giovedì 27 aprile 2017

JOHN OGDON : THE COMPLETE RCA ALBUM COLLECTION.


L'avevo acquistato ma poi me ne ero dimenticato: se la musica fosse fatta solo di musica e di quello che ci piace, sarebbe bellissima. Tuttavia ci sono molte altre incognite, purtroppo. E allora le cose belle ma che si possono rimandare passano sempre in seconda linea rispetto a quelle necessarie.
Tuttavia oggi mi sono ricordato di non aver ancora scartato questo cofanetto.
Vari amici me ne avevano parlato benissimo. C'era chi - amico direttore di Musica Jazz - me ne voleva regalare una copia, ma io l'avevo già ordinato.
Devo dire in tutta sincerità che il cofanetto è molto particolare, cioè non so se sia adatto al musicofilo base, quanto piuttosto a quello più eclettico. 
John Ogdon, è stato un interprete molto versatile ed eclettico, che ha saputo imporre la sua personale scelta interpretativa non sempre in linea con le aspettative generali. Parlare di cosa sia l'aspettativa generale mi da la possibilità di snocciolare un mio vecchio pallino: il repertorio discografico lo fanno gli interpreti o le case discografiche?
Li avete mai visti Alkan o Hummel eseguiti su disco DGG? Ma poi, chi interpreterebbe Alkan o Hummel tale che la DGG accetterebbe un simile disco?
Il punto è questo: l'interprete fa il repertorio, ma la casa discografica influenza l'offerta. Il pubblico si sa - in particolare quello europeo, ancor più in particolare quello italiano - è pigro: non si scomoda, non prende posizione, accetta tutto quello che gli propinano le majorities. Trovare qualcosa di inusuale nel repertorio discografico delel etichette di maggiore prestigio è raro: vengono riproposti sempre i capisaldi, semmai vengono cambiati coloro che li eseguono. E' una scelta che si indirizza verso l'interpretazione. Ma l'interpretazione, presentando sempre le stesse cose, si cristallizza. Non è un caso che la ventata delel novità è propria delle piccole etichette, che per conquistare delle fette di mercato e sottrarle alle grandi, devono cercare per forza di essere maggiormente originali. Questo nell'ambito europeo. cioè in parole povere, se uno vuole Hummel sa bene di trovarlo su Hyperion, se uno vuole un compositore tedesco più negletto (per es. Brull) lo potrà trovare per esempio su CPO, etc..
Poi ci sono le grandi etichette oltreoceano, SONY per esempio, che hanno integrato l'immensa mole di interpretazioni discografiche CBS e RCA. Gli americani, diversamente dagli europei, sono stati sempre molto aperti al nuovo. E lo si vede per esempio proprio nel cofanetto di John Ogdon: musiche che non avremmo trovatofacilmente nel repertorio discografico di un'altra etichetta blasonata. Il fatto è che però, anche l'interprete ha le sue brave responsabilità. Se l'interprete non comincia a proporre delle cose nuove - poi ovviamente valuterà se il pubblico le recepisca o meno - verrà meno la sua originalità interpretativa rispetto ad altri.
John Ogdon di originalità ne aveva da vendere. E aveva anche un tale status virtuosistico imposto nelle sale da concerto, da riuscire a far accettare anche ai più riottosi, la registrazione dei concerti per pianoforte e orchestra di Robert Mennin e Richard Yardumian, due compositori statunitensi di cui si sa ben poco fuori dai confini americani: se il primo fu presidente della Juilliard School, e quindi in un certo senso conosciuto, anche per vena compositiva (le sue sinfonie sono state suonate in alcune occasioni e incise), il secondo è praticamente sconosciuto o quasi. E dei due concerti in giro non c'è alcuna altra incisione rimarchevole (ma io non ne ho trovate proprio) all'infuori di quella di Ogdon.
Ogdon dicevamo quindi, pianista controcorrente. Che non esitava a porre le proprie scelte sul piatto del contratto: se mi vuoi, devi accettare il resto.
Ecco perchè il cofanetto di 6CD è veramente qualcosa di unico : in un certo senso solo il CD lisztiano, rimasterizzazione dell' LP originale da un concerto del 1972 a Tokyo, è un qualcosa di non perfettamente originale, se vogliamo anche banale, presentando tutte cose molto note (Rapsodia n.2, Mephisto Waltz, Mazeppa, Feux Follets, la Campanella, Au bord d'une source, Il pensieroso, Tarantella, Grand Galop Chromatique: Rapsodia molto godibile, meno Grand Galop). Ma tutto il resto....
Hammerklavier di Beethoven.
Opere di Nielsen
Le due sonate per pianoforte di Rachmaninov
Il Concerto Solo per pianoforte di Alkan
valgono ampiamente l'acquisto.
In particolare il Concerto Solo di Alkan, in sostanza gli studi nn.8-9-10 dalla raccolta degli Studi nei Toni minori op.39, fu da Ogdon registrato per la prima volta nella sua forma originale e integrale. Il disco ha quindi al di là del valore interpretativo (una delle migliori iinterpretazioni, in senso assoluto) già di per sè rimarchevole, un valore storico indiscusso.
Solo grandi pianisti hanno inciso il  Concerto, e di questi, pochi possono stare sullo stesso piano di Ogdon: Egon Petri per quanto riguarda i pianisti storici ( dovrei averlo da qualche parte il disco, e anche quello con la Sinfonia), ma Vianna da Motta lo suonò in concerto (purtroppo non c'è nessuna registrazione). Invece tra le interpretazioni più recenti, più vicine a noi, di coloro che io ritengo essere sullo stesso piano di Ogdon, metterei solo Marc-André Hamelin e Jack Gibbons (quella di Gibbons in particolare è fantasmagorica. Purtroppo c'è solo un video su Youtube, mentre la sua incisione discografica è molto lontana nel tempo).
Quello che fa pensare semmai è come un cofanetto di tale portata sia difficile da trovare: io ho dovuto ordinarlo e mi è arrivato dopo tre mesi. Però è valsa la pena.

Pietro De Palma