscrome acquistano un valore intrinseco, ognuna diversa da un’altra e importante per  se stessa. Basta ascoltare l’op.13 o ancor più il testamento spirituale, quella sorta di requiem per l’adorata sorella Fanny morta, che è l’op.80 in Fa minore, per non riconoscere come le lagrime assai difficilmente non possano scorrere, concentrato di melodie struggenti che rimangono tanto tempo dentro e si dissolvono poco alla volta. 
Nel caso invece della seconda incisione, sostanzialmente per me trattasi di un' altra buona incisione dell’opera quartettistica di Mendelssohn, un tantino sotto quella del Melos che secondo me rimane l’edizione di riferimento, ancor oggi: tanto più per una certa frettolosità nell’enunciazione e nella declamazione, che toglie qualcosa al risultato finale: vedasi per es. l’inizio e lo sviluppo del primo tempo, “Allegro assai”. Ma la chiave di volta è come sempre nell’Adagio: lì si vede lo spessore. E del resto essendo stato concepito da Mendelssohn, questo quartetto, come un Requiem per la sorella, ci si sarebbe aspettati una tensione ed un mesto compatimento maggiore, di quello che si ascolta qui: dei tempi più lenti avrebbero forse giovato maggiormente. Migliori risultati nei quartetti dell’op.12 e 13, creazioni di un autore ancora molto giovane, dove la freschezza delle idee si sposa ad una ricchezza timbrica e cromatica. Qui e anche sostanzialmente nei 3 quartetti dell’op.44, il quartetto si muove molto meglio.

P.D.P. 

domenica 25 settembre 2016

Significato del titolo del blog

Sto ricevendo, da quando mi sono aperto ad alcune comunità di musica su Google +, alcune richieste di delucidazione in merito al titolo di codesto blog: perchè proprio "Conversando con Silvia? Chi è Silvia?".
Precisando innanzitutto che chiunque crei un suo blog ha liceità di intitolarlo come meglio crede, salvo non offendere nessuno, questo è un blog di musica e come tale, se l'ho intitolato "Conversando con Silvia", un motivo ci sarà pure, no? Evidentemente tale Silvia deve avere a che fare con la mia dimensione musicale.
Orbene, la Silvia di cui parlo, Silvia Limongelli, Professoressa di Pianoforte Principale al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano (Prassi esecutive e repertori, Letteratura dello strumento, Trattati e Metodi), è rimasta quella che era all'epoca: una donna sensibile, raffinata, appassionata e soprattutto intelligentissima. E' una delle persone speciali della mia vita, assieme a mia moglie, a mio figlio, ai miei genitori e a qualche altro amico carissimo. Pochi gli amici, ma buoni.
Ho una storia personale un po' contorta.Mio padre era un tenorino da chiesa, che avrebbe potuto fare una certa carriera perchè aveva una voce bellissima, ma perse il padre in giovane età e siccome era l'unico che aveva studiato in una famiglia di modeste condizioni, dovette, come era uso nei suoi anni, provvedere innanzitutto alla sistemazione delle sorelle, prima che a sè. Per cui, dopo aver studiato col M° Cavallo canto, dovette sospendere. Nonostante tutto ha cantato ai matrimoni di mezza Bari, quando aveva meno anni di ora (93). Mi ha trasmesso l'amore per la musica classica. Avevamo a casa solo una collezione di LP del Readers Digest, e qualche disco della Callas. Ma siccome vedeva che sentivo in continuazione quei dischi, mi promise che all'ottenimento della licenza Media, me ne avrebbe comprati 4. Detto, fatto. Furono l'inizio di una collezione smisurata, che crebbe soprattutto utlizzando soldi che ricavavo dai compleanni o quando scadevano dei buoni postali.
Alla metà degli anni ottanta ho cominciato a collaborare con un quotidiano che non esiste più, e siccome mi occupavo di musica ho potuto conoscere molti pianisti di cui alcuni sono diventati poi miei amici. Tra questi, appunto Silvia, per molti anni critico discografico presso la nota Rivista MUSICA, e prima ancora per Piano Time.
Con lei ho stabilito subito un'intesa che si è andata rafforzando soprattutto dal punto di vista umano: ormai sono venticinque anni che siamo amici. Un'amicizia che si è andata cementando negli anni, nonostante lei viva a Milano e io a Bari e nonostante ognuno dei due abbia affetti familiari propri.
E siccome oramai è la sola persona con cui parli saltuariamente anche di musica, a lei ho voluto intitolare il mio blog che voglia parlarne, intendendo rapportarmi ai miei lettori con la stessa forza e la stessa delicatezza con cui da molti anni mi rapporto a lei.
E' anche un modo come un altro per ricomninciare a scrivere articoli di musica, cercare in qualche modo di stabilire un ponte virtuale con chi leggerà i miei articoli, mancandomi molto la pratica del giornalismo musicale che ho praticato tanti anni fa, e che ora mi diletto di ricreare qui, sulle mie pagine, in maniera saltuaria.
Talvolta, chi leggerà gli articoli, vedrà delle opinioni espresse, molto diverse da quelle che sono le opinioni ricorrenti: è un blog personale questo, che non intende in alcun modo affossare le idee e i giudizi altrui, ma solo affiancarli ad un'altra prospettiva non meno - voglio sperare - stimolante.

P.D.P.

lunedì 19 settembre 2016

SEONG-JIN CHO: CHOPIN . DGG

Da qualche anno ho perso progressivamente i contatti col mondo musicale live, quello dei concerti, perchè con un figlio ancora minorenne, non riesco ad essere presente laddove un evento si consuma. Non nego che la mia aspirazione più grande sarebbe portarlo appresso con me, cosa accaduta una sola volta negli ultimi anni, due per l'esattezza, quando siamo andati a sentire in una matinée a Bari, il mio amico e testimone di nozze Francesco Libetta, esibirsi al Petruzzelli. Al di là di quest'occasione, sfruttata nonostante mio figlio non fosse del tutto entusiasta, sono anni che non sento un concerto pubblico, e quindi mancano anche le occasioni di confrontarmi con qualcuno.
Va da sè quindi che manchino anche le occasioni di tenermi aggiornato sulle notizie più rilevanti del mondo artistico, giacchè non ho più una grande considerazione delle riviste musicali del settore, molto spesso invase letteralmernte da inserti pubblicitari di case discografiche. Così - il lettore non mi getti appresso una statuetta - è stata una sorpresa sentire in un negozio di dischi una interpretazione del Preludio in Mi Minore di Chopin. 
"Chi è questo qui?" mi son detto. Poi l'ho chiesto e mi hanno detto trattarsi di Seong-.Jin Cho. Ah !, ho capito. Il vincitore - l'anno scorso - dello Chopin di Varsavia! Sì questo l'avevo sentito in giro, ma non avevo mai avuto occasione di sentire nulla, nonostante su Youtube qualcosa si trovasse. Youtube lo uso, ma se devo sentire bene una cosa, la metto nel lettore, oppure - se più antica - sul piatto del mio Thorens. Devo rilassarmi cioè. E sentire. Perciò ho acquistato il suo primo disco DGG, una vetrina del suo Chopin:
PRELUDI op.28 - NOTTURNO op.48/1 - SONATA op. 35 - POLACCA "EROICA" op.53.
L'ho sentito bene. Una prima volta, più veloce. E una seconda più riflessiva. E mi son formato un mio giudizio. Personalissimo, ovviamente.
Che dovesse vincere lo Chopin probabilmente era scritto da qualche parte: il ragazzo ha senza dubbio qualcosa di magico. Possiede una sensibilità e un tocco molto speciale, e la capacità di creare una sorta di sospensione temporale, in cui le note, la nota, sembra sospesa in aria. Questa capacità è molto lampante nei Preludi, in alcuni: a me sono piaciuti moltissimo oltre a quello in Re bemolle maggiore in cui non cede alla tentazione di banalizzare la cosa e in Do minore, i Preludi in Mi minore e La minore in cui ho avvertito proprio questa sua sensibilità particolare, conseguenza di un rubato estremamente originale e di un fraseggio altissimo. E del sapersi abbandonare "in corde".


La particolarità di questa incisione, sicuramente studiata, è che il Notturmo in Do minore op.48/1 sembra essere sullo stesso piano del Preludio n.24 in Re minore, nel senso che sembra continuare il discorso dei preludi, senza un innalzamento dei toni nè tantomeno un livellamento delle potenzialità espressive. Nè tantomento ho notato qui una tendenza ad abbandonarsi ad un che di narcistico fine a se stesso, quanto l'abbandonarsi puro e semplice ed il saper cantare. Perchè qui chi non canta, fallisce. Il Notturno nella sua interpretazione è bellissimo.Non arriva all'interpretazione di Marcel Ciampi del 1929, ma...
Notevole anche la Sonata, che continua il percorso dettato dai pezzi precedenti: anche qui il pianista coreano non si fa prendere dall'emozione di confrontarsi con un pezzo strasuonato, e riesce a imporre la sua idea. Anche qui la sua sensibilità e padrona e la Marcia funebre è veramente triste: è una Marcia funebre, senza essere troppo lenta e lugubre, o più veloce ed eroica. Vorrei dirlo in una parola: è giusta. E' quello che uno si aspetterebbe da un pianista che sente, che studia e che ha già una carriera di almeno venti anni. Cho non ce l'ha. Quindi è lecito chiedersi come questo percorso si sia potuto estrinsecare così impetuosamente e in maniera così netta, in un giovane ventiduenne.
A me viene il sospetto, non del tutto sopito, che il giovane coreano, pur baciato da Dio, per sue doti espressive e tecniche evidentissime che a ragione gli hanno aperto i cancelli e la platea dello Chopin di Varsavia, sia ancora un prodotto di scuola, di altissima scuola e debba ancora in qualcosa maturare.
Sia cioè un prodotto della sensibilità altrui, uno spirito su cui le altrui motivazioni e gli altrui insegnamenti hanno fatto breccia. Non che abbia costruito le sue affermazioni, affinando l'approccio a determinati repertori, per avere successo nei concorsi. Perchè per farli, ha dimostrato di avere capacità non comuni, ma...
Vorrei quindi sentirlo in un concerto, o un disco in cui non suoni solo Chopin. Il suo Chopin. Che è quello dei mezzi toni, dello sfumato, del rubato, del tocco, del canto.
Perchè quando suona l'altro Chopin, quello della Polacca op.53, io non sento più il coreano Cho sentito poco prima. 
Mi diranno che non ho l'orecchio musicale perchè altri gli hanno dato la corona. Chi sono io per criticarlo? Il fatto è che sento un modo di approcciarsi classico alla Polacca, molto à la page.
Può darsi ovviamente che mi sbagli, e chiederei venia. Sono un essere umano anch'io, con la propria sensibilità. Ma qui Cho mi sembra un qualsiasi altro pianista. Niente di veramente originale. La Polacca è suonata come un pezzo eroico, come un pezzo da bis.
Invece io la penso diversamente. La Polacca è un pezzo in tre quarti. E' un pezzo in ritmo moderato: è solenne, maestosa. Non eroica. Paderewski lo suonava in otto minuti , e Cziffra andava molto vicino. Ma il giovane Cho ha sentito Paderewski e Cziffra? Non credo. Paderewski era polacco e suonava una composizione di un polacco. Paderewski era stato un patriota. Era stato Primo Ministro e aveva rappresentato la Polonia alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919, e poi sottoscrisse il Trattato di Versailles. Incarnava un sentire e uno spirito. Cziffra fu un prigioniero politico, internato in campi di concentramento , prima tedeschi, poi ungheresi. Gente che aveva interiorizzato un proprio sentimento, che aveva sofferto.
Cho è giovane. Ha ventidue anni.
Ecco perchè dico che può e deve ancora maturare, confrontarsi con una sua poetica, che sia frutto di sue scelte, personalissime. In cui testa e cuore vadano a  braccetto.
Quando li avrà entrambi, allora...
Avdeeva, con tutto il rispetto, mi sembra avanti di una spanna.
E forse anche di due.

Pietro De Palma