mercoledì 30 novembre 2016

Beethoven : Integrali Quartetti per archi - Quartetto Emerson (DGG), Quartetto Italiano (Philips: ora Decca)



Quando ero ragazzo ricordo che il primo Lp che comprai con i Quartetti di Beethoven fu quasi per caso: era il mio onomastico, 29 giugno, e da noi al Sud Italia si festeggia anche l’onomastico. Diciamo che laddove c’è una forte tradizione cattolica, l’onomastico dovrebbe essere festeggiato. Comunque sia avevo raggranellato qualche soldino (avevo circa diciotto anni) e passai dalla Standa. C’era il reparto dischi, me lo ricordo, Linea Tre della RCA: erano incisioni di fascia economica, copertina cartonata, custodia in carta mentre la fascia alta Red Seal aveva la custodia di carta ma cellofanata all’interno. Incisioni di grande pregio ma uscite già di catalogo. Un po’ come la Fontana Argento che riproponeva le incisioni già edite precedentemente dagli LP Philips, o l’etichetta Argo per la Decca. Fatto sta che tra i tanti Lp, scelsi uno col Quartetto di Vienna che eseguiva il primo dei tre quartetti dell'op. op.59  "Rasumovsky", quello in Fa maggiore. 
Sentivo talmente tanto questo disco (avevo un vecchio giradischi Lesa) che alla fine i fruscii e gli scoppiettii resero necessario che acquistassi degli altri. E così cominciò la mia collezione dei quartetti di Beethoven. Formata in massima parte da incisioni complete de Il Quartetto Italiano, Quartetto Amadeus, Quartetto LaSalle, Quartetto Melos (quartetto che ho molto amato) e da quelle quasi complete del Quartetto di Budapest e anche il Juilliard se ricordo bene, oltre a incisioni di quartetti singoli (molte).
Tra quelle ricordate, a parte dell’esecuzione del LaSalle, approcciata a sonorità di musica tipicamente contemporanea, la migliore io ritengo sia stata per affiatamento e profondità di interpretazione, quella del Quartetto Italiano, nella formazione leggendaria (con alla viola Piero Farulli). Una delle migliori esecuzioni incise in disco che io ricordi, e che io possegga. La profondità dell'approccio dei quattro grandissimi interpreti storici del Quartetto Italiano (Borciani, Pegreffi, Farulli, Rossi) non lascia spazi di riflessione: sensualità nel quartetto op.18 n.6, giocosià in quello op.18 n.4, sogno nel quartetto delle Arpe, leggiadria nei 3 quartetti Rasumovskj, forza impetuosa e cerebralità nell'op.130 e 133, melanconia nell'op.131.Si tratta indubbiamente di un'esecuzione di valore leggendario, impreziosito dalle sonorità struggenti degli strumenti. Per certi versi, è un tipo di approccio all'opera per archi di Beethoven, se non convenzionale almeno non eccessivamente modernista, sospesa tra la tradizione e il vento di novità. Secondo me tuttavia il quartetto conferisce  le sue note più positive ai 6 Quartetti giovanili dell'op.18, ai 3 dell'op.59, ai quartetti "Serioso" e "Delle Arpe". Tenderei ad escludere i quartetti postumi, con l'esclusione forse del Quartetto op.131, un quartetto se non tragico, molto plumbeo, dove la profondità e la giocosità degli afflati riesce ancora a dare una prova convincente. Gli ultimi quartetti, per certi versi sono suonati in maniera secondo me più convenzionale, e pur trattandosi sempre di altissima resa di gruppo, non affascinano come altre loro pagine beethoveniane.
I quartetti dall’op.127 alla Grande Fuga op.133, al Quartetto op.135, sono troppo in là nel tempo, anticipano certe soluzioni e certe espressioni che non sono proprie del tempo di Beethoven: per certi versi direi che sono molto vicini a Reger, più vicini dei quartetti di Brahms. Non a caso questi quartetti e le ultime opere ardite pianistiche (Bagatelle, Sonata op.111) sono state suonate da grandi interpreti versati anche e soprattutto al repertorio contemporaneo. Quindi da come la vedo io, il Quartetto Italiano che ha interpretato magnificamente il panorama sette-ottocentesco da Mozart a Schubert, da Schumann a Brahms, molto tradizionale, non ha dato un grande approccio di novità all’interpretazione degli ultimi quartetti, quanto invece l’ha data il Quartetto LaSalle.
A questo proposito devo dire che l’integrale dei Quartetti di Beethoven nell’esecuzione del Quartetto Emerson, l’ho ascoltata poco tempo fa: la reperii, si può dire per caso, in un cofanetto di sette cd più un ponderoso libretto contenente le note in inglese-francese-tedesco-spagnolo e..italiano.
Devo dire che mi ha piacevolmente colpito per la freschezza dell’interpretazione, molto lontana dalla ieraticità cui ci hanno abituato certe compagini mitteleuropee ma soprattutto germaniche: pare quasi che per fare Beethoven ci voglia per forza un tedesco. Certamente, un complesso tedesco o austriaco interpreta autori che fanno parte della propria storia musicale con una partecipazione sentita, quasi fossero un patrimonio nazionale da difendere a tutti i costi, ma nello stesso tempo li consegna quasi sempre all’immobilità e alla immanenza. Transeat per l’Amadeus, un Quartetto storico, che ha fatto la storia dell’interpretazione per archi, un po’ come il Quartetto Italiano, o il Quartello LaSalle. Ma gli altri quartetti germanici hanno peccato quasi sempre di prendere a proprio esempio l’Amadeus e di conformavisi.
L’Emerson invece è un quartetto giovane, non giovanissimo, intendiamoci, e  questa interpretazione ha già dodici anni, ma il modo con cui porge il proprio fare musica a chi lo ascolta è indubbiamente fresco, forse un po’ grossolano talora, ma sempre attraente. Non possiede l’approccio del Quartetto Italiano o dell’Amadeus o del LaSalle, ma cerca, talora con buoni risultati, una via propria. Non scevra di pericoli e ostacoli, ma anche nuova.

Pietro De Palma

lunedì 28 novembre 2016

John Field: Complete Nocturnes - Elizabeth Joy Roe - CD DECCA

Ci fu un tempo nei primi anni '90, in cui i cofanetti dei CD erano molto ben curati.
Chi ha almeno 50 anni ed è un discreto collezionista, sicuramente se ne ricorderà. Oggi, risparmiano pure sulla plastica e ricorrono molto più spesso alle confezioni cartonate con il supporto di plastica per accogliere il CD, incollato. Prima non era così. Probabilmente perchè costavano di più. Se i miei lettori metteranno i loro neuroni alla prova, si ricorderanno che nei cofanetti, per riparare i CD da graffi, mettevano anche delle spugnette sintetiche, che ora figurarsi se mettano più.
Uno dei cofanetti risalenti a quegli anni che hanno queste spugnette, è quello che possiedo con l'Integrale dei Notturni per pianoforte di Field, della Chandos. Mi ricordo che lo acquistai a La Stanza della Musica, un piccolo negozietto dove andavano i collezionisti incalliti di Milano, in via Fara. Non era improbabile incontare lì anche qualche pianista famoso: una volta ho visto Pollini: peccato che non avessi a portata di mano qualche suo disco, per farmi autografare la copertina!
A Bari, figurati se trovavi quelle cose! Anche se parecchio l'ho trovato sul suolo natio. Ma durante le mie trasferte a Milano, trovavo molte più cose, e molto spesso cose che non avevo mai trovato prima. Probabilmente ora quel negozietto non esiste più, o forse ancora esiste, non so. Mi ricordo che mi fermai a esaminare dei LP di registrazioini storiche e tra le tante, c'erano quelle di Rosenthal.
Me ne sono ricordato per via dell'acquisto che feci. Ero molto contento: possedere i notturni di Field non era da poco al tempo.
Solo quell'incisione esisteva, di Miceal O' Rourke. Un cofanetto di due dischi. Qual sorpresa invece è stata quando ho ordinato e acquistato l'integrale dei Notturni di Field interpretati da Elizabeth Joy Roe, di cui parlo oggi: tutto su un solo CD!
E' vero indubbiamente che la tecnologia è migliorata e via via si è riusciti a trasferire su un solo CD molte più informazioni; ma è anche vero che le tracce in questa incisione durano meno tempo.
Già. E' questo il problema di un autore come Field: ha reinventato i Notturni (inventati a Parigi nel 1801 dall'italiano Felice Blangini),
Esempio di Notturni di Blangini
e al tempo fu un modello per quelli Chopin, soprattutto per la cantabilità della mano sinistra. Ma poi, via via che venivano pubblicati quelli di Chopin, più complessi, questi di Field venivano dimenticati. Per cui è accaduto più di una volta che si tendesse ad interpretare Field con l'ottica del romanticismo affermato se non proprio passando attraverso i Notturni chopiniani. Sbagliando a mio modo di intendere. Un esempio clamoroso è quello di Rourke, in cui cercando di applicare il metro romantico ad un interprete che non era tale, semmai biedermeier, finiva per caricare e appesantire un discorso che invece avrebbe abbisognato di dolcezza e tenerezza ma non di languori e drammi.
Non a caso quella raccolta è la meno ascoltata da me in assoluto: avrei voluto più di una volta andarli a ripescare, ma poi mi sovveniva la pesantezza dell'interpretazione e così lasciavo stare, nonostante Field mi sia sempre piaciuto alquanto (è un allievo di Clementi, come lo fu Moscheles, altro comnpositore che mi è sempre piaciuto).
L'interpretazione di Elizabeth Joy Roe, invece, è fresca, dolce e talora anche brillante: interpreta Field calandolo nella sua realtà e conferendogli il suo spessore, che non è quello chopiniano. Incastona come tanti gioielli, ciascun notturno nel suo splendore. Va detto che il notturno di Field non è come quello di Chopin: in Chopin il Notturno è estremamente palpabile, concreto, usa abbondantemente sonorità e idee slave e quindi è molto lirico e melanconico. Ed è abbastanza complesso nella struttura. Il notturno chopiniano nasce nell'ambito della musica polacca: basta sentire un notturno di Chopin ed uno di Dobrzynski e noti subito una linea comune. Quello di Field no. Field è irlandese ma dimora per quasi tutta la sua vita in Russia: è un po' il destino di Dohler in un certo senso. Il notturno fieldiano è un terreno di sperimentazione più che altro: se la mano sinistra suona sempre o quasi un basso ostinato, la destra canta, ma non la tristezza della terra slava.
Talvolta troviamo delle strane dissonanze: per esempio nel notturno n.3. Anticipatore di tempi? E' dei grandi musicisti averli anticipati: Dussek, Beethoven, Mozart. Soprattutto musicisti classicisti. Perchè il biedermeier nasce da una costola del classicismo. E Field in quanto allievo di Clementi è un musicista classicista.
Dicevamo che la mano destra canta nei Notturni di Field: è  il famoso cantabile di Field che tanto ammaliò Chopin. Sentite il Notturno n.2 in Do minore e poi ditemi se non vi ricorda il Notturno in Do minore op. post. di Chopin (ovviamente dovete comprare il disco, e vi avviso che io ho dovuto prenotarlo dall'Olanda perchè in Italia non era disponibile). Ma anche salta, arpeggia. Talora il notturno fieldiano è canzone senza parole, tal'altra è romanza d'opera. E' un modo di trattare il pianoforte non ancora romantico alla maniera di Chopin e Schubert, ma a quella dei musicisti biedermeier: non a caso talora si sentono idee che non esisteremmo a definire schubertiane.
Elizabeth Joy Roe riesce a dare una dimensione intimista , peraltro avendone ricercato la versione più filologicamente esatta, coniugando quindi ad un lavoro di interpretazione uno di studio e ricerca. Sono quadretti perfettamente inseriti in un contesto di inizio secolo. Quello che la Roe fa è essenzialmente liberarsi di tutto ciò che il tempo ha depositato su questi pezzi, eliminando al massimo le spigolosità, e al tempo stesso non appesantendo la sostanza musicale, valorizzando il senso di immediatezza della sensazione e conferendo ai vari brani quel perlage e quella sensazione di di liquefazione della musica che si può apprezzare in certe interpretazioni dei notturni di Chopin (per es. Askenase o Arrau).
Perche Elizabeth Joy Roe, quando suona, canta.
Cosa che rende questo disco un vero e proprio must.

P. De Palma